Settembre 28, 2022
Da Crimethinc
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Il 16 settembre 2022, la polizia di Teheran ha assassinato una donna di 22 anni che non indossava l’hijab secondo la politica dello Stato iraniano. In risposta, la gente in tutto l’Iran è scesa in strada per quasi due settimane, affrontando la polizia e aprendo spazi di libertà ingovernabili. Per molti in Iran sembra che sia in corso un processo rivoluzionario.

In collaborazione con il collettivo 98, un gruppo anticapitalista e antiautoritario che si occupa delle lotte in Iran, abbiamo potuto intervistare femministe iraniane e curde riguardo la situazione. Il collettivo 98 prende il nome da “Aban” 98, la rivolta che si è diffusa in Iran nel novembre del 2019, l’anno secondo il calendario iraniano. Nel testo che segue, esplorano il significato storico di questa ondata di rivolta e le forze che l’hanno messa in moto.

La donna la cui morte ha scatenato questo movimento è nota ai più come Mahsa Amini, grazie alle notizie e agli hashtag sui media. Il suo nome curdo è Jina; questo è il nome con la quale la conosceva la sua famiglia, i suoi amici, e tutto il Kurdistan Iraniano. Im Kurdo *Jina significa vita, un concetto politico che compare nello slogan che le donne curde hanno reso popolare nelle zone curde dell Turchia e del Rojava dal 2013, e che è diventato il ritornello centrale di questo ciclo di lotte: Jin, Jian, Azadi [“donne, vita, libertà”].

Dalla rivolta in Iran alle proteste contro la guerra in Russia, dalla difesa di Exarchia fino al sciopero degli studendi per arrivare alle proteste contro le politiche anti-trans negli Stati Uniti d’America, la resistenza al patriarcato è fondamentale per affrontare il capitalismo e lo stato. Una vittoria in Irano galvanizzerebbe una serie di lotte simili in altre parti del mondo.

Per seguire gli sviluppi in Iran, consigliamo SarKhatism/ e [Blackfishvoice](htte il sito internet di Slingers Collective e Kurdistan Human Rights Network (entrambi in inglese).

Jina means life: Jina Mahsa Amini.


“L’inizio della fine” è un’espressione usata in una dichiarazione rilasciata il 25 Settembre 2022 da “The Teachers Who Seek Justice” (“Gli insegnanti che cercano giustizia”) sull’attuale ciclo di lotte in Iran, una settimana dopo l’omicidio di Masha/Jina Amini. Questa frase cattura la posta in gioco di questo momento storico. Implica che i proletari nelle strade, specialmente le donne e le minoranze etniche, vedono la fine dei 44 anni di dittatura islamica vome molto vicina. Sono entrati in una fase esplicitamente rivoluzionaria in cui non cui non c’è soluzione ma solo rivoluzione.

La rivolta del Dicembre 2017 – Gennaio 2018 ha rappresentato uno spartiacque nella storia della Repubblica Islamica, quando milioni di proletari i tutti il paese, in più di 100 città si sono ribellati all’oligarchia, dicendo “La rivolta del dicembre 2017-gennaio 2018 ha rappresentato un momento spartiacque nella storia della Repubblica islamica, quando milioni di proletari in tutto il Paese, in più di 100 città, si sono ribellati all’oligarchia al potere, dicendo “quando è troppo è troppo”, dicendo basta a una vita governata da miseria, precarietà, dittatura, autocrazia islamista e repressione autoritaria. È stata la prima volta che la società, soprattutto gli studenti di sinistra di Teheran, hanno espresso la negazione del sistema nel suo complesso: “Riformisti, integralisti, il gioco è finito!”.

Negli ultimi 5 anni, l’intero paese è andato in fiamme. Si potrete dire che brucia da entrambe le parti: tra rivolte croniche a livello nazione e lotte organizzate che coinvolgono insegnanti, studenti, infermieri, pensionati, lavoratori e altri settori della società. Gli insegnanti, per fare un solo esempio, si sono mobilitati con con sei manifestazioni e scioperi di massa negli ultimi sei mesi, ognuno dei quali si è svolto in più di 100 città. I leader e I noti attivisti di questo movimento sono stati arrestati e sono ora in carcere, ma il movimento degli insegnanti continua a mobilitarsi.

Questi due livelli di lotta – l’insurrezione spontanea e le più organizzate forme di resistenza – sono interconnesse. Ogni ciclo di lotte diventa più inteso e “militante” del precedente, e gli intervalli temporali tra i cicli si accorciano sempre di più.

Tuttavia la morte di Mahsa/Jina ha scatenato qualcosa di qualitativamente differente, che deve essere considerato come una rottura con il periodo storico iniziato con la rivolta del Dicembre 2017 – Gennaio 2018.


Il precedente ciclo di rivolte è stato provocato da intrighi esplicitamente economici (il triplicarsi del prezzo del carburante a Novembre 2019, per esempio [2^]) e diretto contro la diffusa miseria generata strutturalmente dal neoliberismo autoritario degli ultimi 30 anni. La crisi economica e la durissima differenziazione di classe in Iran non sono semplicemente il risultato delle sanzioni statunitensi – come vogliono farci credere gli pseudo-anti-imperialisti – e nemmeno gli aggiustamenti strutturali imposti dal Fondo Monetario Internazionale dopo la guerra tra Iran e Iraq degli anni ’90. Sebbene questi siano assolutamente dei fattori assolutamente importanti, vediamo i problemi sociali non semplicemente in termini astratti ed “esterni”, ma piuttosto come il risultato di un processo storico più profondo e di lunga durata, in cui il ruolo dell’oligarchia ha reso precario il lavoro, ha mercificato i vari ambiti della riproduzione sociale e ha represso brutalmente i sindacati, le organizzazioni sindacali e qualsiasi altra forma organizzata di fare politica .

Non dobbiamo sottovalutare gli effetti catastrofici e distruttivi delle sanzioni statunitensi e dell’UE sulla vita quotidiana delle persone nell’attuale congettura, né vogliamo sminuire la rilevanza del passato storico di “semicolonialismo” in Iran fino al presente. Non possiamo dimenticare la partecipazione del partito laburista del regno unito al colpo di stato del 1953, architettato dalla Central intelligence Agency, per rovesciare il primo ministro Mohammad Mossadegh, che aveva sostenuto la nazionalizzazione dell’industria petrolifera in Iran. Sono stati proprio gli interventi imperialisti come questo a creare le condizioni sociali per l’ascesa di islamisti come Khomeini, che hanno dirottato la rivoluzione progressiste del 1979 e hanno instaurato una dittatura autocratica . La nostra posizione è piuttosto una negazione politica che opera con la logica del “né/né”, criticando la repubblica islamica, gli Stati Uniti e allo stesso tempo i loro alleati. Questa doppia negazione è fondamentale per la formazione di solidarietà realmente internazionali e per la causa dell’internazionalismo stesso.

Ora, nonostante tutti i cicli di lotte e le forme di organizzazione politica degli ultimi cinque anni, questa volta è diverso, perché le rivolte sono state innescate dall’uccisione di Nina Amini, una donna di etnica curda, a causa dell’obbligo della Hijab – il pilastro strutturale della dominazione patriarcale della Repubblica Islamica della Rivoluzione del 1979. La dimensione etnica e di genere di questo omicidio di Stato ha cambiato la le dinamiche delle politiche in Iran, dando luogo a sviluppi senza precedenti.


In primo luogo, il fatto che le proteste siano incominciate in Kurdistan – a Sanchez, la città natale di Nina. Dove è nata e dove è stata sepolta – ha giocato un ruolo cruciale in ciò che è accaduto di seguito. Il Kurdistan ha una posizione peculiare nella storia politica dei movimenti politici e delle lotte sociali contro la Repubblica Islamica. All’indomani della Rivoluzione del 1979, quando la maggioranza dei persiani in Iran ha detto “si” al referendum che ha creato la Repubblica islamica, il Kurdistan disse un forte “no” (guardate queste foto storiche). Khomeni dichiarò guerra – più precisamente “Jahad” – al Kurdistan. Ne seguì una lotta armata tra il popolo curdo (e i partiti curdi di sinistra) e la Guardia Rivoluzionaria (cioè le forze islamiste che avrebbero preso il potere e dirottato la rivoluzione). Anche molti esponenti della sinistra non curda si unirono al Kurdistan all’epoca, perché vedevano nel Kurdistan stesso “l’ultimo bastione” da difendere, la geografia sociale in cui rimaneva la possibilità di realizzare gli ideali progressisti e di sinistra della Rivoluzione. Sebbene il Kurdistan sia stato sconfitto dopo quasi un decennio di lotta armata e numerose altre forme di organizzazione politica, tuttavia non si è mai piegato alla Repubblica islamica.

Per questo, uno degli slogan emersi dopo l’omicidio di Jina è stato “Kurdistan, Kurdistan, il cimitero dei fascisti”. Subito dopo l’omicidio di Jina, le donne curde hanno iniziato a cantare “Jin, Jian, Azadi” (Donne, Vita, Libertà), il famoso slogan originariamente cantato dalle donne curde in Turchia e, più recentemente, in Rojava (la parte settentrionale e nord-orientale della Siria). In Iran, questo slogan si è diffuso oltre il Kurdistan in tutto il Paese, al punto che l’attuale movimento, che è di fatto una rivoluzione femminista, è conosciuto con il nome di “Jin, Jian, Azadi”.

I dimostranti cantano “Kurdistan, Kurdistan, il cimitero dei fascisti”.

Tra i tre termini dello slogan, il secondo, Jian [Vita], presenta alcune caratteristiche sorprendenti. Mentre Jin [donne] si riferisce alla liberazione di genere e Azadi all’autonomia e all’autogoverno, Jian, ricorda innanzitutto il nome della martire simbolo del movimento, Jina Amini (come in curdo, Jina significa anche vita). Sulla tomba di Jina, la sua famiglia ha scritto la seguente frase: “Cara Jina, non sei morta, il tuo nome diventa il Codice”. Jina è diventata il simbolo universale di tutti i martiri precedenti, a significare tutte le altre Jina le cui vite sono rovinate dalla Repubblica islamica, sia direttamente che indirettamente, a causa del loro genere, della loro classe, della loro sessualità o della distruzione del loro ambiente ecologico.

C’è una componente esistenziale in questo movimento, che si esprime anche su Twitter (con #Mahsa_Amini o #Jina_Amini) tra gli utenti iraniani che raccontano come le loro vite e quelle dei loro amici e familiari siano state sprecate negli ultimi 44 anni: torturate, imprigionate in modi extragiuridici e in processi farsa, le loro vite sprecate fuori dal carcere nella vita di tutti i giorni senza alcuna possibilità di essere pienamente realizzate. Vite che non hanno vissuto, come diceva il filosofo tedesco Theodor Adorno [Das Leben lebt nicht]. Ma questa malinconica rievocazione del passato è orientata verso il futuro, con l’aspirazione a porre finalmente fine alla Repubblica islamica zombie che prosciuga le nostre energie vitali e i nostri processi di vita. C’è un futuro da reclamare, un futuro in cui nessuno sarà ucciso a causa del suo sesso o dei suoi capelli, in cui nessuno sarà torturato e nessuno soffrirà di povertà, una società senza classi governata da una libertà autentica e non solo formale (anche se non tutti condividono quest’ultimo obiettivo).

Che cosa significa infatti la lotta di classe se non rivendicare la vita nella sua interezza, liberandola dai modi in cui è stata colonizzata dall’accumulazione capitalistica e da tutte le altre forme di dominio che la sostengono e la garantiscono?

La paura di opporsi a un mostruoso regime autoritario che non mostra alcun principio si è trasformata nel suo opposto: rabbia, potere e solidarietà. Le classi oppresse non sono mai state così unite dalla Rivoluzione del 1979. I video che mostrano la sorellanza tra le donne, unite contro le forze repressive misogine, hanno fatto venire la pelle d’oca a tutti. Le solidarietà instaurate tra il cosiddetto “centro” e la “periferia” in tutto il Paese e tra minoranze etniche tradizionalmente opposte (tra curdi e turchi nella provincia dell’ Azarbaijan occidentale) sono senza precedenti. Il coraggio e la determinazione dei giovani nel costruire barricate e combattere a mani nude o con i sampietrini contro la polizia sono sorprendenti e ammirevoli.

Satarkhan Street, nella parte occidentale di Teheran, intorno alle 12:15 del primo di Mehr (uno dei mesi del calendario iraniano), il 23 settembre 2022

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In quanto classe sociale oppressa, dominata e sfruttata più di tutte le altre, le donne sono in prima linea nel trasformare la paura in rabbia, la subordinazione in soggettività collettiva e la morte in vita. Le donne che protestano si tolgono coraggiosamente le sciarpe, le sventolano in aria e le bruciano nelle barricate infuocate allestite per ostacolare la violenza della polizia. Non c’è niente di più esaltante che bruciare le sciarpe in Iran: è come bruciare una svastica sotto il regime hitleriano negli anni Trenta. Contrariamente a quanto riportato dai media occidentali, le proteste in Iran non riguardano semplicemente la “polizia morale”, ma rappresentano un rifiuto delle relazioni sociali, politiche e giuridiche strutturali che riproducono sistematicamente il patriarcato capitalista combinato con i codici islamisti.

Come relazione sociale, l’Hijab indica una serie di elementi costitutivi della Repubblica islamica. In primo luogo, dal punto di vista simbolico, l’Hijab obbligatorio rappresenta il regime del patriarcato nel suo complesso. La pratica obbligatoria di velare il corpo ricorda quotidianamente alle donne che hanno una posizione inferiore all’interno della società, che sono il secondo sesso, che i loro corpi sono strutturalmente di proprietà della famiglia, dei fratelli, dei padri, dei partner maschili e, naturalmente, dei capi e dello Stato. In secondo luogo, l’Hijab rappresenta anche l’autorità religiosa e autocratica che è in grado – o almeno lo era – di imporre i codici di abbigliamento islamici sui corpi delle classi dominate, soprattutto delle donne. Il no all’Hijab significa contestare radicalmente l’autorità e la legittimità della Repubblica islamica nel suo complesso. In terzo luogo, e da un punto di vista internazionale, l’Hijab come “virtù islamica” è anche inteso dalle classi dominanti come il più importante rappresentante dell’“anti-imperialismo”. Proprio come Adolf Hitler impiegava sistematicamente la svastica per esprimere ideologicamente la “prosperità” e il “benessere” di una società governata dal nazionalsocialismo, la Repubblica islamica ha imposto l’Hijab alle donne per trasmettere l’impressione che la società iraniana sia costituita dalla realizzazione delle virtù e degli ideali islamici e quindi fondamentalmente opposta all’impero occidentale e ai suoi valori morali e norme sociali. L’Hijab rappresenterebbe quindi un’alternativa ideologica e pratica all’impero.

All’indomani della Rivoluzione, l’8 marzo 1979, decine di migliaia di donne marciarono per le strade di Teheran contro l’imposizione dell’Hijab obbligatorio, scandendo “O il velo o la ferita alla testa” e “Non abbiamo fatto la rivoluzione per tornare indietro” – riferendosi all’aspetto reazionario dell’Hijab obbligatorio che mira a “riportare indietro” le ruote della storia. All’epoca, i media islamisti e Khomeini etichettarono le femministe e le altre donne in piazza come sostenitrici dell’imperialismo che sottoscrivevano la “cultura occidentale”. Tragicamente, nessuno ascoltò le voci delle donne o prestò attenzione ai loro avvertimenti, nemmeno la sinistra che, catastroficamente, attribuì una priorità ontologica alla lotta contro l’imperialismo, relativizzando e sminuendo tutte le altre forme di dominio come “secondarie”. Oggi, quando le donne bruciano i foulard per le strade e l’intera società rifiuta con forza l’Hijab obbligatorio, questo scuote l’intera autorità patriarcale e autocratica fino al midollo, insieme alla legittimità pseudo-anti-imperialista della Repubblica islamica. Questi sono i pilastri del dominio di classe in Iran e l’intera popolazione li sta rifiutando. La Repubblica islamica è già morta nella mente del popolo; ora il popolo deve ucciderla nella realtà.


Sia chiaro: bruciare sciarpe non è un gesto di destra orientato all’islamofobia fascista. Nessuno sta sfidando la religione di nessuno. Si tratta piuttosto di un gesto che proclama l’emancipazione dall’Hijab obbligatorio, che controlla il corpo delle donne. L’Hijab non ha nulla a che fare con la “cultura femminile” in Medio Oriente, come sostengono alcuni pensatori postcoloniali. Nel contesto della Repubblica Islamica, l’Hijab è un metodo di dominazione di classe, parte integrante del patriarcato capitalista, e deve essere criticato senza compromessi.

In quanto relazione sociale storicamente specifica, il capitalismo può impiegare relazioni sociali “non capitaliste” al servizio della sua accumulazione e riproduzione. La religione, come il patriarcato, non è una cosa del passato; non è un residuo anacronistico che giace sotto la superficie della società moderna senza efficacia sociale. In una società capitalista come l’Iran, la dominazione di classe nel suo complesso è mediata e ricodificata dai codici islamici. L’Hijab obbligatorio è stato un elemento cruciale del patriarcato della Repubblica islamica che ha emarginato le donne e controllato sistematicamente il loro corpo. Questo ha portato anche a una divisione all’interno della classe operaia in senso lato, attraverso gerarchie di genere e dominio interpersonale.

Gli pseudo-anti-imperialisti che pensano che la gente per strada sia semplicemente una marionetta di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, non solo privano la gente della propria agenzia e soggettività in modo tipicamente orientalista, presupponendo una “essenza astratta” per una società come quella iraniana, ma riproducono anche il discorso e la pratica reazionaria della stessa Repubblica Islamica. Comprendere questo aspetto è fondamentale per la solidarietà internazionale con le donne in Iran e, più in generale, con le classi oppresse. È sorprendente che anche le donne musulmane religiose che indossano abiti islamici come il chador abbiano rifiutato con forza l’Hijab obbligatorio e abbiano sostenuto questo movimento nelle strade e sui social media.

Con le donne in prima linea nelle lotte che combattono coraggiosamente contro l’apparato repressivo dello Stato, la Repubblica islamica non è mai apparsa così debole. La domanda non è “cosa fare”, ma come farla finita?


Il Kurdistan ha dato il via alle proteste e ha introdotto slogan femministi e antiautoritari. Questo ha catalizzato gli studenti, il settore sociale che è sempre in prima linea negli eventi politici, nelle università, soprattutto a Teheran, per organizzare le proteste ed espandere la rivolta attraverso le loro assemblee e gli scioperi a oltranza. Come il COVID-19, nei due giorni successivi alla morte di Jina, la rivolta si è diffusa in tutto il Paese; finora, le classi oppresse hanno combattuto con le unghie e con i denti contro le forze repressive del regime in più di 80 città del Paese.

Poiché siamo entrati in una fase esplicitamente rivoluzionaria, i conflitti di strada tra i manifestanti da un lato e la polizia e il Basij (l’organizzazione di milizia del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) dall’altro sono diventati meno “unilaterali” di prima. La gente si è resa conto che, con la cooperazione sociale, la solidarietà e la pratica, anch’essa può esaurire le forze repressive e infine spegnerle. Soprattutto i giovani stanno imparando vari metodi di autodifesa, come la realizzazione di un “chiodo filettato fatto a mano” che fora le gomme delle moto della polizia e impedisce loro di muoversi liberamente per compiere attacchi. Medici indipendenti stanno annunciando i loro numeri di cellulare su internet per aiutare chi è rimasto ferito durante le proteste, dato che andare in ospedale è spesso pericoloso. Si richiede anche una “organizzazione di quartiere”, una struttura locale che metta in contatto coloro che vivono nella stessa zona.

Dato che l’apparato ideologico del governo è diventato disfunzionale per la maggior parte della società, il mezzo principale attraverso il quale la Repubblica islamica continua a riprodursi è l’apparato repressivo che, solo durante questa rivolta, ha già ucciso 80 persone e arrestato migliaia di manifestanti. [Non dimentichiamo che tutto ciò è avvenuto durante un blackout di internet, un metodo brutale che la Repubblica islamica ha ripetutamente utilizzato in passato, soprattutto durante la rivolta del 2019 –Abaan-e-Khoonin [“Novembre di sangue”] – quando “le autorità hanno completamente chiuso internet per quattro giorni consecutivi, trasformando il Paese in una grande scatola nera, massacrando impunemente il popolo”. “Chi sostiene la Repubblica islamica perché è una forza anti-imperialista nella geopolitica globale, ignora opportunamente che essa uccide i suoi cittadini nelle strade, li imprigiona illegalmente e li tortura per estorcere false confessioni.

Ora, dopo dieci giorni, le prospettive di questo ciclo di rivolta spontanea di massa dipendono dalle forme di resistenza più organizzate, in particolare dallo sciopero dei lavoratori, degli insegnanti e degli studenti. In Iran, a differenza delle società capitalistiche più avanzate, i sindacati non sono integrati nel sistema capitalistico. I sindacati non mirano semplicemente a realizzare le loro richieste particolari, ostacolando così la formazione di un movimento più radicale. Piuttosto, cercano trasformazioni fondamentali che le classi dominanti vedono come una minaccia esistenziale. Questo è il motivo per cui centinaia di membri di sindacati e sindacati (insegnanti, studenti, lavoratori, attivisti pensionati) sono attualmente in carcere, alcuni dei quali torturati.

Negli ultimi quattro giorni, molti hanno richiesto uno “sciopero generale” da parte di studenti e insegnanti progressisti e anche di alcuni militanti anonimi che hanno prodotto video agitatori utilizzando canzoni rivoluzionarie prodotte all’indomani della Rivoluzione del 1979. Anche i lavoratori del settore petrolifero hanno minacciato di scioperare se la Repubblica islamica continuerà a reprimere le proteste di piazza. Se questo accadrà, l’intera dinamica cambierà.

Quel che è certo è che la rivolta ha bisogno di nuova energia, di un evento che le permetta di andare avanti, poiché è molto difficile sostenere quotidianamente una tale rivolta per un lungo periodo. Più in generale, al di là delle esigenze immediate del presente, il rovesciamento della Repubblica islamica si basa molto su questioni organizzative cruciali che richiedono non solo un “intelletto collettivo”, ma anche il tempo per metterlo in pratica attraverso prove ed errori. L’anello mancante è un rapporto organico tra la rivolta spontanea di massa e le altre forme di lotta organizzate. Ciò implica che ogni parte di questa relazione diventi più organizzata al suo interno, attraverso la formazione di organizzazioni locali e nazionali e azioni più coordinate tra le unioni dei lavoratori e i sindacati.

Soprattutto – e questo è fondamentale per la solidarietà internazionale – è necessario promuovere le tendenze radicali all’interno del movimento, mentre gli elementi reazionari devono essere criticati. La rivoluzione che la società cerca non è semplicemente una rivoluzione politica in cui la Repubblica islamica autocratica viene sostituita da un’altra forma politica, ad esempio più democratica e liberale. È anche una rivoluzione sociale in cui non solo le singole soggettività delle persone ma anche le strutture sociali più importanti vengono trasformate. I media aziendali in Occidente (ad esempio, la BBC Persian e Iran International), così come gli attivisti famosi come Masih Alinejad (che lavorano con le forze più conservatrici degli Stati Uniti, quelle a favore del divieto di aborto e del “cambio di regime” attraverso l’intervento militare), stanno facendo del loro meglio per promuovere le tendenze reazionarie all’interno del movimento, riducendo l’intero problema alla questione dei “diritti umani”. Essi travisano le relazioni sociali che emergono dalle strutture delle società capitalistiche come relazioni meramente giuridiche. La loro propaganda manipolatrice dipinge un’alternativa reazionaria, iniettando dosi di “lealismo” nell’immaginario popolare: una politica che mira a far rivivere l’ordine socio-politico rovesciato dalla Rivoluzione del 1979.

La gente nelle strade non è stupida, non crede molto in questa narrazione. I nostri compagni internazionalisti in tutto il mondo devono sostenere le tendenze e gli slogan radicali del movimento, opponendosi alla diaspora lealista che diffonde il nazionalismo portando la bandiera della Persia davanti alle manifestazioni della rivoluzione del 1979.

Il problema non è solo come rovesciare la Repubblica islamica, ma come difendere la rivoluzione e le sue forze progressiste dopo il suo rovesciamento. Quanto maggiore sarà il sostegno alle forze radicali e agli elementi progressisti, tanto più facile sarà difendere la rivoluzione dalle forze reazionarie. La Repubblica islamica svolge un ruolo cruciale nell’accumulazione globale del capitale (attraverso la fornitura di materie prime come petrolio e gas) e anche nei rapporti di forza geopolitici in Medio Oriente. Le potenze regionali e globali faranno di tutto per plasmare il processo rivoluzionario e il suo esito in modo da allinearsi ai propri interessi economici e geopolitici. Solo con una forte solidarietà internazionale che sostenga le tendenze più radicali all’interno del movimento, la rivoluzione che deve ancora nascere potrà mantenersi contro le forze reazionarie del lealismo, degli interventi geopolitici e dell’integrazione violenta nei circuiti globali dell’accumulazione.

Il futuro è segnato da incertezze. Tuttavia, la lotta di classe dal basso e contro tutte le forme di dominio rimarrà una forza materiale importante nel corso della storia del capitalismo. Di questo siamo certi.






Fonte: Crimethinc.com