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Nei giorni scorsi escursione lungo i sentieri di Monte Mauro, nel ravennate, “per ribadire la necessità di salvaguardare questo bene comune da un destino di distruzione a tempo indeterminato e ricatto occupazionale”, visto il rischio di vedere ampliare una cava dopo 60 anni di estrazione.

12 Maggio 2021 – 12:33

di Luca Pisani* – fotografie di Gianluca Rizzello

Domenica 9 maggio oltre un centinaio di persone hanno attraversato i sentieri di Monte Mauro per un’escursione guidata incentrata sul tema della geodiversità della Vena del Gesso e per ribadire la necessità di salvaguardare questo bene comune da un destino di distruzione a tempo indeterminato e ricatto occupazionale, che lascerà ai territori solo una montagna lacerata. In programma per il prossimo futuro una serie di numerose iniziative che termineranno il 20 giugno con una mobilitazione pubblica nei pressi di Borgo Rivola (RA), dove si apre la cava.

Nella Vena del Gesso a Monte Tondo, tra i comuni di Riolo Terme e Casola Valsenio (RA), opera fin dal 1958 una grande cava di gesso. Si tratta di una zona carsica dove sono presenti oltre 10 chilometri di grotte sotterranee, numerose emergenze archeologiche, faunistiche e floristiche, protetta dalle normative della rete Natura 2000 e sita all’interno dell’Area Contigua del Parco Regionale della Vena del Gesso. L’estrazione del gesso lungo gli affioramenti dell’appennino settentrionale ù stata esercitata da piccole cave ad uso familiare e una pletora di cave di medie dimensioni a carattere industriale, nate all’inizio del secolo scorso. Nel 1989, con la chiusura di queste piccole realtà estrattive, venne deciso di concentrare lo sfruttamento in una realtà unica a Monte Tondo, gestita da una grande impresa a carattere nazionale prima, e multinazionale poi.

Se la scelta del polo unico ha interrotto l’attivitĂ  estrattiva nelle altre zone dei gessi emiliano-romagnoli, ha perĂČ determinato un intenso sfruttamento dell’area di Monte Tondo, tanto che la Grotta del Re Tiberio, di rilevante interesse naturalistico, speleologico ed archeologico, Ăš stata pesantemente danneggiata. I sistemi carsici presenti nella montagna sono stati intercettati dalla cava e, a seguito di ciĂČ, l’idrologia sotterranea Ăš stata deviata e drasticamente alterata. Anche le morfologie carsiche superficiali sono state in massima parte distrutte.

L’ultimo Piano delle AttivitĂ  Estrattive approvato, tenuto conto del volume di materiale estratto fino al 2008 e di puntuali stime redatte dall’Arpa, garantiva un periodo di attivitĂ  estrattiva fino al 2032. Questo lungo lasso di tempo sarebbe certo piĂč che sufficiente – se vi fosse volontĂ  – per riconvertire l’attivitĂ  produttiva e cosĂŹ azzerare, o quanto meno mitigare, le conseguenze sociali e occupazionali dovute alla cessazione dell’attivitĂ , che impiega circa un’ottantina di addetti.

Nulla perĂČ Ăš stato fatto da 20 anni a questa parte e questa grave negligenza, in primis da parte degli enti locali e i governanti del territorio, Ăš segno di un colpevole disinteresse per la salvaguardia della Vena del Gesso. Oggi, la multinazionale Saint Goibain Spa chiede un ulteriore ampliamento dell’area e delle quantitĂ  estraibili, motivata da propri interessi economici, da approvare nel prossimo Piano.

La rete “Salviamo la Vena del Gesso”, promossa dalla Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna e sostenuta da Club Alpino Italiano (Cai), Società Speleologica Italiana (Ssi), Legambiente Faenza, Wwf Ravenna, Extinction Rebellion Faenza, Fiab Faenza, ha da alcuni mesi iniziato una campagna di informazione e mobilitazione per contrastare questa ipotesi di ampliamento e chiedere la chiusura della cava dopo oltre sessant’anni di estrazione.

Immagini – Cava di Monte Tondo

*Federazione speleologica regionale dell’ Emilia Romagna

Salviamo la Vena del Gesso




Fonte: Zic.it