Gennaio 15, 2022
Da Il Manifesto
176 visualizzazioni

E’ possibile ripensare lo statuto dell’epistemologia leggendo gli Ab urbe condita libri di Tito Livio? Può il racconto della fondazione di Roma condurci, magari lungo sentieri tortuosi, a una nuova fondazione dei saperi e del pensiero razionale? Sono questi gli interrogativi che animano l’opera di Michel Serres Roma Il libro delle fondazioni, pubblicata in Francia nel 1983, approdata in Italia nel 1991 grazie a Roberto Berardi – che con Serres instaurò un sodalizio personale e intellettuale profondo –, e oggi riedita a cura di Gaspare Polizzi (Mimesis, pp. 328, e 20,00). Un libro denso e vertiginoso, che percorre il racconto liviano lungo traiettorie labirintiche, frattali, allargandosi e disegnandosi per progressive ripetizioni attorno al concetto-cardine di molteplicità.
Proprio nel segno della molteplicità l’opera del filosofo francese si propone di superare le teorie di René Girard sulla violenza mimetica e il sacrificio, immaginando una scienza nuova, che sfugga alla perversa logica di definizione per eliminazione, di esclusione e soppressione del terzo, e a essa sostituisca la coscienza dell’indeterminato, la pacifica coesistenza dei possibili. La fondazione è per Serres un tema di riflessione privilegiato per mostrare i limiti dell’epistemologia tradizionale e la necessità di questo superamento: se da un lato la lettura del mito romano delle origini consente di porre allo scoperto la violenza insita nel prodursi della storia, dall’altro è questa stessa indagine a fare propria tale violenza, imponendo un ordine lineare al molteplice, occultando la verità dell’indeterminato. Il plurale che campeggia nel titolo del libro, fondazioni, riflette la concezione elaborata da Serres nel corso dello studio: una fondazione non come singolo punto geometrico, o tempo zero, ma come processo.
Quand’è dunque che Roma viene fondata? Nel momento in cui Romolo scorge in cielo il volo augurante dei dodici avvoltoi? Quando traccia con l’aratro il confine della futura città, o quando assassina il fratello che lo ha attraversato? O ancora prima, quando Enea sbarca nel Lazio e fonda Lavinio, la nuova Troia? E cos’è Alba Longa se non una Roma prima di Roma, un «possibile che precede il realizzato»? Risalire alla fondazione significa imporre un inizio, un punto «rispetto al quale c’è interesse a non risalire oltre», ma questa operazione è arbitraria, violenta. Scrivere storia significa codificare uno spazio indeterminato, significa determinarlo con la forza, e quindi nasconderlo. L’alternativa è immaginare ciò che esiste ancor prima della fondazione, la «scatola nera», il groviglio indifferenziato di ogni possibile prima che accada. In questo ci soccorre il mito, che Serres concepisce come scienza allo stato nascente. Prima di Romolo, prima di Alba, è Ercole a porre ordine al caos, a imprimere una direzione alla storia. Ercole dorme, circondato dai buoi di Gerione. Caco glieli sottrae, li rinchiude nel proprio antro conducendoveli a ritroso, in modo che la direzione delle loro orme confonda il semi-dio. Un antro buio, una scatola nera che emette muggiti indistinti, da cui si dipartono tracce indecifrabili. Ma Ercole comprende, uccide Caco, il suo omicidio è benedetto dal re Evandro, l’inventor della scrittura, che imprime senso a una leggenda fatta di segni indistinti (orme a ritroso, muggiti lontani). Il possibile si è cristallizzato in storia: Evandro fonda i riti con cui Romolo inaugurerà Roma.
Ma questo non è che uno dei molti operatori del cambiamento, una fondazione tra molte, una tappa nella «sequenza lunga di circostanze fondatrici». Il tratto che definisce Roma, ciò che agli occhi di Serres la rende un unicum nella storia umana, è la sua natura molteplice e multiforme. I re albani fuoriescono dal groviglio indistinto della foresta, re silvestri; Rea Silvia è contraddizione in termini, madre vergine, vestale violata; Alba è origine di Roma e sua nemesi, insieme «fontana e pozzo». Roma è luogo d’asilo di sbandati, miscuglio di popoli dai confini incerti (Albani, Sabini, Latini), perpetua dialettica tra ospitalità e ostilità. Se fondare significa dare ordine al possibile, passando, traumaticamente, dal molteplice al singolo, allora «Roma non smette di essere fondata», perché incessante è il suo pulsare tra molteplicità e singolarità. Il solco tracciato con l’aratro, il sangue di Remo ucciso dal fratello o, secondo altre versioni, linciato dalla folla, non sono che uno dei molti atti fondativi che seppelliscono la molteplicità originaria. Così, ad esempio, alla morte di Romolo, ecco una nuova fondazione, una nuova moltitudine: il re scompare avvolto da una grande tempesta, la folla riunita attorno al trono fugge in ogni direzione, in preda al panico; i Romani si disperdono, ma nella dispersione nuove collisioni avvengono, come dal moto casuale degli atomi si aggrega la materia. Secondo Plutarco la folla smembra il re – diasparagmòs –, ciascuno dei presenti nasconde nella veste un pezzo della sua carne e in questo frammento di regalità il potere è diviso; dalla molteplicità in frantumi nasce il popolo, che produce instabilità e, al tempo stesso, «stabilità relativa al tutto», destinato a fare ritorno verso il centro da cui è partito.
Roma è eterna perché ha fatto propria l’instabilità delle categorie, perché è contemporaneamente ostile e ospitale. Nata grazie al diritto di ospitalità che ha consentito a Enea di fuggire indenne da Troia, può perpetuarsi soltanto trasformando tale diritto in una dichiarazione di guerra. Le Sabine, le responsabili della propagazione biologica di Roma, sono attirate in città con il pretesto di una festività, il loro rapimento trasforma l’ospitalità in ostilità, la festa in guerra. Ma le stesse donne si fanno agenti del processo opposto: il loro intervento fa cessare la violenza tra i due popoli, dall’ostilità nasce l’ospitalità, Romolo e Tito Tazio regneranno insieme. Questa densità contraddittoria, oscura, che non si lascia penetrare dalla luce, è il tratto definente di Roma. Una monarchia nata altrove (come può Romolo dirsi romano prima della fondazione di Roma?) e per quasi tutta la sua parabola caratterizzata da un’identità etnica magmatica: Numa Pompilio, sabino di Curi; il suo discendente, Anco Marcio; infine una linea etrusca iniziata da un corinzio, Lucumone, divenuto Tarquinio dopo una fondazione. Se Atene e Gerusalemme sono fari che illuminano, soggetti che spiegano la realtà, Roma assorbe la luce del senso, la rinchiude in un ventre di pietra, la mura come il fuoco sacro delle Vestali. Roma è oggetto e cosa muta.
Per Serres leggere Livio è un modo per penetrare in questo ventre di pietra, far ritorno alla scatola nera. Il testo antico non è oggetto di una lettura allegorica: i significati sono presenti in se stessi – sepolti, certo, ma presenti. Piuttosto, la lettura dell’opera antica «contratta sottilmente la disconoscenza che le si associa, (…) conosce il funzionamento del segreto, sa bene gli stretti limiti all’interno dei quali il sapere si ribalta in incognito». Contro ogni pretesa di chiarificazione assoluta, Tito Livio «fa vedere, insieme la cosa e la sua ombra». Soprattutto, consente di scorgere ciò che precede l’infinita sequenza di violente determinazioni che fanno la storia: la molteplicità pura, in pace. Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, i Romani stabilirono che i suoi beni fossero lasciati al saccheggio della plebe; tra questi vi era un campo rigoglioso, le cui messi, tuttavia, erano interdette al consumo perché dedicate a Marte. Il popolo decise allora di gettare quei raccolti abbondanti nel Tevere ed essi, mescolandosi al fango, formarono l’isola che sarebbe stata chiamata Tiberina, una fondazione su cui eressero templi e porticati. «Lasciate che il molteplice pascoli in pace: svanirà la tragedia».




Fonte: Ilmanifesto.it