Maggio 4, 2021
Da Malacoda
55 visualizzazioni


Un contributo riguardo la “Proposta per un nuovo manifesto anarchico”

Premetto che vivendo in una “bolla” (una sezione di alta sicurezza) solo oggi, ad aprile 2021, ho ricevuto le “Riflessioni in merito al substrato anarchico contemporaneo informale, insurrezionale e internazionalista. Per un nuovo manifesto anarchico”, scritto nel lontano febbraio–aprile 2020.

Pur non sapendo come si sia evoluta la cosa vorrei comunque dire la mia. Dare il mio contributo su ciò che credo sia l’essenza reale e concreta di quella che a volte viene definita “la nuova anarchia”, a volte “l’internazionale nera”. Mi piacerebbe che questo mio scritto circolasse il più possibile fuori dai confini italiani e quindi spero che qualche compagno/a traduca queste mie parole nelle varie lingue. La mia intenzione è semplicemente quella di chiarire alcuni punti, spero di non pestare i piedi a nessuno, i miei sono solo punti di vista un po’ diversi… La prima cosa che ho notato in questo scritto è che la Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale e la Cospirazione delle Cellule di Fuoco non vengono mai citate. Questa mancanza dal mio punto di vista è abbastanza sorprendente e indicativa perché stiamo parlando di esperienze di lotta armata che, con tutti i loro limiti, hanno dato l’avvio a questo fenomeno. Queste due esperienze ci hanno lasciato in eredità una concretezza che prima solo ci sognavamo, una concretezza prodotto di una vera e propria “internazionale”. Un’internazionale che ha permesso agli anarchici e alle anarchiche di comunicare attraverso le azioni senza organizzazioni e coordinamenti di sorta. Una forza che si è resa riconoscibile presentandosi al mondo attraverso degli acronimi. Acronimi dietro i quali non vi erano nient’altro che anarchiche e anarchici d’azione che si rapportavano tra di loro attraverso le parole che seguivano le azioni. Compagne e compagni che in quello specifico ambito avevano un solo fine: la distruzione concreta, fattuale dell’esistente e non il riconoscimento o l’auto-rappresentazione all’interno di un’assemblea. Nel vostro scritto (che se ho capito bene avrebbe tra i tanti anche lo scopo benefico di “attenuare le discrepanze” tra le cosiddette lotte “sociali” e “antisociali”) la reale essenza di questa “nuova” anarchia viene riportata sui binari dell’insurrezionalismo classico. Dico questo perché concetti base che sono fondanti per questa “nuova” anarchia nelle vostre parole vengono stravolti se non capovolti. Parole che sembrerebbero il tentativo di dare un’organicità, una strutturazione ad un fenomeno che per sua natura è etereo, destrutturato e che trova la sua forza proprio in questa sua impalpabilità e imprevedibilità.

In Europa negli anni passati furono sperimentati tra anarchici/e più o meno informali tentativi simili al vostro. Tentativi di assemblee internazionali più o meno riuscite. Tentativi che al di là delle intenzioni iniziali non portarono a nulla se non a libri, documenti in comune e manifesti vari, riducendosi di fatto al solito teatrino per i soliti/e compagni/e conosciuti/e. Mi tocca a questo punto ribadire quali sono (secondo il mio solitario punto di vista) i concetti fondanti alla base delle nuove pratiche informali:

– Superamento dello “strumento” assembleare, parlano solo le azioni, solo gli anarchici e le anarchiche che rischiano la vita colpendo duramente, la comunicazione avviene attraverso le rivendicazioni.

– Esclusione di ogni organizzazione di sorta, anche di coordinamenti, gli scritti che seguono le azioni in qualche modo invitano gli altri gruppi ad agire di conseguenza, non c’è bisogno di conoscersi perché questo darebbe adito a leader o coordinamenti.

– Esclusione dei teorici puri, che non hanno alcuna voce in capitolo, parlo di quei compagni/e che attraverso la loro “lucidità” e capacità teorica riescono (pur non volendo) ad imporsi nelle assemblee.

Queste a parer mio sono le caratteristiche fondanti di tutte quelle miriadi di azioni che negli ultimi anni si sono parlate per il mondo, rimbalzando spesso da un continente all’altro dando origine a campagne di lotta. Non importa se le azioni vengano accompagnate da un acronimo o meno, l’importante è la comunicazione che avviene attraverso le rivendicazioni*.

Nella vostra analisi sostenete tutto il contrario di quello che (secondo me) traspare con chiarezza e con tutta evidenza dalle dinamiche concrete e reali della cosiddetta “contemporaneità anarchica insurrezionale e internazionalista”. In più punti affermate che non bisognerebbe limitarsi all’azione distruttiva perché questa non basterebbe a far crollare il sistema tutto. Adombrando poi il rischio che limitandosi all’azione distruttiva si andrebbe incontro alla nascita di “gruppi di specialisti dell’azione”, insomma il solito spauracchio dell’avanguardia. Arrivando poi di logica in logica alla sorprendente affermazione che questa “nuova” anarchia non si dovrebbe circoscrivere ai soli che realizzano le azioni. Tutti concetti rispettabili ma che snaturano la vera essenza di questo fenomeno, riportandoci indietro al rischio molto più concreto e puntuale di creare specialisti della teoria (non dell’azione) che, dando “potere” decisionale alle assemblee, impongono (pur non volendo) la loro strategia perché più bravi a scrivere e parlare e magari perché compagni/e carismatici/e e conosciuti/e. Nel vostro scritto si parla di “informalità organizzativa” e di “prassi insurrezionale permanente”, questa vostra visione mi pare non rispecchi a pieno la “contemporaneità” dell’anarchismo d’azione. A questo punto mi azzardo a tentare per sommi capi la “genesi” di questo nuovo modo di intendere l’insurrezionalismo, almeno per quanto riguarda l’Italia. Qui da noi tutto è cominciato come critica all’insurrezionalismo sociale e alle sue dinamiche assembleari. Alle assemblee erano sempre i soliti a parlare perché avevano maggiore esperienza, perché avevano le idee più chiare. Peccato che le idee, essendo il prodotto di pochi illuminati, ristagnassero. Le parole di chi parlava meglio, di chi scriveva meglio e magari aveva più carisma pesavano di più di quelle degli altri che intimiditi rimanevano in silenzio. La maggioranza si accodava, qualche volta qualcuno/a provava ad intervenire ma le loro parole avevano un peso effimero. Insomma, le solite, temo inevitabili, dinamiche assembleari. Sia ben chiaro che non sto colpevolizzando nessuno, semplicemente in certi meccanismi sociali ci si entra senza neanche accorgersene, ci caschiamo tutti prima o poi. Dalla critica ai compagni/e con più esperienza a sperimentare percorsi “nuovi” il passo fu breve. Si partì dalla messa in discussione dei coordinamenti figli delle dinamiche assembleari, per poi arrivare alla messa in discussione di alcuni “dogmi”. Uno per tutti, quello che sosteneva che le uniche azioni valide fossero quelle “riproducibili” (le “piccole” azioni). Una formuletta che demonizzava come “spettacolare” e “avanguardia” ogni azione che per la sua violenza potesse andare un po’ più in là. Mi permetto di dire che nel vostro scritto questo “dogma” rischia di essere resuscitato quando fate la distinzione tra obiettivi giusti da colpire, “basi del sistema”, e obiettivi obsoleti, “simboli del sistema”. Le parole cambiano ma il succo rimane lo stesso. Chi è che dovrebbe decidere quali sono gli obiettivi giusti da colpire? Basterebbe questa semplice domanda per mettere in luce le contraddizioni di una tale impostazione. Col tempo l’ultimo “tabù” ad essere infranto fu quello delle rivendicazioni e delle sigle e lì il panico fu generale anche per le conseguenze repressive che una tale pratica avrebbe comportato, e che effettivamente comportò. Per qualche anno la maggioranza del movimento insurrezionalista di lingua italiana ignorò queste “nuove” pratiche. Ma l’aumento dell’impatto anche massmediatico provocato da azioni sempre più oggettivamente violente rese risibile ogni atteggiamento di snobismo e superiorità. Poi, con la diffusione in mezzo mondo della FAI–FRI, risultò demenziale insistere con quell’atteggiamento. In maniera critica o ipercritica, con i distinguo dovuti, tutti o quasi tutti presero atto che qualcosa di nuovo era nato.

Adesso temo sia arrivato il momento del “recupero” e risaltano fuori, di nuovo, coordinamenti, assemblee, manifesti. Sono certo della vostra buona volontà, ma ho paura che con questi presupposti quello che nascerà non potrà fare altro che ricalcare (e lo dico senza alcuna ironia) il “vecchio” e glorioso insurrezionalismo sociale. Secondo me è la metodologia che avete usato che è sbagliata. Dovrebbero essere i gruppi e i singoli anarchici/e, attraverso le azioni, a parlarne. Solo dalle loro analisi, veicolate attraverso le azioni, potrà rafforzarsi la nuova prospettiva anarchica. Solo così si potrà fare quella selezione necessaria, indispensabile, che escluda a priori gli “ideologi di professione”, coloro che non agendo nel reale non hanno gli strumenti affilati e quindi una visione concreta e realista per incidere nella realtà. Non è un’accusa, sono certo che tra di voi “ideologi di professione” non ce ne siano, è semplicemente una questione di metodo.

È il metodo che fa la differenza tra le diverse visioni dell’anarchia. In questo tipo di contesto le analisi strategiche non possono cadere dall’alto. Per quanto elaborate e ben scritte che siano, le parole devono essere veicolate dall’azione, altrimenti l’analisi inevitabilmente mancherà di realismo e concretezza. Detto questo, il mio è solo un punto di vista. Il punto di vista di un compagno prigioniero che ha una visuale limitata della realtà.

Proprio per il discorso appena fatto, il mio parere vale per quello che vale, poco. Il mio è solo un contributo, e spero tanto che le mie critiche si rivelino costruttive.

Alfredo Cospito
19 aprile 2021

* Bisogna comunque far notare che le azioni rivendicate hanno uno svantaggio nei confronti di quelle non rivendicate: comportano un rischio maggiore dal punto di vista repressivo. D’altra parte però anche le azioni non rivendicate hanno un inconveniente: l’invisibilità e la dispersione. Il messaggio che (in un’ottica sociale) le azioni non rivendicate vorrebbero trasmettere spesso non arriva o viene fortemente offuscato o stravolto.

PDF: Alfredo Cospito, Un contributo riguardo la “Proposta per un nuovo manifesto anarchico”.




Fonte: Malacoda.noblogs.org