Novembre 18, 2021
Da Il Manifesto
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Un ragazzo su un’Ape gira in tondo su un campo sterrato, fangoso, più volte, guida e si sporge dal piccolo mezzo, poi si ferma, il suo volto in primo piano osserva fuori dal finestrino. Inizia così, «dal di dentro», con una scena di sapore herzoghiano, Sacro moderno, esordio nel lungometraggio di Lorenzo Pallotta (in visione questa sera al festival Filmmaker di Milano, inserito nella sezione Prospettive riservata ai cineasti under 35). La scena successiva, di altrettanta intensa e struggente bellezza, contestualizza la prima, con una lenta panoramica che da un paesaggio roccioso avvolto nella nebbia si sposta a scoprire un paesino arroccato tra le montagne, visto da lontano. Uno sguardo «dal di fuori», sulle voci di un canto popolare.

CON SINTESI esemplare Pallotta ci introduce in quel piccolo mondo antico scelto come set di un film che di-segna un luogo in via di sparizione, un paese che si sta spopolando, escluso dai servizi, isolato, senza ufficio postale, scuola, corriera, abitato ormai quasi soltanto da anziani, e che cerca di resistere con le proprie tradizioni da mantenere in vita, da coltivare, fin quando sarà possibile. Ci troviamo nel comune montano di Intermesoli, in Abruzzo – e viene in mente un altro sparuto villaggio e un altro giovane personaggio, quelli filmati da Francesco Fei ne La regina di Casetta. Difficile, per Simone, il ragazzo di Sacro moderno, e per Gregoria, l’adolescente de La regina di Casetta, (rimanere a) vivere in posti così disagiati eppure talmente amati. Prima o poi, a malincuore, si dovrà partire. Agli anziani Pallotta dà subito la parola per inquadrare una condizione di vita aspra che non potrà, dice uno di loro, continuare a durare a lungo.

«SACRO MODERNO» – il cui titolo si riferisce proprio a queste due anime contrastanti di fronte alla realtà dei fatti, il sacro di una cultura finora tramandata da una generazione alla successiva, e il moderno che costituisce un inevitabile richiamo verso un altrove – mette in scena un contrasto così potente con un’osservazione attenta dove le persone diventano personaggi di un racconto, parte di una sceneggiatura, di una rappresentazione filmica in cui si è se stessi e recitanti. E così, accanto a Simone, emerge la figura ieratica del pastore Filippo, che vive da solo, compie rituali nella sua casa o in chiesa, accudisce con amore un agnello, ha un rapporto, filiale o «erotico», con gli animali, nel prendersi cura di loro, accarezzarli, esplodendo la sua rabbia e disperazione quando l’agnello gli viene sottratto per il sacrificio pasquale. Quelle di Sacro moderno sono immagini attraversate da un persistente filo di tensione visiva e sonora, da uno sguardo che plasma le materie della natura e dei corpi, da interventi musicali in radicale sintonia con quanto è mostrato (le musiche originali sono di Freddie Murphy e Chiara Lee). Pallotta trasmette la verità dei luoghi, gli umori del clima, la carnalità dei riti (la processione notturna con le fiaccole attorno a un falò per inaugurare il nuovo anno e bruciare, per buon auspicio, le cose vecchie, la via crucis fatta dagli abitanti lungo i sentieri con Simone/Gesù che porta la croce). Sacro moderno sa di terra, di fuoco, di aria, è rurale, contadino, ruvido e sensuale, denso e rarefatto, e consegna al cinema italiano una voce nuova e potente, portatrice di una «visione» al tempo stesso spirituale e concreta.




Fonte: Ilmanifesto.it