Ottobre 25, 2021
Da Non Una Di Meno Firenze
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La storia di Luana D’orazio ci ha insegnato che per i padroni delle fabbriche le nostre vite valgono l’8% in più sulla produzione, le mille storie che vengono raccontate ogni giorno ci insegnano che per molti uomini e, tristemente, anche per alcune donne le nostre vite valgono meno di zero.
L’immaginario del sindacato classico ci dipinge invece come uguali ai nostri colleghi uomini, e le vertenze portate avanti spesso si limitano a trattare temi come la busta paga e la quantità di ore passate sul posto di lavoro, quando invece come sappiamo bene noi non smettiamo mai di lavorare e produrre, subendo un trattamento sempre dispari rispetto ai nostri colleghi.
Attaccare lo sfruttamento non nominando le molestie, le violenze e i ricatti che subiamo quotidianamente in quanto donne e soggettività lgbtqi+ non serve a rafforzare la così detta lotta di classe ma solo ad invisibilizzare e marginalizzare quella parte del mondo del lavoro che non si riconosce nel ruolo del lavoratore maschio, etero e bianco.
Siamo quelle che oltre a soffrire per orari massacranti e paghe da fame dobbiamo subire i commenti di padroni e colleghi. Siamo quelle che oltre a temere di morire schiacciate da un macchinario rischiano di essere stuprate nei bagni o nei parcheggi dei posti di lavoro. Siamo quelle che se provano ad alzare la testa rischiano pure di vedersi portare via i figli. Siamo quelle che se dedicano troppo tempo al lavoro fuori casa non sono buone madri, ma se non lo fanno la coperta familiare diventa troppo corta ed è sempre #tuttacolpanostra. Siamo quelle che rinunciano al lavoro pagato e alla propria autonomia per lavorare gratis in famiglia, curando la casa e i figli, perché a parità di mansione guadagnamo sempre meno dei nostri colleghi uomini, compagni e mariti. Siamo quelle che svolgono il triplo del lavoro, per di più a gratis, per supplire alle mancanze strutturali di un welfare sempre più inesistente, specialmente in pandemia e perché, si sa, a noi ci viene “per natura” la cura domestica e della prole. Siamo quelle a cui, durante un colloqui di lavoro, viene chiesto se intendiamo mettere su famiglia. Siamo quelle che se trans, se lesbiche, bisessuali, intersex o queer veniamo sistematicamente discriminate, mobbizzate e licenziate, se il lavoro poi lo abbiamo trovato. Siamo quelle che senza reddito di autodeterminazione non possono fuoriuscire da situazioni di violenza domestica o lavorativa, siamo quelle che non possono mai pretendere troppo.
Un paio di giorni fa era sciopero generale, giornata importantissima, giornata in cui c’eravamo anche noi.
Magari non ci avete visto in piazza perché facciamo lavori talmente invisibili, precari e sottopagati da non averlo nemmeno mai incontrato un sindacato, oppure perché siamo talmente ricattate da non avere scelta. Invece noi esistiamo, noi ci siamo e vorremmo che ci fosse anche la nostra voce, che si ribadisca tutte, tutti e tuttu insieme che chi ci ruba il tempo, chi ci sfrutta dentro e fuori il posto di lavoro, dentro e fuori casa, chi ci molesta, discrimina e licenzia fa parte dello stesso sistema patriarcale di chi ci uccide, stupra e stalkera. Non possiamo combattere il padroncino di turno senza lottare anche e sempre contro chi ci fa violenza in tutti gli altri ambiti della nostra vita. #sorellaioticredo e #sorellanonseisola valgono sempre, dentro e fuori casa, dentro e fuori la fabbrica, dentro e fuori qualunque posto di lavoro.

Anche per questo saremo in piazza il #27novembre – Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo




Fonte: Nudmfirenze.noblogs.org