Marzo 15, 2022
Da Il Manifesto
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È un’emozione paragonabile a quella che si prova quando delle registrazioni inedite illuminano nuovi aspetti dell’arte e della personalità di un grande jazzman: solo che in questo caso non si tratta di reperti musicali ma di testi, a volte vergati a mano, spesso dattiloscritti. Con il felice titolo Un lampo a due dita, la collana Chorus della Quodlibet ha il merito di mettere finalmente a disposizione del lettore di casa nostra (322 pp., 25 euro) una scelta di scritti di Louis Armstrong meticolosamente curata da Thomas Brothers e pubblicata nel ’99 dalla Oxford Univeristy Press (titolo originale: Louis Armstrong in His Own Words. Selected Writings): l’edizione italiana è un’impresa che ha richiesto un lavoro complesso e certosino da parte del traduttore Giuseppe Lucchesini e del curatore e prefatore Stefano Zenni.
«Sei anche uno scrittore, Louie?», chiede ad Armstrong – che ha appena detto di essere fiero della sua «capacità di parlare e scrivere in buon inglese» – il conduttore di una intervista radiofonica negli anni quaranta; e Armstrong: «Diavolo! Sono un lampo a due dita sulla mia macchina per scrivere portatile». Macchina da scrivere che Armstrong aveva l’abitudine di portare con sé anche nelle sue tournée, assieme – come confermava nella stessa intervista – ad un vocabolario e a un dizionario dei sinonimi e contrari.

LA SCOPERTA del rilievo del Louis Armstrong scrittore risale alla fine degli anni ottanta, e poi un decennio dopo è arrivato questo libro, con un notevolissimo florilegio delle diverse forme e destinazioni prese, lungo un arco di tempo che va dai primi anni venti alle soglie della morte (1971), dalla intensa attività di scrittura di Armstrong: lettere a conoscenti, giornalisti, fan, e al suo manager, articoli per riviste specializzate, e corposi testi autobiografici. L’introduzione e l’apparato di note di Brothers sono fra l’altro preziosi per mettere in chiaro quanto le due autobiografie ufficiali di Armstrong (1936 e 1954) debbano essere considerate farina del suo sacco: a proposito della prima, uscita quando Satchmo aveva trentacinque anni, nell’intervista di cui sopra Armstrong dice: «forse non era un capolavoro letterario, ma ogni parola è mia».
L’importanza di Armstrong per l’evoluzione della sensibilità artistica del novecento e per la stessa percezione di sé che il secolo scorso ha avuto, ha pochi paragoni: si colloca all’altezza – per fare solo un nome – di quella di Picasso. Quindi poter toccare con mano la passione per la scrittura – perché di questo si tratta – di una figura del genere è di per sé un fatto straordinario: una passione che rappresenta fra l’altro una potente smentita di una certa immagine di Armstrong. Ma i motivi di interesse degli scritti presentati da Brothers sono molteplici.
Intanto, per quanto riguarda i decenni che ha attraversato, Armstrong è un caso di dedizione alla scrittura certamente unico fra i protagonisti più significativi del jazz, ma anche con pochi termini di confronto in altri ambiti musicali. Poi quello che Satchmo ha fissato sulla carta è una miniera che arricchisce moltissimo la nostra conoscenza non solo dell’uomo Armstrong e della sua vicenda, ma anche degli scenari in cui la sua esperienza ha avuto snodi cruciali, e di tutta un’epoca americana: Armstrong ha una formidabile capacità di portarci «in situazione», seguendolo nella New Orleans in cui da bambino/adolescente lavora con una famiglia ebrea a cui restò poi legato, o nella Chicago anni venti che ci fa vedere con gli occhi di un giovane arrivato dal Sud e che si accorge che nella nuova realtà anche lui sta cambiando.

E ARMSTRONG è avvincente ed estremamente spassoso, per quello che racconta e per lo stile che ha nello scrivere, e di stile ne ha da vendere. Ha anche delle fantastiche idiosincrasie, come parole sottolineate, maiuscole usate in maniera non convenzionale, apostrofi e virgolette doppie all’inizio o alla fine di una parola: un po’ come un jazzman che suonando mette nella musica una pronuncia personale, delle particolari invenzioni ritmiche o timbriche. Spesso poi lo spirito dell’improvvisazione sembra impossessarsi della scrittura: e allora davvero leggere Armstrong è come ascoltare del jazz che ti dà il senso della creazione estemporanea, il brivido dell’imprevisto. Succede anche in una lettera al suo manager: Louis potrebbe limitarsi a chiedere a Joe Glaser di fare determinati pagamenti a persone che gli premono, ma la lettera diventa un fuoco d’artificio di rivelazioni di avventure extraconiugali, di riflessioni su di sé, di associazioni di pensieri, di considerazioni sul suo rapporto con il manager: è come un lungo assolo, a ruota libera e a rotta di collo, si potrebbe dire un Armstrong free jazz. All’inizio della lettera Armstrong si scusa di dover scrivere a mano, perché la macchina da scrivere gli è caduta e si è rotta: «E sì che volevo swingarti di brutto di Ticchettii».
È stato inventariato un migliaio di lettere di Armstrong, ed esiste il dattiloscritto originale della sua seconda autobiografia, che fu sottoposto ad editing ed emendato da riferimenti a problematiche razziali: c’è da augurarsi che in futuro altri scritti di Armstrong arrivino a swingarci di Ticchettii.




Fonte: Ilmanifesto.it