Settembre 24, 2022
Da Biblioteca Anarchica
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Prefazione

“Nel più oscurantista di tutti i paesi, la Russia, con il suo assoluto dispotismo, la donna è diventata uguale all’uomo, non attraverso il voto, ma con il suo essere e il suo fare. Non solo ha conquistato per se stessa la possibilità di perseguire ogni esperienza e vocazione, ma ha anche conquistato la stima dell’uomo, il suo rispetto, la sua amicizia; sì anche più di questo: ha guadagnato l’ammirazione, il rispetto del mondo intero. Tutto ciò non attraverso il suffragio, ma con il suo meraviglioso eroismo, la sua forza d’animo, la sua abilità, la sua forza di volontà e la sua tenacia nella lotta per la libertà”.

Con queste parole Emma Goldman esprimeva la sua sincera ammirazione per le donne russe che grazie a lunghe lotte, condotte tra la metà del XIX secolo e la rivoluzione del 1917, avevano conquistato l’emancipazione e si erano assicurate una maggiore partecipazione alla vita politica e sociale del paese. L’immagine della Goldman, tuttavia, non si adattava alla maggioranza della popolazione femminile che apparteneva alla classe operaia o alla popolazione contadina e viveva ancora in condizioni di grave subalternità. Il movimento per l’emancipazione femminile, che naturalmente coinvolse tutte le classi sociali, sebbene in modi e misura diversi, coincideva con la sua parte più attiva rappresentata dalle donne rivoluzionarie, identificate con le studentesse universitarie e sempre più frequentemente con le donne ebree. Lo stereotipo, non solo della donna, ma del rivoluzionario russo in generale era lo studente universitario ebreo. La partecipazione delle donne alla attività politica, con il loro “essere e fare”, per usare l’espressione della Goldman, sembrava introdurre tutta la società russa in una età nuova, nella quale i sessi, le classi e i diversi gruppi etnici avrebbero collaborato per determinare un futuro comune.

Come tanti miti, anche quello che essere rivoluzionario fosse sinonimo di essere ebreo aveva un fondo di verità: non è senza significato che le prime organizzazioni del proletariato russo-polacco fossero state create dagli ebrei. Lo stesso si può dire delle loro donne che erano coinvolte nelle organizzazioni rivoluzionarie in misura maggiore di quelle degli altri gruppi nazionali naturalmente tenendo conto della proporzione demografica. L’affermazione della Goldman che le donne avessero già raggiunto l’uguaglianza sessuale, rifletteva il diffuso sostegno che l’intellighenzia russa dava alle lotte delle femministe. Aderendo agli ideali dell’illuminismo le donne rivoluzionare russe pensavano che l’uguaglianza risiedesse nel superamento delle differenze sessuali che la morale tradizionale affermava. Come diceva Rose Schneiderman: “Noi vogliamo essere umane!”. Molte delle donne ebree russe che presero parte attiva alle lotte per l’emancipazione erano nate tra il 1870 e il 1890 e tra loro emersero le più importanti attiviste anarco-femministe, tra le quali possiamo benissimo inserire Milly Witkop Rocker.

Nella vita e nelle traversie di questa donna straordinaria, nelle sue scelte, ritroviamo un intero drammatico periodo storico i cui sviluppi, attraverso complicati percorsi, dalla Russia zarista arrivano in Inghilterra, poi nella Germania inquieta della repubblica di Weimar infine negli Stati Uniti.

Milly Witkop nacque il 1 marzo 1877 e trascorse la sua infanzia nel villaggio ebraico di Slotopol, in Ucraina. A 17 anni lasciò la sua città natale per stabilirsi in Inghilterra, dove nel 1899 fu raggiunta dai genitori e dalle sorelle. Come la maggioranza degli ebrei provenienti dall’Est Europa fu costretta, per ragioni economiche, ad abitare nei quartieri poveri dell’East-End londinese, dove, assieme ai membri della sua famiglia, si guadagnò da vivere lavorando in condizioni di supersfruttamento nel settore dell’abbigliamento.

Mentre la maggior parte degli immigranti ebrei finiva ben presto per allontanarsi dalla tradizione ebraica al contatto con la moderna società capitalistica inglese, Milly inizialmente rifiutò di adeguarsi al nuovo ambiente del tutto diverso dalla vita ebraica della piccola cittadina in cui era vissuta. Al tempo del suo arrivo in Inghilterra, Milly “aveva una natura profondamente religiosa… Nelle manifatture del grande ghetto, tristemente note, dove Milly doveva lavorare per guadagnarsi una magra esistenza, le persone lavoravano anche nel giorno di Shabbath se vi erano costrette, e molte altre cose facevano contrarie ai principi della religione ebraica. La giovane donna si ribellava a tutto ciò, spesso andandosi a cercare i guai, con il risultato di perdere il lavoro”.

Insieme alla sorella minore Rose, che sarà attiva nel movimento libertario inglese e diventerà la compagna dell’anarchico Guy A. Aldred, ruppe infine con la tradizione religiosa ebraica e si impegnò nella costruzione del movimento socialista rivoluzionario tra il proletariato ebraico della Gran Bretagna, per divenire infine l’anarchica che avrebbe dedicato la sua intera vita alla lotta per la libertà. Nel 1896 avvenne l’incontro sentimentale con Rudolf Rocker, anarcosindacalista tedesco, che diventerà il compagno della sua vita e sarà per mezzo secolo l’anima dal movimento anarchico ebraico tanto da meritarsi l’appellativo di rabbi goy, ovvero di rabbino non ebreo. Come ricorda Rocker fu Milly, che “apparteneva già al gruppo Arbeter Fraint e lavorava a favore della causa là dove poteva”, ad introdurlo negli ambienti del proletariato ebraico londinese.

Arrestata per la sua attività contro la guerra nel 1916 fu condannata a due anni di prigione che scontò insieme al figlio Firmin, in seguito pittore famoso. Nel 1918 parte per la Germania, dove fondava la Syndikalistisher Frauenbund, Lega sindacalista delle donne, sezione femminile della anarcosindacalista Freie Arbeiter Union Deutschlands, il solo movimento libertario di massa della storia tedesca degli anni Venti del secolo scorso. Ispirata all’idea che “la donna [dovesse] essere la compagna dell’uomo non soltanto nella vita privata… [ma] sua alleata anche nella lotta, poiché è assoggettata alla stessa indegna condizione di vita”, la Lega delle donne sindacaliste arrivò ad organizzare circa un migliaio di donne suddivise in venti gruppi, per la maggior parte mogli e madri di famiglia. Influenzata dai drammi femministi di Henrik Ibsen e dalle lotte della Bund für Mutterschutz und Sexualreform, Lega per la protezione della maternità e la riforma sessuale, guidata dalla libertaria Helene Stöcker, Milly si batté costantemente contro l’immagine della donna vista soltanto come angelo del focolare e per la libertà di contraccezione. Il movimento si caratterizzò per azioni provocatorie come lo “sciopero delle nascite” e per gesti eclatanti al fine di indurre le casalinghe a riappropriarsi della gestione della propria vita quotidiana, ma considerò sempre il diritto di voto alle donne come un mezzo per distoglierle dalla lotta per l’emancipazione sessuale. Le principali militanti che l’affiancarono in questo lavoro furono Martha Steinitc, Franziska Krische, Aimé Köster, che si batterono anche all’interno della FAUD per rivendicare i loro diritti essenziali, in questo spesso sostenute da uomini come Gerhard Wehle e Fritz Oerter.

Nel 1933 l’ascesa al potere dei nazisti, e successivamente l’incendio del Reichstag, spinse i Rocker all’esilio negli Stati Uniti dove continuarono a prendere parte alle principali battaglie per la libertà (nel periodo 1936-1939 saranno loro a organizzare numerose iniziative a sostegno della Spagna repubblicana). Nel 1937 si ritirarono nella comunità anarchica di Mohegan, composta principalmente da ebrei, nello Stato di New York dove Milly si spense il 23 novembre 1955.

Ebrea, come altre importanti figure del movimento libertario, penso a Emma Goldman, Hedwig Landauer-Lachman, Mollie Steimer, Ida Pilat Isca, il suo anarchismo affondava le radici non solo nel messianismo ebraico e la sua idea di un rovesciamento rivoluzionario della società, ma anche nella rielaborazione di certi caratteri matriarcali tipici dell’ebraismo a cui sono legate alcune delle figure bibliche femminili come Sara, Rebecca, Lea, Rachele, Ruth, Ester e Giuditta. Inoltre, non si deve dimenticare che sul suo pensiero e la sua azione influiva anche l’eredità della dimensione comunitaria, e insieme individualistica, degli Shtetl russo polacchi dove la donna svolgeva un ruolo economico e sociale fondamentale. Nell’Europa dell’Est le voci del pensiero anarco-femminista ebraico sono state soffocate dal genocidio nazista e dalla repressione staliniana, in Occidente hanno continuato a influenzare profondamente il pensiero libertario contemporaneo contribuendo a consolidare lo strano e magico incontro tra l’anarchico e l’ebreo.

Quando si parla di chi non c’è più i rabbini obbligano a dire “La sua memoria sia di benedizione per la vita nel mondo a venire”. Come se obbedisse a questo precetto le pagine che Rudolf Rocker ha voluto dedicare alla sua compagna non coincidono solo con la nostalgia, ma si aprono alla speranza di un domani migliore. Questo è ciò che conta, per chi legge oggi questo testo pensando al futuro.

Furio Biagini

Lecce, 20 ottobre 2005

Provenivamo da mondi diversi, mondi così differenti ed estranei l’uno all’altro come la piccola cittadina di Slotopol in Ucraina e l’antica città sul Reno in cui sono nato. Sul come e sul perché la vita ci abbia uniti si potrebbe scrivere una storia intera senza peraltro riuscire ad avvicinarsi davvero alla realtà. Il come potrebbe essere forse spiegato; il perché è impenetrabile quanto la vita stessa.

Ciò che definiamo “lo scopo della nostra vita” è in effetti il fine che noi stessi le attribuiamo, poiché è soltanto la logica insita nel pensiero umano a conferire ad essa uno scopo.

Ma “la vita” non possiede logica ed è piena di contraddizioni e di oscuri enigmi. La logica, d’altronde, non è altro che uno strumento, inutile o incapace di funzionare senza l’ausilio di simboli e metafore. La logica più pura è una semplice creazione dell’uomo, e pertanto imperfetta quanto l’uomo stesso. Essa conduce spesso all’ideazione di un pensiero colmo di desideri, tanto illusorio quanto un miraggio nel deserto.

Il breve lasso di tempo che chiamiamo “la nostra vita” non può essere valutato anticipatamente ed è, in fondo, soltanto ciò che noi stessi riusciamo a farne o ciò che altri fanno per noi. In questo ambito c’è posto solo per supposizioni e congetture, senza certezza alcuna.

Tornando a me e Milly, un giorno ci siamo trovati, e benché provenissimo da mondi completamente diversi, siamo riusciti a costruirne uno assieme che fosse il nostro. Esclusivamente questa è stata l’essenza della nostra unione.

Quando incontrai Milly per la prima volta a Londra, sessanta anni fa, lei era già un membro attivo e fedele del Workers’ Friend Group. Milly possedeva una natura profondamente religiosa quando giunse in Inghilterra. Ma il nuovo ambiente con cui venne a contatto a Londra si rivelò essere ben lontano da quello della sua piccola cittadina nativa dell’Ucraina. Nei malfamati sweatshops del grande ghetto in cui doveva guadagnarsi il suo misero vivere, la gente lavorava anche il sabato quando era necessario, contravvenendo ai principi della religione ebraica. La giovane ragazza si ribellò a tutto ciò, andando incontro a problemi e difficoltà, sino a perdere il suo lavoro. E fu in quell’epoca che i primi dubbi si insinuarono in lei. Cosa peraltro inevitabile, tenendo conto del suo carattere. Era profondamente contraria e nutriva avversione per qualsiasi forma di compromesso. Qualunque cosa ella fosse, doveva esserlo interamente e completamente. Pertanto, quando il caso volle che incontrasse un gruppo dell’East End in una delle piccole botteghe in cui lavorava e incominciò a conoscere e comprendere le cause della terribile miseria che a qui tempi aveva ridotto il ghetto ad un inferno, una profonda trasformazione iniziò dentro di sé.

Una nuova visione delle cose cominciò a configurarsi ai suoi occhi ed, in breve, trovò la sua giusta collocazione. E dal momento che Milly sentiva e viveva qualunque cosa con intensità, abbracciò le nuove idee con lo stesso fervore che aveva animato nell’infanzia il suo interesse per la religione. E questo perché lei era una di quelle rare persone che pensano tanto con il cuore quanto con la testa. Divorava tutta la letteratura libertaria che incontrava sulla sua strada, e così trovò nuove fonti che alimentarono il grande desiderio di sapere che bruciava dentro di lei e che conservò fino alla fine.

Milly era una persona dotata di un innato senso di responsabilità, come se ne trovano di rado, ed è per questo motivo che fu un essere umano veramente libero nel pensiero e nell’azione. Quando giunse a Londra, meno che ventenne, si negò perfino il pane sino a che, tre anni dopo, non riuscì a portare via dalla Russia i suoi genitori e le sue tre sorelle e a procurare loro una casa. Il grande sacrificio necessario per ottenere tale traguardo può essere apprezzato soltanto da coloro che conoscono le incredibili condizioni di lavoro esistenti nel ghetto di Londra a quei tempi. Fare queste cose era per Milly del tutto naturale.

Ho vissuto con lei per 58 anni. Abbiamo conosciuto amare privazioni e molti stenti, ma nessuno di essi è riuscito a distruggere la nostra quieta felicità. C’era qualcosa nella nostra vita difficilmente descrivibile, quasi un tempio nascosto e misterioso in cui solo noi potevamo entrare. Quando adesso, nelle mie ore di solitudine, ripenso a quel tempo meraviglioso, involontariamente mi tornano alla mente le parole della moglie di Auban nel libro Anarchists di Mackay.

Ad uno stolto che le chiedeva quanto lei avesse contribuito alla felicità dell’umanità, ella rispondeva con sottile ironia:

“Ho contribuito davvero in gran misura! Sono stata felice io stessa”.

Ciascuno di noi due avrebbe potuto rispondere allo stesso modo. I peggiori nemici della felicità umana sono stati coloro che hanno cercato di imporre la loro personale formula per la felicità agli altri. La felicità imposta o forzata si rivela essere nient’altro che una dorata schiavitù. Non può esistere felicità laddove non c’è libertà di scelta. Non potremo mai sforzarci o lottare per rendere felice l’umanità servendoci di una panacea universale, ma dovremmo invece cercare di creare condizioni di vita che permettano a ciascuno di trovare il proprio modo di essere felice.

Abbiamo dovuto sopportare molti duri e malevoli colpi del destino, ma abbiamo anche trascorso molti momenti felici, momenti che sono concessi a pochi e che non possono essere comprati. Quando eravamo insieme da soli nelle nostre serate libere, io leggevo ad alta voce a Milly molti dei testi più noti della letteratura mondiale. Così negli anni assaporammo centinaia di libri di autori di ogni nazionalità e di ogni epoca. Un’atmosfera unica e straordinaria, stimolante e purificatrice, pervadeva allora la nostra casa.

Non ci annoiavamo mai l’uno dell’altra, e scoprivamo sempre nuove cose da fare, che rendevano più bella la nostra vita. Non che Milly fosse sempre in accordo con qualunque cosa io dicessi; questo non sarebbe stato possibile. Ma la sua innata intelligenza le permetteva di formarsi opinioni personali su qualsiasi argomento, e riusciva ad esprimerle con abilità. Quando, in taluni casi, la discussione diventava incandescente, lei sorrideva all’improvviso, mi abbracciava e mi diceva: “Siamo davvero una buffa coppia”. E scoppiavamo a ridere allegramente. Non abbiamo mai dovuto cercare “l’uccello azzurro” della felicità molto lontano: era tra di noi.

Milly era una donna di rara statura e signorilità e rifiutava tutto ciò che fosse brutto e meschino. Era come una madre per i suoi amici più giovani e per i compagni; persino nei suoi ultimi anni era sempre circondata da gente giovane, che l’amava e la rispettava. Dovunque vivessimo, la nostra casa diventava un luogo di ritrovo per gente di razze e nazionalità diverse, un luogo il cui calore ed il cui fascino erano dovuti unicamente a Milly.

Soltanto poche delle sue attività nel movimento libertario possono essere qui ricordate. Ella svolse un ruolo importante nelle lotte e negli sforzi organizzativi dei lavoratori ebrei in Inghilterra, sempre utile e pronta a svolgere qualsiasi compito fosse necessario. Partecipò anche alle grandi dimostrazioni internazionali che si svolsero a Londra a quell’epoca.

Durante l’imponente sciopero dei lavoratori portuali che si verificò a Londra nel 1912, ella svolse un ruolo di primo piano nel cercare alloggio presso le case dei compagni ebrei per centinaia di bambini appartenenti alle famiglie coinvolte. E questo fu uno splendido esempio di solidarietà internazionale reso ancora più significativo dal fatto che gli stessi lavoratori ebrei erano appena usciti da uno dei più grandi scioperi verificatisi nell’East End.

In Germania Milly trovò terreno fertile nel movimento anarco-sindacalista. Fu una delle pioniere dell’Alleanza delle Donne Sindacaliste, un’organizzazione presente in tutte le nostre assemblee e che si sviluppò affiancandosi in modo importante al Freie Arbeiter Union of Germany.

Milly era una donna coraggiosa, sempre pronta a difendere le proprie convinzioni. E lo dimostrò sia durante la Prima Guerra Mondiale che in molteplici altre occasioni. Quando, durante la guerra, il governo inglese emise un decreto che obbligava tutti gli immigrati russi in Inghilterra ad arruolarsi nell’esercito britannico, pena la deportazione in Russia, Milly aderì subito al movimento di protesta e fu prontamente arrestata. L’avvocato difensore messo a sua disposizione presentò, senza consultarla, una petizione in cui tentava di assolverla da tutte le colpe di cui era accusata. Milly ne venne a conoscenza soltanto quando il caso fu discusso in tribunale. Immediatamente protestò: “Sono grata al mio avvocato per le sue buone intenzioni, ciononostante dichiaro che esprimerò apertamente le mie convinzioni accada quel che accada. Credo che la voce della propria coscienza sia l’unico vero foro di giustizia”. Questa schietta dichiarazione le costò 2 anni e mezzo di prigione, ma persino i suoi giudici dovettero riconoscere e rispettare la sua onestà ed il suo coraggio.

Quando due persone condotte l’una incontro all’altra dal destino condividono una storia così lunga come la nostra, pian piano diventano inseparabili. E questo accadde anche a noi. Ogni qualvolta si nominava l’uno, veniva evocato anche l’altro. E così diventammo la “romantica coppia”, come per scherzo ci chiamò una volta il nostro amico spagnolo Tarrida del Marmol.

Era inevitabile che sarebbe arrivato il giorno in cui uno di noi due avrebbe dovuto lasciare l’altro. Ma tale realtà, benché razionalmente accettata, non può mitigare il dolore della perdita. So soltanto che, assieme a questa donna meravigliosa, è mancata una parte di me che nessuna eternità potrà restituirmi. L’abbiamo in realtà persa un po’ tutti perché, con Milly, è venuta meno una delle ultime rappresentanti della vecchia guardia, qualcuno che ha contribuito per 60 anni della sua vita ad una causa che non morirà mai finché ci sarà vita umana sulla terra.

Ciò che rappresentava per me, personalmente, davvero non so dirlo. Ci sono momenti nella nostra vita in cui le parole diventano prive di significato in quanto non riusciranno mai ad esprimere i nostri sentimenti più profondi. Durante i lunghi e pur così brevi anni della nostra unione, ho ricevuto tutto ciò che di meglio e di più sincero questa donna avesse da dare, e di questo devo esserle grato.

Ella morì così come aveva vissuto, serenamente, con coraggio e dignità. Durante gli ultimi 10 mesi si ammalò spesso, ma si riprese sempre. Pian piano però le sue forze cominciarono a venir meno e si sentiva sempre molto stanca. Le visite dei medici divennero sempre più frequenti.

Ciononostante, di tanto in tanto sembrava rinvigorita, e questo ci infondeva nuova speranza. Nelle ultime settimane respirava con difficoltà, ed io credo che in cuor suo sentisse avvicinarsi la fine, ma cercava di nasconderci il suo sentire, nel tentativo di alleviare la nostra preoccupazione. Il dottore pensava che le sue difficoltà respiratorie dipendessero dall’arteriosclerosi. Una volta, in un breve momento di maggior energia mi disse: “Spero di poter vivere ancora un anno o due, per poter vedere Philip crescere ed prosperare”. Amava nostro nipote con tutta la tenerezza di cui era capace. Le sue parole mi colpirono profondamente. Non dissi nulla ma percepii chiaramente ciò che stava attraversando il suo animo.

Due settimane prima della morte, iniziò la vera e propria agonia. Respirava talmente a fatica che decidemmo di portarla in ospedale. Sentivo ciò che stava per accadere ed il mio cuore era tramortito. Quando io, Polly e Fermin l’andammo a trovare la mattina successiva, la trovammo nella tenda ad ossigeno. Ci sorrise quando entrammo e mi chiese di aprire le tende. Poi ci baciò teneramente e notando lo sguardo triste di Fermin gli chiese: “Che succede Fermin?

Mio caro ragazzo, non devi essere triste”. Poi mi gettò le braccia al collo e con una voce debole ma chiara mi disse: “Combatterò sino alla fine mio caro, e se soccomberò saprai che non è stato per colpa mia”. Poi ci baciò tutti con sentimento, come se ci volesse salutare, e sprofondò sul cuscino. Abbandonammo la stanza in silenzio, lasciandola riposare. Quando tornammo dopo due ore, era ancora nella stessa posizione, ma già in stato di incoscienza. La pressione arteriosa stava scendendo: un’ora dopo spirò.

Morì il 23 novembre 1955 e fu cremata il 27 novembre, secondo le sue volontà. Una volta, affrontando per caso questo argomento, ella disse in parte scherzando: “Probabilmente per chi muore è indifferente ciò che accade di lui dopo la morte, ma io trovo meraviglioso essere consumata dalle fiamme, poiché il fuoco è un elemento puro. La mia sensibilità mi rende orribile e ripugnante il pensiero di essere mangiata dai vermi nella tomba”. Aveva ragione. Abbiamo vissuto insieme per quasi sessant’anni e le mie ceneri saranno unite alle sue quando verrà il mio momento.

La notizia della sua morte si diffuse presto in tutto il mondo. Messaggi di condoglianze giunsero da quasi ogni paese.

Vecchi amici, gruppi libertari, sindacati ed altre organizzazioni: tutti inviarono espressioni di simpatia. Fui colpito dalle tante cose gentili che furono dette sulla mia compagna di così tanti anni. Mi aiutarono ad alleviare il sentimento di abbandono che mi sopraffece in quelle ore così difficili della mia vita. In momenti simili è davvero un bene poter confidare sull’amicizia di persone affezionate. Comunque, non voglio che nessuno si preoccupi del mio futuro. Non sono disperato e sarò ancora in grado di affrontare la vita come ho sempre fatto. Uno dei miei amici più cari, che ben comprendeva il rapporto d’intimità esistente tra me e Milly, mi scrisse: “Tu e Milly avete vissuto così intensamente l’uno per l’altra che non sarà possibile allontanarla da te completamente”. Queste parole colpirono nel segno perché dicevano una grande verità. Dovrò riorganizzare la mia vita, ma Milly rimarrà per me l’ispiratrice che è sempre stata. Sin dall’inizio si era fortemente interessata al mio lavoro e solo pochi mesi prima di morire quando ebbi l’opportunità di riprendere il mio lavoro interrotto, mi aveva detto sorridendo: “Il ticchettio della tua macchina per scrivere è musica per le mie orecchie”. La sua infinita devozione rese possibile il pieno sviluppo delle mie capacità creative, e resterà un’ispirazione anche per il futuro.

Posso affermare senza falsa modestia di aver sempre avuto la forza di affrontare qualunque avversità, ma non ho mai pensato a me stesso come ad un eroe, né tanto meno come ad un martire, in quanto in entrambi c’è qualcosa di estraneo alla mia natura. Ho resistito alle sofferenze ed alle avversità perché dovevo, non di certo perché lo volessi. Non sono né più forte né più debole di tanti altri. Continuerò a lavorare, e non perché voglia sminuire il mio dolore quanto perché ciò mi aiuterà a sopportarlo, ed anche perché ho l’assoluta certezza che anche Milly lo avrebbe desiderato.

La sofferenza profonda dovrebbe purificare un uomo, indirizzandolo all’introspezione e rendendolo più mite e sensibile. Dovrebbe rendere più profondo il suo intelletto e rafforzare il suo carattere. Ma quando l’angoscia distrugge il suo morale, le sue capacità di resistenza si sgretolano e viene meno l’energia necessaria per andare avanti. Allora la sofferenza può diventare un tiranno che imprigiona la forza di volontà e la deruba dei suoi propositi. Ed io non ero preparato a tutto questo.

Milly ed io amavamo la vita perché ci aveva regalato così tanta felicità, così tanta bellezza e ci aveva aperto prospettive così generose, tali da compensarci abbondantemente di tutta la miseria, le privazioni e la grigia monotonia del quotidiano.

Calderon può aver avuto ragione nell’affermare: “Y toda la vida es sueño” – e tutta la vita non è altro che un sogno, poiché tutte le cose sono fugaci e soggette all’eterno ed inesorabile scorrere del tempo. Ma è l’uomo che conferisce forma e sostanza a questo sogno. Ed esso può diventare tanto un’esperienza luminosa quanto un’incubo che lo trascina negli abissi.

Pertanto io continuerò a lavorare, a creare, a sperare e a combattere, proprio come ho sempre fatto con Milly al mio fianco. So di non aver sprecato la mia vita; e dunque la morte non mi fa paura. Ma ai miei amici e compagni, che mi hanno dimostrato tanto affetto e tenerezza in questi giorni difficili, posso dire soltanto: non scoraggiatevi. Io sono ancora abbastanza forte da sfidare il destino, proprio come avrebbe fatto anche Milly se io fossi mancato per primo. Le parole del poeta recitano ancora per me: “Nella mia vita ho incontrato molte sofferenze e pianto molte lacrime, ma ho conosciuto anche grande felicità e gioia infinita. Ho guardato negli abissi dove dimora l’orrore, ma i miei occhi hanno anche visto azzurre sponde dissimulate in sogni lontani: dimora per l’uomo di aneliti ardenti ed eterna speranza. Io sono pronto a fronteggiare qualsiasi tempesta. Coloro che hanno molto sofferto, meglio comprendono, e non si spezzano al vento come un secco ramoscello”.

Coloro con i quali la vita è stata generosa, dovrebbero accettarne i doni con modestia ed umiltà. E se siamo stati benedetti dal dono di una intelligenza superiore alla media, non dovremmo mai dimenticare quanto poco in effetti conosciamo. Ho dato molto a Milly e lei ha accettato ogni cosa con gratitudine. E lei, d’altro canto, mi ha donato ancora di più. Ha aperto una porta nel mio cuore di cui non conoscevo l’esistenza e che non si sarebbe mai aperta senza di lei.

Attraverso quella porta ho conosciuto la luce del sole, gioiose esperienze ed una pace interiore senza la quale la mia vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. E questo è il motivo per il quale lei sarà sempre con me, lei che è stata la mia compagna nel corso di tanti anni così fecondi e felici. Ella ha fronteggiato senza paure momenti duri e difficili, e nello stesso tempo è stata una tenera madre per nostro figlio. Ella è stata una parte, e sicuramente la parte migliore, della mia vita. La morte ci ha separato fisicamente, ma non potrà mai cancellare la sua immagine dal mio cuore od offuscare il ricordo degli anni preziosi trascorsi insieme.




Fonte: Bibliotecaanarchica.org