Gennaio 21, 2023
Da Carmilla Online
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di Marco Codebò

Il primo è sparito la vigilia di Natale, a Vorvis, nel nord. Era andato a portar fuori il cane, sì un giro di mezz’ora ai giardini pubblici, poi passava al bar per un aperitivo e sarebbe tornato a casa giusto all’una ha spiegato la moglie agli inquirenti. Era un uomo metodico e non si perdeva mai il telegiornale, a parte quel giorno però, per quel che so io almeno, perché da allora non l’ho più visto. E non si sarebbe fatto vivo né a Capodanno né all’Epifania e in nessuna  delle altre feste comandate: Pasqua, Ferragosto, i Santi. Svanito così nel nulla, senza lasciare una mail, un sms, un sospetto, che so io un conto in banca in rosso vistoso, un’amante abbandonata, un marito geloso o un’inconfessabile perversione sessuale. Niente, una vita qualunque, impiegato in un’azienda elettrica, trent’anni di carriera senza sussulti, matrimonio con una collega, nessun figlio, appartamento residenzial-periferico pagato con mutuo ventennale appena estinto, vacanze in campagna nella casa, ristrutturata, dei nonni paterni, vizi quasi zero, appunto l’aperitivo i giorni di festa, passione unica il calcio. Ma allo stadio non ci andava perché c’era troppa violenza e allora non aveva nemmeno senso indagare nel torbido mondo degli ultras.

Il secondo è scomparso il giorno di Santo Stefano, questa volta a Statut, una stazione sciistica sul versante orientale della Grande Cordigliera. Sceso in cantina a controllare la caldaia dell’immenso condominio dove abitava, sì era l’amministratore e si occupava un po’ di tutto, non era più risalito. Sarà passata una mezz’ora quando la sorella convivente, era vedovo e la figlia era andata dai futuri suoceri per le vacanze, si è insospettita, capirà erano le due del mattino e dove poteva mai essersi infilato mio fratello? Per un po’ la polizia si è fatta viva tutti i giorni, ma solo all’inizio che dopo hanno scalato a una visita settimanale, poi mensile ma era già una finta, e alla fine basta, tanto perché mai dobbiamo indagare su uno che molla tutto e se ne va via in pigiama, ciabatte e berretto da notte e che per di più non ha nemici, hobby, tresche, colleghi neanche visto che è in pensione, anzi a dire il vero non ha nemmeno abitudini e l’unico svago che si concede a parte la televisione sono le riunioni di condominio? Insomma un semivegetale che per qualche sua misteriosa ragione aveva deciso di trapiantarsi altrove, grazie alla funzione motoria che quella almeno gli era rimasta in ordine.

Nei giorni seguenti, a Fortan, Cadibiase, Algodon, Neatopia, Armafugata, Xetrun, e Aristopoli, come si vede in tutte le regioni del paese, dal bassopiano pedemontano fino alle fasce costiere, lungo le rive del grande fiume come nella regione dei laghi, in bacini industriali pulsanti di attività manifatturiere ma anche in aree narcotizzate da quella mortifera atmosfera che si crea quando al sottosviluppo si affianca lo stato assistenziale, prima decine e poi centinaia di cittadini sono spariti così in momenti qualsiasi di vite qualunque. Nessuna traccia lasciarono, e pochissimi rimasero a ricordarsi di loro. Non sono arrivate richieste di riscatto né rivendicazioni terroristiche o lettere d’addio, del tipo mi dispiace ma ho deciso di dare una svolta alla mia vita, o anche è venuto per me il momento di prendere congedo da un mondo che mi appare ogni giorno sempre meno interessante, zero assoluto, e mai che si sia fatto vivo un attento osservatore a dire che si era appena imbattuto in una sconosciuta somigliantissima alla casalinga scomparsa a Neatopia o in un adolescente tale e quale al ragazzo svanito da oltre un mese a Xetrun. Svogliate indagini rituali si accatastano in fascicoli che l’archivio centrale di polizia seppellisce nella sezione “Scomparsi”.

Lo stillicidio è continuato per mesi. Sono spariti nuovi poveri, super ricchi, poveri classici, medio, piccolo e alto borghesi, insomma cittadini di ogni classe sociale e mestiere: mendicanti, dirigenti d’azienda, calderari, cardatori, camerieri, top model, pittori, ebanisti, prostitute, palombari, enologi, cassieri di banca, veline, suore, vescovi, maestri d’arrampicata sportiva e pranoterapisti. Se il più vecchio aveva ottantott’anni, era ricoverato nel gerontocomio di Xetrun e l’operatrice sanitaria che gli porta la prima colazione la mattina trova un letto intatto e vuoto, il più giovane ne contava solo sette, disperso durante una gita scolastica all’acquario di Getrulia.

A qualsiasi ora del giorno e della notte, da soli o in compagnia, durante il funerale di un parente o giocando a calcetto con gli amici, allo stadio e in discoteca, in palestra e dallo psicanalista le persone scomparivano. C’è stato un tizio che colto da un bisogno improvviso proprio quando si stava sposando si è allontanato un attimo e non ha fatto più ritorno davanti al sindaco. Ma una novità è apparsa verso metà agosto quando accanto alle semplici sparizioni hanno cominciato ad verificarsi veri e propri sequestri. Alla luce del sole e sempre in luoghi pubblici, squadre di tre o quattro uomini, solo in apparenza disarmati visti gli evidenti rigonfi che esibivano sotto le ascelle, si avvicinavano a ignari cittadini, li invitavano a seguirli fino ad automobili parcheggiate poco lontano, ripartivano sgommando. D’ogni tanto crepitavano brevi fucilerie che lasciavano sul selciato uno o più corpi sanguinanti, ma ai pochi e reticenti testimoni appariva chiaro come le vittime non avessero opposto nessuna resistenza e fossero state oggetto di brutali e non provocati mitragliamenti.

Il giovane cronista di nera che si occupava del rapimento del sindaco di Centralia, un trauma cittadino di difficile elaborazione pensi che in pieno consiglio comunale si sono presentati quattro energumeni in tuta adidas, l’hanno sollevato di peso, trascinato fuori e infilato in una Cherokee metallizzata che è partita al volo fra fischi di gomme e raffiche di AK 47 sparate all’altezza dei primi piani a intimidire chiunque si immaginasse di fare l’eroe, quel giornalista a inizio carriera, dicevo, è stato l’unico a chiedersi se quello che stava succedendo in città, già una dozzina di concittadini  mancavano da tempo alla conta, non stesse per caso accadendo anche in altre località del paese. Già perché fino a quel momento sia le vittime che i testimoni, ma anche i tipi qualunque come voi e me, si erano limitati ad osservare quanto accadeva nel loro particolare e avevano registrato che so io il ratto del giornalaio all’angolo o l’inesplicabile assenza dal lavoro della guardia giurata della locale cassa di risparmio senza chiedersi se si erano verificati altri casi consimili, questo a livello personale si capisce, mentre su un piano più elevato, dove si collocavano giusto i giornalisti che il polso della situazione, almeno su scala cittadina, quello ce l’avevano, anche lì non ce n’era stato uno che si fosse chiesto se al di là della Cordigliera o solo venti miglia a valle lungo il grande fiume, d’ogni tanto ignoti mazzieri non si stessero per caso portando via camerieri, infermiere, postini, gente qualunque senza nemici o carichi pendenti, di cui poi nessuno avrebbe saputo assolutamente più niente, azzerati nel vuoto. Ma quel redattore della Gazzetta di Centralia, assunto da soli tre mesi con contratto annuale di difficile rinnovo, lui sì che se l’era posta la domanda, ed era un interrogativo elementare, anche se si apriva su imprevedibili conseguenze. Sì perché la domanda nella sua banalità non era altro che un “E se?”, e se non è solo qui che la gente sparisce, e se ci sono altri poveri cristi che mancano da mesi da casa senza che uno straccio di notizia sia arrivata alle famiglie, che detto così non significa niente, non alle famiglie bisognerebbe pensare ma al fratello che guarda un letto vuoto, al ragazzino che va alla partita da solo, al cuscino intatto la mattina, all’amico che continua a ordinare due Negroni, e se allora dei disgraziati così non ci sono solo a Centralia ma anche nelle altre città della nazione, se questo dolore non ha toccato una decina di miei concittadini, che sarebbe già uno scandalo, ma centinaia forse migliaia di gente qualsiasi che gli è toccata la disgrazia di vivere in questo paese, se insomma un crimine, come si dice, di massa si sta perpetrando sotto i nostri, anzi miei, occhi da mesi? E rimaneva lì in sospensione perché lo sapeva bene qual era l’apodosi che in necessità matematica si agganciava a quella catena di protasi, cosa ci faccio io, questa era la proposizione principale, cosa diavolo combino se le cose stanno così? Che poi si trattava in realtà di un puro prender tempo, anzi no di una questione retorica, perché solo a farsela una domanda del genere, a chiedersi se le cose andavano davvero così, lui lo sapeva che questo significava averlo già capito, esserne sicuri e basta, che ai quattro angoli della nazione, in quell’esatto momento lì che lui si leggeva il rapporto giornaliero della questura, mani di ignoti gliela stavano davvero portando via la vita a dei perfetti sconosciuti, tipi qualunque che proprio in quanto totali nessuno finivano per essere tali e quali a lui, esseri umani in possesso di un tot di ricordi rimpianti e sogni, per i più fortunati condivisi da un network di amichevoli solidarietà. Così, tanto per ricapitolare, aveva compreso in maniera tutto sommato piuttosto rapida quando non addirittura fulminea che un’ingiuria brutale era stata lanciata contro, già contro chi, l’umanità no retoricissimo, la nuda vita suggestivo ma come sopra e poi quando mai la vita era stata vestita, la fratellanza universale, l’idea sarebbe fascinosa però non esiste e stop, allora beh diciamo che è stato offeso il diritto di spararsi due aperitivi in amicizia, di tornarsene la sera a casa, di vedere i figli crescere e di far compagnia ai genitori che invecchiano. Tutto sommato un bel pacchetto di principi inalienabili pensava mentre apriva Word, creava un documento e subito si incartava, non sul titolo no, a quello ci avrebbe pensato solo alla fine, ma sulla prima riga anzi parola dell’articolo che doveva rispondere al che diavolo ci faccio ora che lo so, a quella domanda lì che non c’era verso di mandarla non dico a dormire ma almeno a schiacciarsi una pisa di un paio d’ore.

L’idea originaria era stata di scrivere un lettera aperta al Ministro dell’Interno, un documento alto per nobiltà di intenti e tensione stilistica, dove in rapida sintesi avrebbe dapprima presentato l’inoppugnabile realtà dei 3457 cittadini sequestrati negli ultimi nove mesi, dato questo che avrebbe supportato con la citazione delle fonti documentarie da cui aveva ricavato la cifra in questione, per poi chiedersi, in preda a profondo travaglio interiore, se i pubblici poteri erano a conoscenza degli sconcertanti numeri che aveva appena elencato e se, qualora lo fossero, non li considerassero come turbativi della sicurezza della cittadinanza e gravemente lesivi dell’immagine del paese all’interno della comunità internazionale. L’ovvia conclusione sarebbe stata un’accorata richiesta volta a far sì che l’autorevole voce del Ministro si levasse a tranquillizzare la pubblica opinione, smentire quanto di tendenzioso potesse esistere nei fatti appena menzionati e garantire soprattutto uno scatto in avanti delle indagini che seppure di per sé non in grado di assicurare i colpevoli alla giustizia servisse almeno come deterrente alla continuazione del delitto. Si era baloccato per un po’ col sogno di mettere tanta eloquenza al servizio di uno scopo così alto, di riuscire in un colpo solo a inchiodare il potere alle sue responsabilità e risvegliare la coscienza popolare, ma in un sussulto di raziocinio immediata gli si era presentata alla riflessione la verità incontrovertibile che mai il direttore della Gazzetta si sarebbe azzardato a deviare anche solo di un millimetro da quella linea di prudenza nel trattamento degli affari pubblici che da sempre aveva caratterizzato la condotta del giornale, sia per l’innato senso della misura che ne aveva fin dalla fondazione caratterizzato il corpo redazionale sia per l’intima vigliaccheria che sempre finisce per attanagliare chi è abituato come per propria seconda natura a chiedersi se quello che fa per vivere, pubblicare notizie in questo caso, possa o meno essere visto con fastidio lassù. E se per un miracolo quella chilometrica deviazione del giornale dalla linea di responsabile cautela in materia di cosa pubblica fosse stata autorizzata, meno che mai la si sarebbe affidata ad un imberbe redattore della cronaca locale.

La settimana seguente l’ha passata a ruminare propositi e a controllare con diligenza le notizie di nera uscite negli ultimi nove mesi non solo sui grandi quotidiani nazionali ma anche sui fogli locali pubblicati nelle più remote province.  Di giorno in giorno la ferita si è fatta più dolorosa perché la stima tracciata al momento di pensarsi la nobile lettera al signor ministro si rivelava paurosamente sbagliata per difetto,  con il numero delle scomparse che ad ogni verifica schizzava sempre più in alto. E così si spiegava anche il mutamento di tattica verificatosi ad agosto quando i ratti silenziosi avevano lasciato il campo ai vistosi sequestri: oberati di lavoro e non più in grado di far inghiottire le loro vittime da ingegnose trappole, i rapitori avevano sostituito l’esibizione della forza bruta alla minuziosa esecuzione di perfettamente programmati disegni. Ma se in un crescendo di ferocia e spavalderia il crimine aveva smesso di nascondersi, non tanto per impossibilità tecnica ma soprattutto per cosciente ricerca dell’enfasi, dell’intimidazione più sfacciata che solo poteva venire dall’agire alla luce del sole, se dunque si era al punto che per numero e modalità i rapimenti si configuravano ormai come un’offesa non ad una massa, seppur numerosa, di individui, ma contro l’universale, allora chi? Responsabile non poteva certo essere, come subito aveva pensato, una delle tante mafie che scorazzavano per il paese, intenta a sfruttare, secondo modalità e tempi incomprensibili dall’esterno, la forza contrattuale che le giungeva dal detenere un numero tanto consistente di ostaggi. No, nessuna organizzazione criminale disponeva di personale che per numero e qualità di addestramento fosse in grado di reggere quasi un anno di una continua mobilitazione sul campo, per di più sempre condotta sul filo di una perfezione tecnica che sembrava ignorare le inevitabili sbavature connesse con la natura umana. E le strutture logistiche? Chi poteva agire in contemporanea in decine di luoghi diversi, non solo in grandi città ma persino in villaggi di poche anime, dove la clandestinità e il segreto che contraddistinguono le movenze del crimine organizzato non trovano le condizioni per realizzarsi? e chi possedeva case, appartamenti, masserie in quantità tale da alloggiarvi decine di migliaia, fra prigionieri e carcerieri, di individui in fuga dalla legge? Nessuno, nessun criminale cioè.

Non ha scritto articoli di denuncia. Ha in tutta semplicità raccontato le ultime di nera a Centralia, compreso l’inevitabile paio di sequestri di persona. Ma nella conclusione ha inserito un violento attacco a non meglio specificate voci giornalistiche, com’è ovvio estranee a questa testata, che senza produrre alcun riscontro oggettivo hanno letto in alcune sporadiche sparizioni di concittadini, singoli eventi delittuosi che pur deplorabili rappresentano gli inevitabili output delle fisiologiche differenze fra ceti che contraddistinguono le società aperte, il risultato di una trama di vasto respiro volta a privare della libertà personale decine se non centinaia di innocenti cittadini. Chi si giova della tribuna della libera stampa per ingigantire le dimensioni di pochi fatti di cronaca così da accreditare l’esistenza di un articolato e lucido disegno criminoso, aggiungeva, non fa giornalismo ma propaganda. Soprattutto è un irresponsabile che insinua nell’opinione pubblica l’idea che una logora leggenda metropolitana, il crimine come byproduct dell’azione del governo, possa assurgere allo status di verità.

Beh, mica male come stroncatura si è detto il giorno dopo mentre rimirava l’implacabile catena di argomenti fasulli stampata in buona evidenza nella cronaca locale e ancora meglio il fatto che sia passata indenne dalla riunione della redazione e abbia superato la censura del direttore. A metà mattina il giornale era già esaurito, con gli edicolanti che telefonavano alla distribuzione per sollecitare un secondo giro di consegne. Nella riunione pomeridiana un’euforica redazione aveva deciso di ristampare in fretta e furia il supplemento di cucina regionale allegato quel giorno al quotidiano e di unirlo in via straordinaria al numero del venerdì, anche a costo di stravolgere una più che decennale tradizione nella successione degli inserti settimanali, nella certezza che alla gastronomia fosse da attribuire l’inesplicabile fortuna riscontrata al mattino in edicola. Nei giorni seguenti, mentre le copie vendute si riassestavano sui livelli di sempre, un fatto sconvolgente era venuto a turbare la comunità giornalistica di Centralia, il contemporaneo rapimento di quattro cronisti, ma non della Gazzetta, nessuna rappresaglia allora per la velata denuncia apparsa pochi giorni prima, bensì delle altre due testate operanti nella metropoli. Le cui redazioni corrono a confrontare gli ultimi numeri dei propri quotidiani con quelli dei fogli concorrenti per scoprire che in tutto il materiale pubblicato in una settimana la sola differenza sono proprio quelle dieci righe aggiunte chissà perché sulla Gazzetta per suggerire, smentendola, la fantasiosa ipotesi di un’unica trama criminale intenta a infliggere all’intero paese e non solo alla nostra città il tormento di centinaia di rapimenti: se sequestri di redattori ci sono stati dove quel suggerimento non è uscito, questo il sillogismo degli ansiosi giornalisti, i rapimenti sono stati una specie di castigo per omessa pubblicazione.

Il giorno dopo appaiono due pezzi coraggiosi che si fanno carico dell’inquietudine dell’opinione pubblica e rivolgono un accorato appello al governo perché ne dissipi la comprensibile angoscia  smentendo una volta per tutte la voce di un’ondata di sequestri in corso da mesi su scala nazionale. I consigli di amministrazione dei due giornali registrano con soddisfazione il picco storico delle vendite in edicola, ma con angoscia devono anche informare i lettori del rapimento di altri quattro dei loro più abili corrispondenti. In ovvia intenzione di rispondere alla mossa della concorrenza e dimostrare la presunta intangibilità del proprio corpo redazionale la Direzione della Gazzetta ha chiesto al giovane giornalista un nuovo articolo in cui ritornasse, con la solita prudenza per carità, a criticare gli irresponsabili che davano in pasto all’opinione pubblica la voce, del tutto infondata, di un’epidemia di rapimenti sparsi un po’ dovunque per il paese e addirittura ascrivibili ad un’unica ed occulta regia. Le edicole avranno aperto sì e no da mezz’ora e la Gazzetta col nuovo articolo del giovane cronista stava andando a ruba quando assaltatori armati fino ai denti sfondano la porta di un appartamento in viale dei Giardini, irrompono urlando all’interno, invadono la camera da letto, strappano il padrone di casa dall’abbraccio disperato del partner, lo trascinano in strada dove lo rinchiudono nel baule di una BMW canna di fucile e ripartono sparacchiando tiri intimidatori in direzione dei vicini affacciati alle finestre. Quando si diffonde la notizia che il sequestrato è la firma di punta proprio della Gazzetta di Centralia appare chiaro al giovane giornalista come il messaggio degli spietati rapitori sia noi facciamo quello che ci pare e piace al punto che non rispondiamo nemmeno alla logica, tantomeno a quella di voi vittime, e così sequestriamo chi crede di essere al sicuro perché non ci provoca come chi ci provoca perché si crede al sicuro, e soprattutto noi non vi puniamo né premiamo perché se agissimo così questo vorrebbe dire che ciò che voi fate può influenzare le nostre decisioni.

La riunione della redazione tenutasi nel primo pomeriggio in un’atmosfera plumbea affida al vicedirettore, uomo d’esperienza, l’incarico di sintetizzare in un articolo di spalla la posizione del giornale:  preoccupazione per la circolazione di voci incontrollabili e perciò in grado di turbare la popolazione, smentita immediata, senza mai specificarle sia chiaro, delle stesse, solidarietà al collega in difficoltà, diniego di ogni seppur minima relazione tra l’assenza della sua ben nota firma nei prossimi numeri del giornale e i recenti presunti allontanamenti di alcuni cittadini dalle proprie abitazioni, richiesta al governo di mano ferma nei confronti dei facinorosi e difesa intransigente del diritto di fare opposizione, impegno solenne di fornire ai lettori un’informazione completa, veritiera e accurata di tutto quanto accade nel paese e allo stesso tempo promessa di una rafforzata vigilanza per evitare che notizie dalla forte carica emotiva arrivino a turbare la tranquillità del pubblico. Nelle settimane seguenti mentre nessun altro rapimento colpiva più il corpo redazionale della Gazzetta di Centralia un autentico stillicidio di scomparse veniva invece ad accanirsi contro i giornalisti delle altre testate sia nazionali che locali. Uno dopo l’altro tutti i quotidiani si sono affrettati a pubblicare articoli ossimorici sul modello di quello firmato per primo dal vicedirettore della Gazzetta di Centralia. Con effetto pressoché immediato, via via che i giornali si allineavano alla nuova tendenza i rapimenti di reporter diminuivano fino a cessare del tutto. Il fatto fece schizzare in alto il valore di mercato degli ossimoristi, una figura professionale affatto nuova nel mondo della carta stampata, redattori specializzati non tanto nel dare, secondo una logora immagine, un colpo al cerchio e uno alla botte, quanto nel riuscire a negare un concetto nel momento stesso in cui lo affermavano, o anche viceversa, benché tale descrizione non colga la complessità del processo che si fondava in realtà sul superamento delle nozioni stesse di negazione ed affermazione nel nome di un continuo rispecchiamento dei contrari e della loro dissoluzione nel flusso di un pensiero finalmente positivo.

La seconda parte del racconto sarà pubblicata il giorno 23 gennaio 2023




Fonte: Carmillaonline.com