Dicembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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In una frazione vicino Piacenza, Campremoldo Sopra, c’è un luogo che è un caso unico di connubio tra arte, zootecnica ed economia circolare. Si tratta di un insieme ordinato di stalle con contiguo un impianto di biomasse, il tutto accanto a un castello del XII secolo e una cascina storica, che per merito di un appassionato imprenditore zootecnico e cultore d’arte, Giantantonio Locatelli, rappresenta un’emozionante fusione di spazi e percorsi che dialogano tra loro.
L’elemento che li unisce è la merda: centocinquanta tonnellate di sterco prodotte dai bovini che sono allevati nelle stalle. Il fil rouge che nel 2015 ha dato vita al Museo della Merda, allestito nel Castello di Castelbosco è l’intuizione che gli escrementi hanno non solo una storia ma anche una loro utilità nel presente che va dalla produzione di energia alla «merdacotta»: brevetto con la quale l’azienda realizza una varietà di oggetti e arredi.

Flaconi in vetro con le formule di farmaci prodotti con lo sterco di esseri viventi

CHI VISITA questo luogo così originale potrà assistere a un avvincente spettacolo che inizia dal cuore pulsante del Museo costituito dai bovini in fila nei loro stalli aperti e la serie delle installazioni artistiche che fanno loro compagnia insieme agli addetti che li accudiscono trasportando foraggio, mungendo latte, ma in particolare raccogliendo le loro feci che alimentano il grande impianto che produce energia elettrica e biogas.
Arriveremo a descrivere il «cabinet of curiosities» allestito all’interno del Castello, ma è chiaro che se il percorso espositivo ha inizio en plein air è perché per Locatelli è convinto che l’arte abbia a che fare con la vita. La vita è lì davanti a noi e non c’è altro da fare che assemblare e recuperare l’oggetto quotidiano per consegnarlo alla sfera dell’arte come gli hanno insegnato gli artisti di Fluxus. È dunque sua la creazione del grande mucchio di patate e covoni di fieno rettangolari a poca distanza dalla lunga aiuola spartitraffico di graminacee di Anne e Patrick Poirier.
Sono invece di David Tremlett le copiose dipinture esterne della storica cascina, delle stalle, delle centrali elettriche dell’insegna dell’ingresso dove si legge: «Perché buttarla se puoi riusarla?». Le geometrie e i colori scelti dall’artista inglese a Castelbosco hanno la qualità di essere perfettamente appropriati all’ambiente. Una certa empatia sembrerebbe avere sedotto la sua mente: non proviene anche lui dalla fattoria dei suoi genitori in Cornovaglia?
Se all’aperto, dunque, domina l’azione pittorica (wall drawing) di Tremlett, in direzione del Castello, alla vista di attrezzi, macchine o assortite provviste di foraggi, ci assale il dubbio che la loro disposizione non sia il frutto dell’ordine aziendale, ma risponda a una precisa necessità estetica, ovvero collocate lì anche per la loro inutilità, secondo i criteri poetici del suo proprietario, anch’egli a suo modo un artista.

UNA VOLTA, però, all’interno del Museo, oltrepassati all’esterno i due grandi silos in cemento che come propilei segnano il suo dentro e fuori, ci si ritrova catapultati nel vero e proprio tema museografico svolto con sapiente rigore scientifico e didattico.
Le opere sono disposte in ambienti che tranne i bassi caloriferi e le luci led, sono ancora quelli concepiti da Antonio Maria Scotti che nel 1482 riedificò il Castello andato distrutto durante le bellicose contese tra Papato e Impero. Nulla è concesso alle moderne teorie del restauro, così i pavimenti, le decorazioni e muri resistono all’usura del tempo. Pochi sono i rifacimenti: ad esempio, l’otturazione in «merdacotta» delle aperture sui muri di antichi scoli di latrine di colore scuro somiglianti a colature laviche.
Questo solo per rimarcare ironicamente la versatilità della merda, tuttavia, in un contesto di discorsi serissimi. Quello, innanzitutto, della trasformazione della materia organica, testimoniato già all’inizio dagli escrementi fossili (coproliti) posti poco distanti dal collettore che in bella vista, con i suoi tubi e manometri, controlla l’energia termica del biogas che riscalda tutto il castello.
È comprensibile quindi, trovare raccolte le fotografie sui gasometri di Bernd & Hilla Becher (Gazometres, 1966-76), i «batteri bioluminescenti» che si nutrono di metano di Alberto Pasetti, gli organi umani in una terracotta etrusca (III-II sec. a.C.) e il film Resurrection (1968-1969) di Daniel Spoerri dove a ritroso è montata la ripresa di una bistecca di carne: dal piatto alla defecazione. Dallo scarto più povero e rivoltante esistente al mondo, le relazioni tra natura (batteri) e fisiologia umana, energia (metano) e industria (gasometri), s’intrecciano e si sovrappongono in molteplici pensieri che vanno dalla filosofia alla scienza, storia alla religione.
La collezione d’arte di Locatelli pone così molteplici riflessioni che è riduttivo assimilarla a una moderna wunderkammer. Ogni «meraviglia» qui perde la sua dimensione esotica e serve solo a riprodurre un discorso ben funzionante come in un efficiente macchina industriale diretta a non far distinguere arte e vita.
Nella decoratissima sala degli scarabei i reperti archeologici egizi sono messi in fila con quelli imbalsamati per raccontare come in Egitto il culto antico del Dio Creatore era incarnato da un coleottero che nello scarabeo coprofago usa palle di escrementi per nutrirsi e per nidificare. Lo scarabeo che nella pittura egizia è sovrastato dal cerchio del Sole Nascente non è forse una palla di sterco? Geniale, comunque, avere scelto lo scarabeo a marchio del Museo.

LA DIMENSIONE archeologica torna spesso nelle installazioni, quindi, non si esaurisce con l’Egitto e suoi preziosi reperti. La presenza dei lavori dell’artista genovese Claudio Costa (L’uomo, la natura, la cultura, 1975) o del tedesco Michael Badura (Wasser ist nicht Wasser–Wasserfarben, 1967) attesta l’interesse per indagini artistiche contaminate da temi antropologici o ecologici che risalgono a pratiche antichissime: i farmaci derivati dallo sterco di vari esseri viventi elencati da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (I sec. d.C) rifabbricati e confezionati in flaconi in vetro o l’anello in terra cruda circolare che riproduce la struttura di una capanna della civiltà villanoviana (IX-VIII sec. a.C.) dalla quale sono spuntate spighe di cereali, da qualche anno ormai rinsecchite.
Vale per il Museo della Merda ciò che Artaud disse del teatro e che noi per l’occasione sostituiamo con arte. Se l’arte, quindi, «non è un gioco, se è una realtà vera, il problema che abbiamo da risolvere è per quali mezzi rendergli questo status di realtà, facendo di ogni spettacolo una sorta di avvenimento». Il museo/ laboratorio/atelier/azienda ideato da Gianantonio Locatelli è l’«avvenimento»colto nel puro spirito artaudiano perché intenzionalmente «vero».




Fonte: Ilmanifesto.it