Ottobre 4, 2021
Da Il Manifesto
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Nel settembre 2002, nell’ambito di un progetto di raccolta di interviste partigiane, Rossana Rossanda veniva intervistata per un progetto dell’Istituto veneziano per la storia della resistenza e la storia contemporanea (Iveser) sulla sua esperienza resistenziale e il suo rapporto con la Venezia degli anni ’30 e ’40. L’intervista è rimasta inedita perché Rossanda stava già allora lavorando sulla sua autobiografia, che sarebbe apparsa nel 2005. L’intervista parlava della sua iniziazione alla politica, del rapporto e delle esperienze nella Venezia degli anni ’30 e ’40 e della non lunga frequenza dell’Università di Padova, del rapporto tra intellettuali e fascismo, del fascismo come totalitarismo e del rapporto tra vita e memoria. Il testo integrale – che contiene diversi spunti originali – sarà pubblicato nella rivista Venetica nel numero 61, secondo numero del 2021, in uscita entro l’anno.
Ne anticipiamo un breve estratto che parla della formazione politica di Rossanda, ma anche del rapporto tra italiani e fascismo.
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TUTTA L’ESTATE (del 1943) avevo cercato di capire. Ero stata una ragazza stupida, convinta di potermi fare una strada privata, studiare, non occuparmi di politica – e mi trovo davanti a questa caduta indecorosa, che parla di quel che è stato il regime, di una guerra sbagliata. Per la prima volta mi sento investita come cittadina – la privatezza non mi appare più una scelta personale ma un lasciar fare errori tremendi. E l’estate badogliana mi lascia di stucco: come? È caduto il fascismo che ci ha portato in guerra, ma la guerra continua? (…) I giornali del periodo badogliano – lei li ha mai visti? – sono pessimi, reticenti.
La sensazione di essere senza una bussola, e che nell’esserlo c’è una specie di colpa, precede quindi il tonfo dell’8 settembre. Poi viene l’8 settembre, la monarchia se la fila e siamo occupati dai tedeschi. I partiti antifascisti nell’estate erano stati assai cauti, dei comunisti non si parlava proprio, una come me, che non aveva in casa particolari riferimenti, e a scuola aveva avuto professori che non parlavano di aquile e gagliardetti, ma neanche delle leggi razziali, non sapeva dove sbattere la testa. (…)
Non ricordo come seppi o chi mi disse per primo che Antonio Banfi doveva essere comunista, era tutto un prudente sussurrarsi. Qualcuno diceva: Banfi è comunista, qualcosa di vero doveva esserci e sono andata da lui. So che andai dritta da lui in un intervallo e glielo chiesi: «Lei è comunista? Perché io non so che cosa fare». (Avevo pensato che) o mi avrebbe mandato a spasso o mi avrebbe aiutato. Capì che ero una dei tanti in cerca, mi dette fiducia al buio, come io a lui.

(…) La prima volta Banfi non mi disse: «Prenda contatto con i seguenti comunisti», ma «Legga questi libri, e venga a dirmi che ne pensa». Andò alla scrivania e scrisse dei titoli su un foglietto. Io lo aprii in treno – sono le cose che uno ricorda per il resto della vita: era un foglietto magro con l’intestazione dell’università, deve essere andato perso come quasi tutte le mie cose. Aveva indicato due libri di Harold Laski, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e La guerra civile in Francia di Karl Marx, Stato e rivoluzione di Lenin, e «di S. quello che trova». Guardi che è una buona lista per una iniziazione. Ma allora mi venne un po’ un colpo: dunque era vero, era proprio un comunista, di quelli veri, non un simpatizzante (parola che allora non conoscevo).

DEI COMUNISTI sapevo soltanto che era gente decisa e temibile (…) I testi che Banfi mi indicava non dicevano soltanto agisci contro i tedeschi, ma anche: c’è un altro modo di veder le cose, il mondo, la vita, le responsabilità; sei stata cieca, non hai voluto vedere. E, spero che non la faccia ridere, mi pareva che imponessero di rinunciare a quelli che per me erano stati i valori – la pittura, la ricerca, il bello, il lusso della bellezza, non quello del consumismo, che allora non impazzava, e personalmente eravamo molto poveri. Sta di fatto che Banfi fu sorpreso di vedermi arrivare una settimana dopo… avevo deciso. Sì, fu una scelta intellettuale, ragionata e obbligata dalla ragione. Quei testi avevano ragione.

(…) Qualche anno fa a Torino alla fine di una conferenza una bella signora è venuta a salutarmi: ti ricordi? Eravamo a scuola assieme, sono Liliana – certo che la ricordavo, con una splendida treccia bionda attorno alla testa. E mi domanda: «dimmi, come è avvenuta la svolta?» «Che svolta?» «Come sei diventata comunista? Come hai cambiato idea?» E io: «Quale idea? Ero fascista?» Mi ha risposto più o meno «sì»: era imbarazzata, abbiamo parlato un paio di minuti e poi tutti sono usciti. M’è venuto un colpo. Sono stata fascista? Quando? Posso esserle apparsa tale solo nei due anni di liceo passati assieme, i miei quindici/sedici e sedici/diciassette. O prima al ginnasio Manzoni? Mi sono chiesta che diavolo ho detto o fatto e non trovo nulla. La memoria ha gentilmente rimosso delle atrocità? Mi ricordo solo che ero contenta di avere la divisa di giovane fascista perché era il mio primo tailleur, camicetta, giacca e cravatta.

Prima, da giovane italiana, era un informe mantellone, che mettevamo solo per andare ai saggi (anche il tailleur-divisa, del resto). Che cosa posso aver detto o fatto in quel tailleur? Forse che bisognava pensare alla guerra, sacrificarsi, pensare a quelli che erano al fronte, a vincere…? Non lo so.

LA MEMORIA non mi aiuta, non mi assegna colpe. Ricordo invece di essere andata a sentire un paio di lezioni di mistica fascista che era stata introdotta all’Università nell’autunno del 1943: ero curiosa di sentire. C’era un certo Atzeni, tutto vestito di nero in divisa, che blaterava di socialismo fascista, non era neppure interessante in negativo. (…)
È difficile capire adesso che cosa era, o era diventato, il regime negli anni ’30 perché una ragazza non del tutto sciocca potesse aprire gli occhi di colpo nel 1943. Mettiamoci pure l’egoismo personale, l’abitudine donnesca di non occuparsi di politica – la ragione di fondo era che il paese s’era fatto inerte. Il danno più grande di un regime totalitario non è che ti impedisce questo o quello, ti sfida tutti i giorni – ma se non fai politica, ti lascia vivere. Non è vera la tesi di Renzo de Felice, che chi non era antifascista era fascista; poteva essere indifferente o rassegnato, si occupava dei fatti suoi, si scavava delle strade nelle quali fare anche un buon lavoro come tecnico o insegnante o letterato. Guardi che nell’Urss degli anni cinquanta e seguenti, finite le repressioni più pesanti, avvenne lo stesso. Inversamente non è vero che chi era non fascista, o sprezzante del fascismo, fosse perciò antifascista, nel senso di: «Faccio qualcosa per abbattere costoro».

QUEL «NON FASCISMO» che avevo conosciuto a Milano prima dell’Università e poi all’Università fino al 1943 era piuttosto un certo disprezzo dei colti per la retorica fascista – ma quali aquile, spighe, soli… è roba della quale non vale la pena di parlare. (…) mio padre non comperava il «Popolo d’Italia», ma si sentivano per forza i fascisti alla radio o nel film Luce. Per un pezzo mi è rimasta – forse tuttora – la diffidenza per i giornali. Ma era una sottovalutazione, forse un inconscio alibi. Non essere fascisti, o meglio essere non fascisti, non è lo stesso che essere antifascisti. E così anche a scuola. Dove paradossalmente i miei insegnanti non erano fascisti, erano stati formati prima.

Quella lenta invasione, pervasione del fascismo che Angelo d’Orsi descrive – quel libro è spiaciuto a Norberto Bobbio e anche a Pietro Ingrao -, mi spiega quel che a me, ragazzina, appariva il mondo attorno.
Non ricordo, da che l’età mi ha permesso di guardarmi in giro, che ci fosse il terrore. C’era il silenzio. I tagli erano già stati fatti, i comunisti già azzerati, e gli ebrei non li hanno cacciati fino al ’38.

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Giudecca, incontro a un anno dalla morte

Domani, 6 ottobre 2021 dalle ore 17, si svolgerà a Venezia – città che Rossanda definiva come «l’unico posto di cui (era) nostalgica» -, presso la sede dell’Istituto veneziano per la storia della resistenza, un incontro su Rossana Rossanda, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa e della donazione all’istituto della biblioteca di Rossanda e del suo compagno di vita K.S. Karol. I relatori dell’incontro saranno Luciana Castellina, Massimo Cacciari e Mario Isnenghi, la moderatrice sarà Giulia Albanese. La sede è Villa Heriot 54/P Calle Michelangelo, Giudecca. Necessaria la prenotazione accedendo al sito dell’Istituto www.iveser.it/




Fonte: Ilmanifesto.it