Gennaio 9, 2022
Da Il Manifesto
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Incontriamo Rebeca Lane a Città del Guatemala, sotto una pioggia tropicale, nel verde giardino della sua casa dove risaltano le sue parole decise e appassionate. In questa intervista condivide con noi con enorme sensibilità e sguardo critico la capacità della musica di accompagnare e far guarire, ci racconta dell’hip hop come movimento politico in Guatemala, dell’importanza della trasmissione amorevole di saperi tra donne e della necessità di interconnettere le lotte, tra internazionalismo e decolonizzazione.

Che legame vedi tra arte e memoria?
Penso che l’arte sia un veicolo di trasmissione per la memoria dei popoli. Se, per esempio, volessimo capire cosa è successo nella guerra civile spagnola, apriremmo libri, leggeremmo testimonianze, ma se vogliamo indagare sui sentimenti delle persone e su ciò che pensavano in quel momento, dobbiamo andare a vedere Guernica di Picasso. L’arte ha modo di raccogliere momenti che sfuggono alla storia ufficiale, dove si trova solo la versione dei vincitori. Bisogna creare una contro-narrazione dal punto di vista dei più oppressi. E l’arte ha questa capacità, perché come artista una si trova connessa con le cause e con la propria comunità. Sara Curruchich (altra cantante guatemalteca, ndr) e io veniamo da una generazione che ha potuto esprimersi, a differenza di chi faceva arte nella seconda metà del secolo scorso. Potevano dire la loro solo in esilio perché qui in Guatemala rischiavano di essere uccisi.

Nella canzone « Kixampe», con Sara Curruchich, cantate «Siamo il fuoco che brucia la storia» e «I nostri fili tessono la memoria». A cosa vi riferite?
In quel testo raccontiamo come negli ultimi anni ci siano state insurrezioni popolari in tutta l’America Latina, sia sotto governi di destra che di sinistra. Ci sono governi che, anche se si definiscono di sinistra, continuano a riprodurre le dinamiche di estrazione capitalista e neoliberista. Non rispettano i popoli indigeni. L’unica cosa che cambia è l’impero di riferimento: i governi di destra si rifanno a quello statunitense, mentre i governi di sinistra hanno venduto il paese alla Cina, che viene qui ad aprire miniere. I governi di sinistra non hanno trasformato i modelli economici che il capitalismo sostiene, quindi, sebbene si occupino di politiche sociali, continuano a essere funzionali alla destra. Delle insurrezioni popolari assorbiamo emozioni e sentimenti e li traduciamo in canzoni. Come artiste non scriviamo in una torre d’avorio, isolate dal mondo, siamo tra le lotte e siamo in tutto quello che succede intorno a noi, che ci attraversa, e lo trasformiamo in qualcos’altro. Credo che fare arte sia fare memoria storica. Tra venticinque anni, se qualcuno ascolterà queste canzoni saprà come pensavamo, come ci sentivamo, come ci siamo articolati politicamente, quali slogan si sentivano nelle strade, cosa che ci succede adesso se ascoltiamo l’arte di qualche anno fa.

Quello che racconti assomiglia a ciò che fanno attiviste e artiste come Zehra Dogan e Nudem Durak, che vivono in Kurdistan, dove arte e musica vogliono abbattere i muri imposti da ogni censura e dittatura. Ma ha anche a che fare con le specificità della lotta per la memoria nel tuo paese. Qual è la sua storia?
Ufficialmente la guerra in Guatemala è finita nel 1996 con la firma degli accordi di pace. Due anni dopo diverse commissioni investigative hanno iniziato a produrre rapporti che condividevano le prove delle violazioni dei diritti umani durante la guerra. Per altri due anni, fino al 1998, c’era ancora un pericoloso clima di persecuzione. Ad esempio monsignor Gerardi, che dirigeva una commissione d’inchiesta, è stato assassinato nel 1998, pochi giorni dopo aver presentato uno dei rapporti di memoria storica. Nel 1996 è terminato il conflitto tra la guerriglia e lo stato del Guatemala, ma non significa che la guerra sia finita. Ufficialmente si smobilitano i gruppi di sinistra ma lo stato non ha mai smantellato la strategia di controinsurrezione. Tutti gli accordi di pace che sono stati rispettati, se sono stati rispettati, hanno lavorato per disarmare la popolazione che era in armi. Le persone che lottavano sono state smobilitate e poi è successo quello che è successo anche altrove, per esempio in Colombia. Quando sono iniziate le trattative e la popolazione che resiste ha smobilitato sono arrivate le compagnie private, con la loro sicurezza e la complicità degli eserciti e della polizia nazionale, che possono entrare a pieno titolo nei territori senza trovare resistenza. Per questo secondo me la guerra in Guatemala non è finita perché lo stato non ha mai smesso di avere questo tipo di pratiche repressive. Ma ci sono state sicuramente cose che sono cambiate dopo gli accordi di pace. Una di queste è la possibilità di esprimersi attraverso l’arte, prima gli artisti erano visti come nemici e trattati come tali: scomparsi, assassinati, esiliati.

Cos’è l’hip hop come movimento culturale e artistico in Guatemala?
È la voce di una generazione di giovani di quartiere che iniziano a usare l’arte per espellere gli effetti della guerra dalle loro vite. Quest’espressione artistica inizia quasi per divertimento ma poi diventa più profonda e complessa, una voce per parlare di ingiustizia sociale. Prende la forma di un movimento politico che però non è politicizzato: la maggior parte dei giovani che fanno questa musica non hanno una coscienza politica delle ragioni strutturali della povertà, né delle situazioni in cui hanno dovuto vivere. Ma le vivono e le raccontano. E questo è un atto politico, perché non tacciono più.

Come è cambiata la partecipazione delle donne al mondo dell’hip hop?
Fino a non molto tempo fa la nostra voce era emarginata. Avevamo i quindici minuti per aprire un evento. Senza retribuzione e senza riconoscimento. Non si conosceva nemmeno il nostro nome: eravamo la fidanzata di, la moglie di, la sorella di. Contro quell’inferiorizzazione abbiamo iniziato a lavorare insieme e a organizzare le nostre attività separatamente. Continuiamo a denunciare ciò che accade negli spazi misti, ma a un certo punto abbiamo pensato che se gli uomini non ci volevano nelle loro manifestazioni c’erano donne pronte ad ascoltarci. Il collettivo «Somos Guerreras» è nato circa otto anni fa chiedendosi: dove sono le donne nell’hip hop? Cosa fanno? Sono organizzate? Così abbiamo realizzato un festival e dei workshop. Abbiamo iniziato a fare cose tra di noi perché anche nell’hip hop ci siamo rese conto che era importante non solo lo spazio del palco, ma come si acquisisce conoscenza. Oggi ci sono luoghi in cui le donne possono imparare il rap o a danzare. Sono spazi separatisti che si propongono di eliminare i problemi di molestie e di sessismo.

Quali sono gli elementi che possiamo mettere in comune nella lotta alla violenza sulle donne a livello globale?
I discorsi femministi egemonici contano solo sull’esperienza delle donne in situazioni molto particolari, come in Spagna o Argentina, e vengono principalmente da un movimento di donne bianche. Lì non c’è abbastanza consapevolezza del razzismo. Succede anche in Messico, nonostante sia un paese dove la maggioranza delle persone è etnicizzata. Il discorso principale viene dal femminismo bianco che non ha nulla a che fare con i movimenti di base. Ci sono vari incontri, come quelli organizzati dalle donne zapatiste, che non si definiscono nemmeno femministe. Sono donne organizzate. Penso che anche qui in Guatemala, il luogo dove si trova questo potere di articolare i bisogni delle donne lontano dai discorsi di origine bianca sia quello dell’organizzazione comunitaria e dell’organizzazione di base delle difensore del territorio. Le nostre rivendicazioni non si risolveranno, se non trasformiamo la forma comunitaria di organizzazione territoriale.

LA BIOGRAFIA
Rebeca Eunice Vargas (Rebeca Lane) è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984. Riceve il nome in onore di una zia sequestrata e «desaparecida» dal governo militare nel 1981 per la sua militanza nella guerriglia comunista. Fin da giovanissima prende parte al lavoro di recupero della memoria storica e diventa attivista con i familiari dei «desaparecidos». Così si coinvolge nella lotta per le terre dei popoli indigeni e nei movimenti politici contro il neoliberismo. Lavorando con gruppi di donne attraverso l’arte, Rebeca è oggi autrice rap riconosciuta a livello internazionale. È fondatrice di «Somos Guerreras», un progetto musicale che ha creato spazi di donne nella cultura hip hop per generare dentro di essa relazioni che vadano oltre il sessismo.




Fonte: Ilmanifesto.it