Luglio 20, 2021
Da Non Una Di Meno Firenze
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Riflessioni sulla denuncia pubblica del sessismo nei luoghi di elezione

Introduzione – Perché luoghi di elezione

Nel testo che segue non troverete, se non questa volta, la formula sessismo nei movimenti e non perché questo non sia uno degli argomenti e l’esperienza da cui sono scaturite le nostre riflessioni; scriviamo infatti anche a partire da un episodio recente accaduto qui a Firenze, quando abbiamo denunciato pubblicamente un caso di violenza legato a un centro sociale della nostra città. Partendo da noi e dalle nostre esperienze sentiamo l’urgenza di superare la definizione sessismo nei movimenti. Ad oggi non vediamo nessuna differenza nelle forme e nella sostanza in cui si dà la violenza patriarcale in qualunque ambiente essa venga praticata e, soprattutto, non vediamo alcuna differenza nelle risposte che l’abusante e chi lo spalleggia mettono in atto contro chi invece osa alzare la voce. Se non vi sono differenze fra la famiglia, la scuola, l’oratorio, il posto di lavoro o un centro sociale perché fino ad ora abbiamo trattato questultimo ambiente come un piccolo mondo a sé stante? Probabilmente per il motivo più semplice del mondo: ne avevamo bisogno. Avevamo bisogno di sentirci sicure e capite, accolte e credute, insomma trattate da pari. Ma così non è, e continuare a distinguere non solo ci illude ma ci rende vulnerabili, ci fa abbassare la guardia: non riusciamo più a riconoscere la violenza che, con le stesse dinamiche e nelle stesse forme, in qualunque altro contesto ci sembrerebbe lampante. E quindi d’ora in poi, parleremo di sessismo nei luoghi delezione, spazi scelti, percepiti più sicuri, tanto da poter deporre le armi e sentirsi libere. Tu che stai leggendo saprai che stiamo parlando anche dei tuoi spazi, che siano l’oratorio o il collettivo. Se ti rivedi in ciò che leggerai, se penserai di aver avuto queste esperienze come noi, o ne hai solo il dubbio, sappi che, ovunque tu sia, sorella non sei sola.

Capitolo I – La lingua come strumento di dominio, ossia la non neutralità delle parole

Nella nostra breve ma intensa storia (come movimento transnazionale esistiamo all’incirca da 5 anni) abbiamo subito gli stessi attacchi di tutti i femminismi, in ogni tempo e dovunque: siamo streghe, siamo arroganti, siamo giudicanti e “maestrine”, a volte siamo anche fasciste, altre invece siamo “signorine” che devono tornare al posto a cui siamo predestinate, accudenti, decorose e silenziose. Per molti, dentro e fuori l’ambito politico, siamo il movimento degli asterischi, del non si può più dire niente, del ci sono cose più importanti del linguaggio…. Proprio da queste ultime tre frasi vogliamo partire. 

Capiamo che, per chi è sempre stato abituato a narrare il mondo e ad essere il centro di quella narrazione, impiegare tante energie e riflessioni su una cosa all’apparenza frivola come le parole può sembrare incomprensibile e accademico.
Per noi che in quel linguaggio siamo sempre e solo oggetti non è così. La lingua non può essere neutra, forma il pensiero e veicola la creazione di strutture sociali stabilite, condivise e inattaccabili perché naturalizzate. L’espulsione del femminile e del non binario dal mondo del parlato e dello scritto fa sì che questi soggetti non abbiano nemmeno l’idea di potersi prendere quello spazio di espressione che è il linguaggio. Non siamo pronunciate quindi non esistiamo. Ciò di cui non si parla, non esiste. Non produciamo cultura quindi non abbiamo accesso alla cultura. In un qualsiasi testo scolastico compariamo solo come oggetti del sapere e mai come protagoniste, quindi siamo oggetti. Negare la centralità del linguaggio come arma di dominio e terreno di scontro, è negare l’istanza più basilare di questo conflitto e cioè che il patriarcato è strutturale e fa parte di tutte noi, poiché è in questo sistema che veniamo socializzate fin dalla nascita. È anche la forma di dominio che permette al capitalismo di sopravvivere e riprodursi. Consente al maschio adulto lavoratore di sfogare su di noi la frustrazione accumulata in una lunga giornata di sfruttamento. Non riconosce e non retribuisce quel lavoro che sostiene chi compie lavoro produttivo. Consente di sostituire servizi sociali carenti con il nostro lavoro di cura costante, consolidato e non retribuito. Rompere o incrinare questa struttura è impossibile se non ci costruiamo degli strumenti collettivi che ci permettano di illuminare lo stato delle cose per ribaltarlo. Riuscire a nominare la violenza che subiamo è il primo passo, riconoscerla come sistemica il secondo, attaccarla il terzo. 

Ma come possiamo colpire un nemico così grande e radicato se non abbiano frecce al nostro arco? Intanto una freccia ce l’abbiamo ed è la fiducia o, per meglio dire, la sorellanza. Parlare di sorellanza vuol dire rompere quel vincolo sociale che ci vorrebbe in competizione le une contro le altre. Praticare sorella io ti credo è prima di tutto credere a noi stesse. Perché ognuna di noi ha sperimentato la violenza sulla propria pelle e ognuna di noi, prima di scegliere se parlare o meno, ha attentamente soppesato il prezzo che avrebbe pagato alzando la testa. No, la nostra non è una fede religiosa, anzi non esiste qualcosa di più opposto a una fede cieca. Sorella noi ti crediamo, e ti crediamo perché sappiamo cosa ti aspetta prendendo parola. Perché il tuo coraggio di ribellarti è il nostro o quello che avremmo voluto avere, perché il banco degli imputati che ti aspetta lo conosciamo tutte e solo tutte insieme riusciremo a dargli fuoco. Per riuscire a nominare la violenza servono parole e le parole non esistono, in una lingua in cui non sei il soggetto. Così quando le parole diventano la nostra arma la controparte si organizza e mette in atto strategie per impedirci di creare e condividere nuove parole. È così che, quando le donne e i soggetti non binari alzano la voce, nascono mille inciampi: momenti di confronto privati, discussioni informali, voci di corridoio con un solo obiettivo: tenerci separate, impedirci di creare quel linguaggio condiviso per nominare l’oppressione e permettere a noi tutte di identificarla. Ci scagliamo contro questa richiesta di omertà con ogni mezzo necessario. Se sentiamo il dovere di parlare forte è proprio perché ogni donna e ogni soggetto non binario possa sentire e prendere parola. Rivendichiamo ogni strumento per arrivare a questobiettivo. Gridiamo nelle piazze e nelle strade, scriviamo su giornali e social network. C‘è solo una cosa a cui non siamo più disposte: stare zitte.

Capitolo II – No, non siamo tua madre. Contro la pretesa di chi ci vuole accudenti

La richiesta di silenzio o di bassi toni sui casi di violenza in luoghi supposti safe si basa sul nostro preteso ruolo di cura. Dagli albori del femminismo ci sentiamo dire che se alziamo la voce siamo aggressive, che i modi non sono questi, che ci dobbiamo spiegare meglio. Basta. Non siamo tenute alla cura del nostro oppressore. Siamo stufe di essere continuamente confrontate con le femministe di ieri, di oggi o di domani, di sentirci dire che, in quella o nell’altra parte del mondo, le donne fanno una lotta più o meno concreta rispetto alla nostra, o con obiettivi più importanti, che le tematiche per cui battersi sono quelle piuttosto che altre. Non tolleriamo accuse di giustizialismo semplicemente perché non è giustizialismo usare la voce per nominare una violenza. 

Nominare pubblicamente la violenza è una delle nostre frecce e non siamo disposte a cederla. Non ci auguriamo condanne esemplari per i colpevoli ma siamo fermamente convinte che additare una violenza o un violento permette ad altre di avere più strumenti per riconoscere il sessismo e sarà monito a chi vuole agire violenze future. Non saremo più vittime silenziose o che si raccontano i mali di vivere per trovare un minimo di forza per sopportare il prossimo colpo. Se prendiamo parola, certi passaggi li abbiamo chiari. Se basta questo a evocare lo spettro di un processo è perché troppi non si mettono in discussione e non perché noi vogliamo essere giustiziere della notte. Chi accusa femministe e transfemministe che prendono parola di volersi sostituire ai tribunali quasi sempre minimizza la violenza. 

Ne mette in dubbio la gravità e tende a distinguere ciò che è grave o meno grave arrivando ad una vera e propria pornografia morbosa dei fatti. Esattamente lo stesso atteggiamento dei giudici e della peggior stampa mainstream. Inoltre sottolineiamo che l’equazione denuncia pubblica uguale processo scatta solo quando si parla di violenza maschile e di genere, e non ci risulta che questo accada a chi denuncia lo sfruttamento o i comportamenti razzisti. Pretendere a priori che persino quando denunciamo dovremmo svolgere un ruolo di cura è sessismo. Decidiamo noi quali sono le nostre modalità, a voi rimane da scegliere se essere alleati o padroni. Ricordatevi che le suffragette mettevano le bombe. Di fronte a una violenza rivendichiamo la nostra rabbia. Non pretendete da noi accompagnamento materno.

Capitolo III – La verità non sta nel mezzo

Certo, non abbiamo da proporre magiche formule per abbattere il Patriarcato, ma alcune cose le abbiamo comprese e vogliamo condividerle. Se crediamo a chi nomina e denuncia la violenza, è necessario prendere posizione. La lotta alla violenza di genere come ogni lotta contro qualsivoglia dominio non può prevedere equidistanza tra vittima e carnefice. Il dominio lo si agisce o lo si subisce. La verità non sta nel mezzo. Il primo passo deve essere quello di credere e stare vicino a chi ha trovato il coraggio di parlare, in maniera non giudicante, perché crediamo sia prioritario costruire spazi sicuri per noi e per tutte le altre. 

Allontanare pubblicamente chi ha agito violenza è un compito che spetta a tutte le appartenenti alla collettività entro cui questa violenza si è data. Non è possibile chiedere a chi ha denunciato di gestire le conseguenze, come non è una valida alternativa affidare tale gestione alle relazioni personali dellabusante, che probabilmente staranno attraversando un momento di forte confusione e sofferenza. Per questo il ruolo della collettività è centrale. Allontanare il violento è necessario ma non sufficiente, perché potrebbe riprodurre quegli stessi meccanismi in nuove circostanze. E allora che fare?

Innanzitutto, una buona pratica sarebbe la messa in discussione dei meccanismi relazionali e sociali del contesto a cui labusante appartiene, per individuare un sottobosco favorevole, non per forza a legittimare, ma di certo a minimizzare determinate forme di dominio. Assicurarsi che lo spazio di elezione sia davvero uno spazio sicuro e di sorellanza per chi ha denunciato e, se questo non è, lavorare affinché lo sia, destrutturando tutte quelle dinamiche che ci portano ad essere complici della violenza di genere o ad assolverla. Solo a questo punto crediamo sia possibile iniziare a pensare all’abusante che, ammesso sia stato in grado di riconoscere la violenza agita, può essere indirizzato verso un percorso di decostruzione soggettiva guidato da persone competenti, e non dalla sua cerchia amicale e/o politica. Se anche uno solo di questi passaggi non si dà, il risultato è quello di rafforzare, invece che incrinare, la catena del dominio di genere, una catena composta da tanti piccoli anelli che si stringono e che sono ciò che garantisce al Patriarcato di essere sistemico. In questo il ruolo delle donne e dei soggetti non binari è centrale. 

Sappiamo di essere state soggettivate – soggettivazione come costruzione del sè che si dà all’interno di un dato sistema e che ne viene influenzata a livello profondo – in una società patriarcale fin dalla nascita e sappiamo anche che quando incontriamo le genealogie e le pratiche transfemministe, così distanti dalla realtà che conosciamo, si apre un conflitto interiore complesso e doloroso. Spesso, da attiviste, rispondiamo a questo conflitto convincendoci che il nostro compito sia quello di stare dentro a spazi misti per operare un cambiamento interno, come si diceva dentro e contro, ma se siamo senza strumenti questa operazione non avrà nessuna possibilità di successo. Il nostro lavoro verrà continuamente frustrato, porte dolore e sofferenza e ci farà mettere sulla difensiva, convinte che chi sta “fuori” non comprenda i nostri sforzi di tenere insieme tutti i livelli. 

Sorella non è così. Comprendiamo perfettamente, proprio perché quasi tutte noi ci siamo passate. Abbiamo lottato come stai lottando tu e abbiamo sofferto come stai soffrendo tu. Siamo arrivate alla conclusione che senza una messa in comune di voci e di strumenti di analisi e di attacco non abbiamo prospettive. Finché il tuo dolore rimarrà solo tuo sarà la tua prigione ma se permetterai alle altre di prenderlo in carico alimenterà la nostra forza dirompente.  Il dominio maschile è una questione di privilegio e nessuno molla il proprio privilegio solo perché lo chiediamo educatamente. Dobbiamo costruire un rapporto di forze tale da imporre un ribaltamento, che il dominante e chi lo copre lo vogliano o no. Alla fine, la violenza che viviamo non è diversa da tutte le altre forme di violenza che si danno in questa società dominata dal capitale. Violenze che, non ci stancheremo mai di ripetere, sono duali: da una parte c’è chi il potere lo esercita, dall’altra chi il potere lo subisce. 

È così in tutte le varie intersezioni: tra le altre, capitale e lavoro, colonizzatori e colonizzati, adulti e giovani ed è così anche nel dominio dell’uomo sulle donne e sulle persone non binarie. Questo dominio viene esercitato da borghesi o operai, coloni o colonizzati, vecchi o giovani e chi detiene un privilegio lo difende con le unghie e con i denti, tentando di nascondersi dietro mille giustificazioni. Ma c’è una cosa che ci teniamo a dire: l’identità e la purezza che ci si ostina a difendere sono già andate in pezzi sotto la spinta della marea transfemminista globale, siamo ovunque e vogliamo tutto, perché se domani tocca a me se domani non torno a casa, sorella distruggi tutto.




Fonte: Nudmfirenze.noblogs.org