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Confagricoltura denuncia la carenza di manodopera e se la prende con reddito di cittadinanza e sussidio di disoccupazione. Una lagna che finge di non vedere le dinamiche perverse che regolano il lavoro nel settore primario.

13 Luglio 2022 – 19:19

“Sensibilizzare coloro che utilizzano la Naspi o il reddito di cittadinanza e spiegare che, con il lavoro stagionale, a certe condizioni, questi ammortizzatori sociali non cessano di funzionare ma vengono semplicemente messi in pausa, prima di ritornare attivi quando termina il rapporto di collaborazione”. Questa sarebbe la soluzione al problema della carenza di manodopera nella raccolta della frutta secondo Confagricoltura Bologna, che ha diffuso la testimonianza di un suo associato che afferma di essere costretto a far marcire parte del raccolto di ciliegie di quest’anno perché, appunto, non trova nessuno per fare questo lavoro. “Tutti i membri della mia famiglia si sono prodigati nella raccolta, compreso mio padre che, a 80 anni, si è rimboccato le maniche e ha cercato di aiutarmi. Da una parte mi ha colpito la sua dedizione e lo spirito di sacrificio, raccogliere le ciliegie con oltre 30  gradi di temperatura non è certo un gioco da ragazzi”.

Ecco,  non è un gioco da ragazzi quindi andrebbe remunerato proporzionalmente alla fatica richiesta. Non è facile credere che così sia, se l’associazione di categoria addita tra le cause del problema blandi ammortizzatori sociali come Naspi e RdC, insieme alla “la pandemia, che ha reso più complicati gli spostamenti dei lavoratori stranieri, incappati inoltre nelle difficoltà burocratiche relative al decreto Flussi 2021” e al “boom di assunzioni in altri settori come l’edile e la logistica”

Quel che Confagricoltura sembra ignorare, ma che è attestato tanto da diverse inchieste giornalistiche quanto da non pochi studi accademici, è che c’è un problema strutturale nel lavoro agricolo e in generale nelle dinamiche dei salari.

Il circolo vizioso, in estrema sintesi, è questo: gli stipendi sono generalmente bassi, molte persone possono permettersi la spesa al supemercato solo se i beni alimentari sono a prezzi molto bassi. Per tenere quei prezzi, le catene della grande distribuzione pagano i produttori cifre ridicole. A loro volta, i produttori trovano profitto a vendere a quelle cifre solo pagando i braccianti una miseria. Al punto che reddito di cittadinanza, sussidio di disoccupazione, o lavori altrettanto usuranti ma non altrettanto sottopagati risultano molto più allettanti rispetto a sottoporsi ai livelli di sfruttamento consueti nel settore primario.

Del resto il senso delle misure di sostegno al reddito è proprio questa: fornire a lavoratrici e lavoratori uno straccio di potere contrattuale di modo da non dovere accettare qualsiasi condizione contratturale pur di garantirsi la sussistenza.

La soluzione non è  è altrettanto semplice. Alzare i salari. In agricoltura come in tutti i settori. In un sistema economico in cui un top manager guadagna come 650 operai non sembra possa costituire un problema.




Fonte: Zic.it