Febbraio 9, 2022
Da Il Manifesto
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Nel 2014 escono due film dedicati a Yves Saint Laurent, entrambi francesi. Quello diretto da Jalil Lespert porta nel titolo il nome e il cognome dello stilista che consacrò con la sua arte la donna e trova immediata uscita nelle sale italiane. L’altro, Saint Laurent, firmato da Bertrand Bonello, in Italia rimane privo di distribuzione (come molti film del cineasta nato a Nizza nel 1968, uno degli autori più magmatici del cinema d’oltralpe contemporaneo, si pensi a testi come Le pornographe, interpretato da Jean-Pierre Léaud, e L’Apollonide). Ora si potrà vederlo all’interno dell’omaggio che il cinema Massimo di Torino riserva a Louis Garrel (fino al 16 febbraio). Una rassegna per immergersi nel lavoro davanti e dietro la macchina da presa di un figlio d’arte (il padre è Philippe Garrel) che negli ultimi vent’anni si è ritagliato un posto di primo piano nel cinema francese (tra i film inseriti nel programma torinese c’è anche un altro inedito in Italia, il meraviglioso Non ma fille, tu n’iras pas danser, del 2009, di Christophe Honoré).

MA TORNIAMO a Saint Laurent. Qui Louis Garrel è Jacques de Bascher, amante di Yves (nel cui ruolo c’è Gaspar Ulliel, scomparso tragicamente il 19 gennaio di quest’anno a 37 anni in un incidente mentre sciava). Conosciutisi a una festa, Yves e Jacques vivranno una profonda relazione, nel lusso degli appartamenti come negli incontri al buio di notte nei giardini, interrotta bruscamente dal compagno di una vita dello stilista, Pierre Bergé. Ma Jacques, dai gesti di un dandy fuori dal tempo, e che morirà di Aids, rimarrà per sempre «dentro» Yves. Il loro primo incontro avviene a film inoltrato in un’opera che sembra aderire a un percorso didascalico concentrandosi in un periodo specifico della vita di Yves Saint Laurent, dal 1967 al 1976. Ma non è così. E Bonello lo dichiara fin da subito. Dopo una scena ambientata nel 1974 (alla quale si tornerà) retrocede al 1967 (le date sono a tutto schermo) e avanza negli anni successivi seguendo il lavoro creativo e le esperienze personali di Saint Laurent. La cronologia è però un pre-testo, gli split-screen (usati benissimo) servono a introdurre altri elementi, a mettere in relazione la rivoluzione operata dallo stilista nella moda con avvenimenti e manifestazioni mondiali che rivoluzionarono la fine degli anni Sessanta (in montaggio veloce scorrono immagini di Jan Palach, Belfast, le proteste per la liberazione di Bobby Seale, le Black Panthers, il Vietnam…).

BONELLO NON FA COSÌ un film biografico tradizionale, costruisce una struttura apparentemente lineare e quando ci si è abituati a essa la fa esplodere, la manda in frantumi. Negli ultimi tre quarti d’ora (di un film che dura due ore e mezzo) lo stile cambia, non ci sono più date, le scene sono più brevi e il «tempo» sparisce. Accanto al Saint Laurent giovane si affaccia e prende spazio quello anziano, malato, rinchiuso nella propria dimora – nei cui panni c’è uno straordinario Helmut Berger (e nel ruolo del suo maggiordomo, con l’aplomb di sempre, il regista marocchino Faouzi Bensaïdi). Si crea un flusso reso con esemplare naturalezza, il presente è diventato ricordo, e viceversa.

E IN QUESTA partitura visiva espansa e contratta c’è posto per dettagli struggenti (Jacques malato, la morte di un’amica per overdose) e per le «visioni» di Yves (attorniato da serpenti, immaginare di entrare nel quadro che ritrae la stanza di Proust e sdraiarsi in quel letto) in un crescendo mélo. Ci si chiede allora se tutto il film non sia un lungo e rapsodico flash-back di Yves alla fine della sua esistenza, «diva» sul viale del tramonto che ripensa una vita intera, infanzia inclusa. E, in un passaggio metafilmico commovente, reso come «en passant», ecco Helmut Berger guardare in tv La caduta degli dei, ripensarsi/rivedersi nella sua carriera d’attore nel corso del tempo. Saint Laurent è fatto di illuminazioni, di tocchi fassbinderiani, che entrano in campo con discrezione e si imprimono nella memoria.




Fonte: Ilmanifesto.it