Novembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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Per le donne che circa mezzo secolo fa decidevano di fare della musica la loro ragione di vita, gli esempi più dirompenti erano le cantanti blues americane degli anni Venti e Trenta. Oggi è difficile immaginare quanto fosse audace per una ragazza – ancora alla fine degli anni Settanta – imbracciare una chitarra, lo strumento maschile per antonomasia, ed essere la leader di un gruppo. Se poi il gruppo era di sole ragazze, l’impatto era ancora più sensazionale, perché di gruppi femminili vocali ce n’erano stati a bizzeffe, ma di ragazze con uno strumento sul palco no. Cynthia Robinson e Rose Stone, trombettista e tastierista di Sly and the Family Stone, non erano dei modelli sufficientemente popolari e comunque non erano le leader del gruppo. Janis Joplin e Grace Slick lo erano ma non suonavano uno strumento.
Viv Albertine delle Slits comprò la sua prima chitarra con i soldi ereditati dalla nonna Frida. Quando lo dice al suo ragazzo, Mick Jones dei neonati Clash, teme che lui le riderà in faccia. Invece Mick la accompagna in un negozio di Denmark Street dove la prima chitarra che Viv prende in mano è una piccola Rickenbacker rossa. «John Lennon ne suonava una uguale», le dice Mick. Alla fine comprerà una Les Paul Junior Sunburst single-cutaway del 1969, la cui forma le ricorda un bel culo. «Per la prima volta nella mia vita mi sento me stessa», pensa mentre torna a casa con la chitarra dentro una vecchia custodia di cartone.

OCCASIONE PERFETTA
Per moltissime ragazze il punk fu l’occasione perfetta per salire sulle barricate, imbracciando l’etica del DIY come una baionetta antimachista. Perché il punk ebbe tanta presa sulle donne?, chiesi a Vivien Goldman durante l’intervista in occasione dell’uscita di The Revenge of the She Punks. «Il punk nasce per esprimere rabbia e frustrazione, sentimenti che le donne conoscono bene perché spesso ci convivono. Inoltre il punk funziona alla grande per coloro che hanno meno accesso agli strumenti – è il caso di molte donne – e la sua etica DIY incoraggia a imparare suonando, anziché conformarsi alla visione troppo spesso riduttiva che i dirigenti discografici hanno di cosa renda un’artista donna vendibile o addirittura possibile», spiegava la Punk Professor.
Ma il connubio del punk con le donne passa anche per quello che da sempre è il campo di battaglia cruciale delle questioni femminili – il corpo – in anni in cui assume centralità politica e diventa essenziale nella narrazione della propria visione del mondo. Corpi androgini a cui vengono inferti tagli sul palco, spille da balia nelle guance, lamette appese al collo, tutto l’armamentario del punk tende a mostrare un conflitto attraverso corpi che sono l’antitesi del bello: nel caso delle punk, dall’apparecchio per i denti esibito da Poly Styrene, all’ovatta usata da Ari Up durante le mestruazioni, visibile dai bordi delle mutande e dalle minigonne, al tampone intriso nella vernice rosso scuro che Viv Albertine si appende all’orecchio. È il rifiuto degli stereotipi, che esplode anche grazie alla lotta femminista degli anni precedenti. Qui si innesta una discussione cruciale nel rapporto punk/femminismo, che Goldman mette in luce in alcuni capitoli del libro: il femminismo delle bianche anglosassoni diventa a sua volta un’imposizione per chi appartiene a culture diverse.
Sono tante le eroine, o come le chiama Goldman, le sheroes, che compongono la ciurma ribelle e irriducibile, variegata e indomita, multietnica e geograficamente decentrata del libro, organizzato in quattro sezioni corrispondenti ad altrettanti temi (Identità femminile, Denaro, Amore/Non-Amore, Protesta), in cui l’autrice ha raggruppato le questioni e le preoccupazioni espresse dalle donne nella musica punk e dintorni.

L’edizione italiana del libro di Vivien Goldman, il testo originale è uscito nel 2019

C’è una pioniera come Poly Styrene, la prima punk di etnia mista: «Tra di noi Poly era la visionaria: progressista, acuta, profonda, capace di creare ganci intelligenti e insolenti nelle canzoni. Inoltre si interessava a questioni di più ampio respiro, come l’ecologia e l’identità di genere e come tutte le pioniere ha pagato un prezzo molto alto», dice Goldman. I medici non presero sul serio la sua malattia perché la consideravano mentalmente instabile; il cancro le fu diagnosticato quando ormai le rimaneva poco da vivere.

Tra le sheroes, facciamo la conoscenza di Sandra Izsadore, mentore di Fela Kuti a cui fece leggere gli scritti di Malcolm X, Angela Davis, Stokely Carmichael, Frantz Fanon e di altri pensatori rivoluzionari. Ci sono Grace Jones, Neneh Cherry e le Pussy Riot, ma l’importanza de La vendetta delle punk sta nella visione inclusiva con cui estende l’internazionale social-musical-femminista dall’Occidente all’Asia e all’America centrale e meridionale: ecco allora le Pragaash dal Kashmir, colpite da fatwa, insieme alle Zuby Nehty dalla Repubblica Ceca, alle prese con un altro genere di regime autoritario; la cinese Gia Wang, outsider fra le outsider in quanto schierata con Trump e gli ultraconservatori; l’indonesiana Kartika Jahja che ha sentito per la prima volta la parola femminismo da Kurt Cobain; o le basche Las Vulpes, provenienti dai quartieri proletari della Margen Izquierda di Bilbao.

IMPATTO SOVVERSIVO
Alla domanda su quale sia il genere musicale che oggi incarna l’impatto sovversivo del punk negli anni Settanta, Goldman risponde: «Oggi alcune delle sobillatrici sono artiste super commerciali come Beyoncé. Probabilmente è una delle nuove svolte della musica di protesta». Del resto fin dagli esordi, tra punk, reggae e hip hop la scintilla fu immediata. Che cosa li fece convergere in modo così naturale, ad esempio nella passione di Ari Up delle Slits per i sound system e il dub? «Il reggae era un mix potente di rivoluzione e ritmo. Il punk generalmente ignorava l’aspetto spirituale rasta, ma l’andamento lento del dub era una metafora cruciale del vivere in tempi così mutevoli. L’hip hop invece divenne un’influenza maggiore a cominciare dagli anni Ottanta. Tutti e tre i generi erano musica ribelle underground con un taglio DIY».
L’epilogo (provvisorio) di questa storia è di circa un anno fa. Nell’agosto del 2020, Cardi B e Megan Thee Stallion stracciavano ogni record di visualizzazioni e streaming con il singolo WAP, un acronimo che ha fatto partire un embolo a diversi repubblicani statunitensi. WAP sta per Wet-Ass Pussy. «Cardi B e Megan Thee Stallion sono il risultato di ciò che accade quando i figli vengono cresciuti senza dio e senza una figura paterna forte», ha tuonato un candidato repubblicano al senato che, dopo aver ascoltato per caso la canzone, ha sentito il bisogno di lavarsi le orecchie con l’acqua santa. Per fortuna sull’altra sponda degli Usa, una ginecologa ha colto al balzo l’occasione e per il New York Times ha scritto un articolo sulle gioie della lubrificazione vaginale.
«Non cucino, non pulisco, ma se vuoi ti dico come ho avuto questo anello», continua WAP, inserendosi perfettamente nel discorso sul denaro trattato nel capitolo 2. «Nella catena alimentare, io sono quella che ti mangia», prosegue la canzone nella sua cavalcata (letterale!) di liberazione sessuale femminile: «I ride on that thang like the cops is behind me» (Cavalco su quel coso come se avessi la polizia alle calcagna). Che strano accostamento, eppure rende bene l’idea. Che senso dell’umorismo beffardo, nell’anno di I can’t breathe di George Floyd. Poi viene da pensare a Breonna Taylor, al fatto che nessuno dei poliziotti che sono entrati sparando a casa sua mentre lei dormiva è stato accusato di omicidio. Infine penso a quanto è duttile l’acronimo WAP, al fatto che si può leggere anche come Women Against Patriarchy, e che così suona altrettanto punk e perfino meglio.

*Un estratto dalla prefazione al libro di Vivien Goldman «La vendetta della punk. Una storia femminista della musica da Poly Styrene alle Pussy Riot» (Vololibero Edizioni)




Fonte: Ilmanifesto.it