Dicembre 30, 2021
Da Il Manifesto
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Sorge spontanea, davanti alle poesie di Nichi Vendola, la tentazione di leggerle anche alla luce della sua figura politica: come se potessero rivelarne qualcosa in più, oppure come se l’impegno politico potesse rivestirle di un senso diverso da quello che avrebbero altrimenti. Ma sarebbe sbagliato, cedere a questa tentazione? O non è forse vero che siamo quello che siamo nella nostra interezza, qualunque cosa facciamo? Nichi Vendola non è mai stato, e non è, un politico di giorno e un poeta di notte, o viceversa; più semplicemente, o più correttamente, è da sempre anche un poeta, oltre che un politico, ed è entrambe le cose nella sua postura, nel suo essere al mondo.

FORSE non sbaglieremmo, allora, neppure se cedessimo alla tentazione opposta, di interpretare il suo stesso impegno politico alla luce della sua inclinazione poetica: e del resto sarebbe difficile a chiunque, condivise o non condivise che siano nel merito le sue idee, negarne una diversità del linguaggio politico rispetto a quello da molto tempo corrente e dominante – disconoscerne un respiro o una capacità di astrazione rispetto alle contingenze più volgari, se non perfino una nobiltà, che forse proprio da questa sua inclinazione poetica derivano. Ma la realtà è che poi è Vendola stesso a dotare la sua poesia di significati anche politici e di riferimenti apertamente personali, e quindi ad autorizzarci a maggior ragione alla sovrapposizione dei piani; poesie compiute, levigate e complesse, all’interno delle quali i temi politici sono frequenti ma non esclusivi e non prevalgono mai in quanto tali.

Se la politica è presente nei suoi versi lo è in quanto elemento costitutivo della sua vita ma insieme ad altri, a cominciare dall’amore (oltre al fatto che, si sa, in fondo non esiste poesia che non sia anche civile e politica). Ora di tutto questo troviamo conferma nel volume appena pubblicato dal Saggiatore, Patrie (pp. 192, euro 16), che potremmo considerare quasi come una raccolta antologica e riassuntiva, perché alle prime sezioni, formate da poesie inedite, fanno seguito altre sezioni contenenti altrettante poesie tratte invece da sillogi precedenti e comunque risalenti fino al 1983.

È DUNQUE uno sguardo complessivo sopra un’intera produzione, sopra un percorso nel suo svolgersi attraverso un lungo arco di tempo, quello che ci offre Patrie: e se da un lato alcune caratteristiche sembrano rimanere ricorrenti, come fossero connaturali alla voce al di là del tempo che passa, da un altro lato è evidente quanto questa voce si sia poco a poco evoluta, o in ogni caso sia cambiata. Le caratteristiche ricorrenti sembrano almeno due: una, formale, consistente in una certa propensione mai venuta meno alla rima e all’andamento quasi cantabile dei versi (anche per mezzo dell’assenza di punteggiatura); l’altra, più sostanziale, nel ritorno costante di alcune parole, alla stregua di lemmi d’affezione, quali ad esempio «nostalgia», «rimpianto», «rimorso», «innocenza», «sconfitta», «creato». Negli anni, la scrittura quasi febbrile degli esordi, nella quale sembra aleggiare in più di un luogo l’eco di Sandro Penna («Noi siamo eterni/ ma tu non sai:/ mi prendi ridi piangi/ e lento vai», leggiamo in una delle primissime poesie, oppure «Ch’io veda l’orlo esausto/ dell’attesa:/ un tempo viene anche per la resa», in un’altra di qualche anno successiva), sia andata via via crescendo verso una maturità più consapevole, più saggia, più pacificata.

ANCHE L’AMORE, dentro questa evoluzione, sembra aver assunto valori nuovi – che sia l’amore verso il figlio o il marito o gli amici o le persone con le quali sono stati compiuti tratti comuni di cammino, o che sia pietas verso giovani che in un modo o in un altro hanno perso la vita mentre era calda nelle loro mani (come Carlo Giuliani, o Antonio Facenna, o Benedetto Petrone): non più semplice luogo di rifugio o di fuga nella lotta contro il mondo, ma elemento trasformativo del mondo stesso, o almeno della visione che se ne voglia avere, e dunque a sua volta elemento politico tout court.

Una poesia più di tutte, «Pasoliniana», una delle inedite, è emblematica al riguardo: perché quello che sembra voler esprimere è che nessun sogno passato merita di essere trasformato in rimpianto o in rimorso per il solo fatto di non essersi realizzato, né le sconfitte devono mai poter giustificare arrese nostalgie o diventare alibi a favore di un immobilismo ripiegato su di sé. Sotto questo profilo, proprio Pasolini può rappresentare l’incarnazione metaforica perfetta di un possibile futuro solo immaginato e non avveratosi: «ma io non ho nostalgia/ del bel tempo andato», scrive Vendola, «non trasudo i sudori marginali/ di tutti i nostri ieri/ in bianco e nero/ io sogno sogni interi/ che azzardano il gesto e la parola/ che portano nell’uovo/ solo giorni veri/ e un figlio, una radice».

Per quanto il mondo rimanga ovunque pieno di male, sembra infine voler dirci Patrie, è attraverso l’amore che l’innocenza del passato, quale che sia, potrà sempre tramutarsi in nuova innocenza o epifania, rivolta verso un futuro che nonostante tutto rimane sempre da costruire.




Fonte: Ilmanifesto.it