Novembre 20, 2021
Da Il Manifesto
46 visualizzazioni


Romeo Lucchese, nell’introduzione al mastodontico progetto delle Opere poetiche intrapreso da Lerici in tre volumi tra il 1960 e il 1969, racconta come, alla notizia del conferimento del Nobel assegnato a Saint-John Perse, le redazioni culturali dei più importanti quotidiani e settimanali italiani si fossero trovate in imbarazzo, in quanto il suo profilo era pressoché sconosciuto alla maggior parte degli addetti ai lavori. Era il 1960 e, da allora, la conoscenza nel nostro paese di quest’autore anomalo, originario della Guadalupa, all’epoca settantatreenne, è rimasta piuttosto circoscritta, essendo confinata in quel limbo di poeti considerati difficili, dal dettato criptico, come se la qualità di un testo si basasse sulla sua effettiva fruizione e comprensibilità (consapevole di tale scarto l’autore aveva scritto in Segnali di mare: «Mi hanno chiamato l’Oscuro e abitavo lo splendore»). Si segnala al riguardo qualche iniziativa isolata, come quelle delle Edizioni dell’Orso e Crocetti che, nell’arco di un decennio, hanno proposto rispettivamente Uccelli (2006), sequenza concepita per omaggiare Braque, e I poemi provenzali (2016), comprendente Cronaca e Canto per un equinozio. A questi lavori, riguardanti addentellati ancora poco conosciuti dell’opus poeticum, vanno idealmente accostati i due titoli pubblicati da Medusa: alle Lettere a mia madre dalla Cina (2016) che raccoglie un florilegio di missive scritte tra il 1917 e il 1921 durante il lavoro diplomatico compiuto in quel paese, sulle orme del suo mentore Claudel («Io onoro i vivi, ho una faccia fra voi» scrive nella Chanson du présomptiv), si aggiunge ora L’ossessione celeste Lettere, memorie, discorsi («Le porpore», pp. 160, € 17,50), ben curato e tradotto da Laura Madella. Si tratta di una serie di interventi promiscui, perlopiù inediti in italiano, ricavati dalla sezione «Discours, hommages, témoignages» presente nel volume delle Œuvres complètes, edito nel 1972 nella Pléiade di Gallimard, curato in forma non dichiarata dall’autore e, per volontà dello stesso, privo di alcuno scritto introduttivo (ampi stralci dalle esegesi di Paulhan e Caillois si ritrovano comunque nelle note).
È quanto mai avvertibile, anche a una lettura non organica della sua opera, un’indiscussa fedeltà a temi e stilemi, soprattutto in ambito poetico, che dagli Éloges si sviluppa lungo un tracciato severo e rigoroso cadenzato da raccolte come La gloire des Rois, Anabase, Exil, Vents, Amers, Chronique, Oiseaux, Chant pour un équinoxe. Le sequenze di Perse si dipanano con l’apparente immediatezza di una scrittura stenografica: parole in balìa di vento, neve, siccità, burrasche. Tali elementi nulla concedono sul piano virtuosistico, situandosi in una dimensione ontologica che non disdegna l’ausilio delle discipline più composite, facendo spesso ricorso all’universo degli archetipi: dalla mitologia all’antropologia, dalla geologia all’ornitologia, dalla botanica all’araldica, persino al diritto. Lo stesso Lucchese, traducendo termini di derivazione scientifica, opta per una sorta di calco che depaupera la sua resa. Quasimodo non esiterà a dichiarare come Saint-John Perse sia stato affrontato in italiano «assai mediocremente»; fa eccezione l’Anabasi ungarettiana, originariamente pubblicata sulla rivista «Fronte» nel 1931, poi confluita nelle Traduzioni delle Edizioni di Novissima nel 1936 e accolta nel succitato progetto di Lerici.
L’assiduità con cui Perse rivendica la peculiare architettura dei suoi poèmes en prose costituisce un decisivo passaggio lungo quella dorsale che dalla Saison en enfer rimbaldiana approderà ai risultati di Ponge, Char, finanche di Bonnefoy, nonostante l’armamentario metrico in cui si dispongono catene di alessandrini, ottonari, dodecasillabi sia più complesso e articolato. Si rimanda a ciò che scrisse a tal proposito Giorgio Cittadini nell’introduzione ai Poemi provenzali accennando alla frequenza con la quale si delineano metagrammi, allitterazioni e rime occasionali all’interno di un flusso linguistico che presenta i connotati di una colata lavica inarrestabile. Ma, nonostante la loro innata enigmaticità, i cicli poetici di Perse mantengono una loro misurata eleganza, diramandosi sulla pagina con la naturalezza di un’alga che assecondi con i suoi movimenti sinuosi il flusso della marea.
A ciò si deve aggiungere il tentativo compiuto dal poeta di mitizzare alcune vicissitudini di taglio biografico, a proposito delle quali Joëlle Gardes parlerà di un «lavoro di sceneggiatura» declinato alla terza persona, sotto il vero – ma quasi inverosimile – nome di Marie-René Alexis Saint-Leger Leger. Eppure, la biografia di Perse non avrebbe avuto bisogno di essere rimaneggiata, essendo naturalmente votata al viaggio e alle frequentazioni poco comuni (da Gide a Conrad che, peraltro, confessò di conoscerlo in maniera piuttosto superficiale). Si ricordi inoltre l’opposizione manifestata al regime hitleriano che, dopo Vichy, lo costrinse a interrompere la carriera diplomatica scegliendo l’esilio americano, dove troverà sostegno nell’operato di Archibald MacLeish.
L’ossessione celeste, titolo ricavato dal discorso tenuto per Dante nel 1965 a Firenze, non privo di una certa retorica, si configura come una variegata lezione di poetica, basata sul confronto con l’opera di sodali d’eccezione come Jacques Rivière, Valéry Larbaud, André Gide, Roger Caillois, Paul Claudel, Léon-Paul Fargue, Jean Paulhan, Alain Bosquet, René Char, a cui vanno aggiunte figure internazionali di rilievo come Stravinskij, Tagore, Victoria Ocampo, Borges (ma non mancano cammei atipici, come quelli rivolti ad Adrienne Monnier e Nadia Boulanger). L’approccio con questi autori assume le dimensioni private della lettera o del più specifico omaggio, quando non addirittura dell’epicedio, come nel caso di In memoria di Valéry Larbaud, laddove si rimarca il paradosso riguardante la patologia che privò del linguaggio l’autore di La lettura, un vizio impunito, appena riproposto dalla stessa Medusa, che parlava correntemente inglese, tedesco, italiano e spagnolo (si pensi, in tal senso, anche al saggio sulla traduzione del 1944 Sous l’invocation de saint Jérôme, tradotto da Sellerio nel 1989 con il titolo Sotto la protezione di san Girolamo).
Alla base di questi interventi c’è sempre una particolare forma di empatia con l’autore indagato, una sorta di rapporto privilegiato che si consuma alla fiamma di un atto di fede nella poesia, concepita alla stregua di un’entità astratta, nonostante la tendenza alla contaminazione con le più svariate discipline, tanto da far asserire a Anders Oesterling che «i suoi cicli poetici ricordano quelle grandi conchiglie marine dalle quali pare effondersi una musica cosmica». Si istituisce con i suoi corrispondenti un proficuo rapporto di scambio, che non intende avere nessun intento autoreferenziale, ma che rappresenta un tentativo di approfondimento fondato sulla stima reciproca. Caillois, per esempio, si dedicò a più riprese ad analizzare quest’opera, raccogliendo i suoi interventi critici in Poétique de Saint-John Perse, pubblicato da Gallimard nel 1972, mentre Alain Bosquet dedicò all’autore una monografia nella collana dei «Poètes d’aujourd’hui» di Pierre Seghers. In questo contesto vanno letti anche i contributi su Eliot e Ungaretti che tradussero, nelle rispettive lingue di appartenenza, le fantasmagoriche cadenze di Anabase. Del poeta inglese è proposta la traduzione di A penny for the old Guy («Nous sommes les hommes sans substance, / Nous sommes les hommes faits de paille») mentre all’autore dell’Allegria viene reso omaggio tramite un lapidario ma significativo messaggio. Non mancano esiti più articolati, come quelli riguardanti Gide o Fargue, le piéton de Paris, di cui si mette in rilievo un’attività poetica «fatta di scarti e contrazioni, dove le ustioni dell’anima si alternano a strappi rallentati».
L’allocuzione riguardante il conferimento del Nobel contestualizza la figura del poeta, da molti reputata anacronistica, in un ambito sociale sempre più irretito nelle spire di scienza e tecnologia, nonostante «ogni creazione dello spirito nasca “poetica”». A tale intervento bisognerebbe idealmente associare quello Sull’«espressione poetica francese», in cui Perse ribadisce la differenza tra la lingua inglese, «molto sostanziale e sensoriale, e dunque plastica e specifica», e il francese, fatto per essere interiorizzato, metabolizzato, a scapito di recitazione e letture pubbliche.




Fonte: Ilmanifesto.it