Ottobre 13, 2022
Da COMIDAD
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Michel Foucault oggi non avrebbe nessuna difficoltà a spiegare che il potere non va affrontato con concetti antidiluviani come la sovranità o la legittimità, bensì analizzandolo in base alla rete dei cosiddetti “saperi” che regolano la società. Anzi, forse lo stesso Foucault sarebbe sconcertato dai toni troppo vistosi, di auto-parodia, che il fenomeno ha assunto. Ad esempio in Italia una Presidentessa del Consiglio in pectore prende a calci i propri collaboratori ed alleati, per andare a caccia di “competenti”, di “tecnici di alto profilo” da nominare ministri nel suo governo. Andando poi a vedere in cosa effettivamente consiste il crisma dei detentori di “saperi”, ci si accorge che si tratta di conflitti di interesse: sei “competente” perché hai le mani in pasta sia nel pubblico, sia nel privato. I “saperi” sono l’ideologia, la falsa coscienza, ma anche la mappa, di questo intreccio di interessi e di porte girevoli tra potere accademico, potere politico e potere finanziario. Insomma, la parola “tecnico” si traduce in linguaggio concreto come “lobbista”.
Certo, la Meloni è soggetta alla “democrazia del preside”, come i rappresentanti degli studenti nei Consigli di Istituto. Lo scrittore Kurt Vonnegut fu il primo a notare che la democrazia scolastica mostra risvolti inquietanti in grado di illustrarci i meccanismi della  democrazia tout court. Vediamo così il “preside” Mattarella che protegge la Meloni ed incarica il “vicepreside” (Bruno Vespa) di accreditarla e darle importanza davanti agli studenti/elettori. Ecco perciò una Meloni allevata dai potenti che, al tempo stesso, euforizza le masse con i suoi toni da esaltata. Ma, volendo essere realistici, siamo certi che un governo tutto politico cambierebbe qualcosa?
Il ruolo della politica dovrebbe essere quello di scongiurare le emergenze, evitando anzitutto di alimentarle e ponendo invece le basi di un riequilibrio sociale ed istituzionale. In termini pratici oggi ciò significherebbe non imporre razionamenti e nazionalizzare nuovamente l’ENI e l’ENEL. Le scelte da assumere non sono difficili da capire, anche se sarebbero difficilissime da attuare. Già si rischiano scie di cadaveri poiché si approssimano le nomine dei CEO e dei presidenti delle aziende a partecipazione statale, come ENI; ENEL e Finmeccanica/Leonardo; figuriamoci cosa potrebbe accadere se si ventilasse un’ipotesi di nazionalizzazione. D’altra parte ormai i rischi sono ovunque e lo stesso razionamento potrebbe rivelarsi un’avventura senza ritorno persino per chi se lo augura per specularci. Il problema è che negli anni scorsi abbiamo visto politici come Conte o Speranza assumere il ruolo di lobbisti, magari improvvisati e “amatoriali”, ma molto più attivi ed entusiasti dei lobbisti di mestiere. Nell’epoca della lobbycrazia predatoria (o cleptocrazia lobbistica) la politica non è un luogo decisionale autonomo, bensì una sponda ed un acceleratore del lobbying, ed in questa opera di rilancio e rimbalzo si dimostra persino più creativa e zelante dei lobbisti col regolare pedigree della carriera nel Fondo Monetario Internazionale.

Il punto è che il lobbying non è un’attività distinta e separata, il lobbying siamo noi, siamo lobbisti in quanto “occidentali”, per noi fare lobbying è come respirare, non ce ne rendiamo più nemmeno conto. Cos’è il Sacro Occidente? È una fabbrica di pericoli che ci minacciano, di dittatori che vogliono distruggerci, di catastrofi che incombono, cioè una macchina emergenziale, un grande “war business” basato su guerre reali o metaforiche, come la guerra ai virus. Dire che sei “occidentale” è come dire che sei un drogato di emergenza. Il mondo oscuro e mostruoso che alligna al di fuori del Sacro Occidente, è il luogo dove si generano le minacce. Ma anche all’interno del Sacro Occidente possono aprirsi oscure voragini da cui emergono mostruose creature come i no-vax o i tassisti. Invariabilmente però le minacce veicolano affari e gonfiano titoli in Borsa. Magari ci arriva su WhatsApp un video che narra della tale emergenza o della nefandezza di questo o quel regime, e subito lo rilanciamo; crediamo che il nostro sia impegno civile, mentre in effetti stiamo facendo lobbying anche noi. Federico Rampini ammonisce gli “occidentali” di non farsi venire sensi di colpa, ma in effetti qui non si tratta di sentirsi colpevoli, semmai di sentirsi presi per i fondelli da lobbisti che ti derubano e, al tempo stesso, ti fanno lavorare gratis per loro.
Lo status di “occidentali” ci fornisce però il privilegio di un piedistallo morale dall’alto del quale giudicare gli altri, ed anche questa è una droga a cui sarebbe arduo rinunciare. C’è poi l’imbecille professionista che cerca di ricondurre il miscredente al politicamente corretto, ed è pronto ad ammonirci di non essere indulgenti con i nemici del Sacro Occidente, di non cadere nella tentazione di considerare il nemico del mio nemico come nostro amico. Si tratta di capire però se questi nemici esistono davvero, cioè se la paranoia occidentalista abbia un riscontro oppure sia del tutto strumentale. Dove sarebbero infatti queste sfide ideologiche ed alternative di sistema nei confronti del Sacro Occidente?

Anche nei Paesi più oscurantisti splende infatti il lume del business, e questo lume è tenuto acceso dal Sacro Occidente. Tra gli azionisti della multinazionale russa Gazprom ci sono non soltanto i soliti Blackrock e Vanguard Group, ma anche il fondo di investimento del governo norvegese, Norges Bank. La Norvegia è il Paese che ha espresso l’attuale segretario della NATO Stoltenberg, quello che, secondo il generale Tricarico, straparla e butta benzina sul fuoco senza che ci siano state consultazioni o decisioni comuni tra gli “alleati”. La Norvegia è il Paese europeo che oggi trae i maggiori vantaggi dalla crisi del gas, ma non ha mai cessato di trarre profitti anche dai rapporti con la Russia, persino nel periodo dell’inasprimento delle sanzioni dal 2014 in poi.
Un altro “nemico” che è fatto oggetto di ossessiva narrativa mediatica è l’Iran. Ma davvero è un progresso credere ad Enrico Mentana invece che a Maometto? Potremmo pensare che gli eventi narrati ed i relativi tafferugli siano autentici, se davvero l’Iran fosse questo regime puro, duro e tradizionalista che ci viene presentato. Le “rivoluzioni arancioni” sono fabbricate dalle ONG, ed altre ONG dei diritti umani si fanno carico della narrativa a riguardo; ma l’Iran continua ad essere un paradiso di queste organizzazioni, che sono un notevole veicolo del traffico internazionale di capitali. ONG e fondazioni non profit sono un modo per fare business all’ombra degli ideali e, dovunque si insediano creano una rete di interessi; inoltre reclutano manovalanza e quindi creano dipendenza economica in settori poveri della popolazione. Secondo uno studio (peraltro dai toni entusiastici e promozionali) elaborato dall’Università di Teheran la crisi del Covid è stata affrontata attraverso la collaborazione del governo con le ONG. C’è persino tutta una “sinergia” tra ONG iraniane e straniere. Insomma, anche se i vaccini sono stati pochi in Iran, i business legati al Covid non sono mancati.
Le ONG occidentali sono presenti in Iran da decenni. Già all’inizio degli anni 2000 se ne calcolavano novantadue soltanto tra quelle del Regno Unito, un Paese che ufficialmente è uno dei più ostili all’Iran. In altri termini, il Sacro Occidente può permettersi di essere così aggressivo proprio perché non deve temere sfide ideologiche e modelli alternativi al sistema lobbistico/cleptocratico.




Fonte: Comidad.org