Dicembre 1, 2021
Da Il Manifesto
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Chi è il «Re Granchio» che dà il titolo al nuovo film di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis? A pensare all’animaletto marino a cui fa riferimento verrebbe in mente qualcuno che va a ritroso nel nastro della propria esistenza lungo un tragitto che lo porta (forse) a rimanere inchiodato in un qualche punto di essa. Ma nel paesaggio dei due registi, sguardi eccentrici e talentuosi nelle giovani generazioni di cinema in Italia, il movimento delle cose non né mai lineare e anzi si aggiusta lungo piste che sorprendono qualsiasi attesa. Siamo come nel precedente loro film, quel Solengo (2015) con cui hanno conquistato una bella affermazione internazionale, nella Tuscia zona antica del Lazio che diviene anche qui una sorta di luogo del mito dove la realtà – e il cinema del reale – si fanno fiaba, mentre la dimensione di un tempo sospeso fa vivere il passato nel presente.

LUNGO questi «bordi» popolati da figure di outsider, come era il Solengo, eremita vissuto per sessant’anni in una grotta, eroi maldestri che sfuggono alla dicotomia di «buoni»/«cattivi», l’immagine restituisce una narrazione del mondo a partire dalla trasmissione orale, leggenda e insieme memoria profonda dei luoghi, fatta di storie che nel passare da una età all’altra mutano e si accavallano mai uguali.
È questa la scommessa che gli autori raccolgono nel mischiarle, sovrapporle, farle incontrare per rimetterle in scena in un film che ne contiene due o forse tre – e questo è il suo fascino – proprio come le storie possono essere mille e infinite. «Di Luciano si diceva che era un aristocratico, ma anche un bastardo e un ubriacone. Si diceva poi che avesse ucciso, e che fosse fuggito in Patagonia». Lo ricordano così oggi gli anziani cacciatori del paese il protagonista, un giovane vissuto a fine Ottocento e condannato all’esilio per un grave errore. Figlio della borghesia è un ragazzo irrequieto e irsuto, alcolista, ribelle senza causa, con un certo narcisismo; il suo odio verso l’arrogante principe (fantastico l’artista Enzo Cucchi) non coinvolge la comunità che al contrario lo considera un reietto. La madre non c’è, il padre con cui ha un legame profondissimo cerca di proteggerlo in ogni modo; Luciano (Gabriele Silli, artista e performer) sembra disprezzare chiunque, fuori posto nella sua classe che «tradisce» cercando di stare tra i contadini che però lo rifiutano proprio come ha fatto la nobiltà.

A FARLO INFURIARE è stata la decisione del principe di chiudere un passaggio attraverso le sue terre costringendo tutti quanti a fare un lungo giro. Lui però non si rassegna e come può trasgredisce questa regola trovando inaccettabile che il potere determini la geografia dello spazio pubblico secondo le logiche di classe e soprattutto che gli altri accettino senza protestare questo sopruso.
Luciano è innamorato di Emma, la figlia di un pastore (Maria Alexandra Lungu, già in Le meraviglie di Alice Rohrwacher) ma su di lei ha messo gli occhi il principe e come sappiamo i contadini erano proprietà dei nobili, anche se prima ancora del sovrano saranno gli uomini di legge a massacrarla, irreprensibili guardiani di un patriarcato orribile gelosamente custodito.
In questa trama di vendette e di violenze che appannano gli sguardi più del tanto vino bevuto da Luciano i due giovani finiranno intrappolati, e lui sarà costretto a fuggire lontano nella Terra del fuoco.

IL FILM nel passaggio tra il villaggio e l’altrove cambia, accumula nuove narrazioni, incrocia destini che parlano di migranti e di esili, di fughe e di erranze, di ferocia e di passi che arrivano alla fine del mondo. A dare voce all’epopea insieme al «coro» dei cacciatori seduti a tavola, che la ripercorrono nel presente seguendo ciascuno il filo dei suoi ricordi, ci sono le canzoni popolari del passato – la partitura musicale di Vittorio Giampietro – che dicono della «povera Emma» e di quel pazzo anarchico di Luciano «reinterpretate» dai registi a loro volta nel proprio immaginario: le casette dei poveri, la cupissima osteria, la splendida campagna intorno, il benessere della casa di Luciano, il castello. Una trama visuale ricca di segni e di rimandi, che percorre riferimenti e che sfugge alla classificazione dei generi – finzione o documentario – per mettere sempre al centro l’emozionalità di esistenze vagabonde, tra gli azzardi del caso o del destino che ne determinano il corso. E lo fanno con la libertà di una scrittura cinematografica che accetta di mettersi in gioco, di rivelarsi nell’incanto di piccoli dettagli come negli orizzonti maestosi della natura o nei riflessi di luce che catturano l’istante di un incontro finalmente spensierato tra i due ragazzi. E nel piacere di un gesto di cinema che è «errante» esso stesso, nel quale il nostro sguardo di spettatori può ancora scoprire orizzonti di meraviglia.




Fonte: Ilmanifesto.it