Ottobre 27, 2021
Da Il Manifesto
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Che le forme assunte dalla letteratura derivino in larga parte dal modo in cui i libri vengono prodotti e distribuiti non è una novità: per citare un solo esempio, il romanzo – come lo intendiamo oggi – è anche o soprattutto un figlio postumo dell’invenzione dei caratteri mobili di Gutenberg. E sicuramente gli enormi cambiamenti cui è sottoposto oggi il mondo dell’editoria avrà ripercussioni su quello che leggeremo e sul modo in cui lo faremo. Qualcuno, anzi, prova già ad azzardare previsioni: è il caso di Mark McGurl, docente di letteratura all’università di Stanford, autore di un saggio appena uscito, Everything and Less (Verso Books, 2021), che ha un sottotitolo eloquente – The Novel in the Age of Amazon, «il romanzo nell’epoca di Amazon».

Più che sulla solita contrapposizione fra carta e schermo, McGurl punta la sua attenzione su due elementi: il tempo (quello che abbiamo e quello che ci manca) e l’idea del libro come prodotto commerciale sempre più personalizzato. Da un lato (citiamo da un’anticipazione del saggio pubblicata su BookForum) «la cultura accelerata capace di consegnarti quel certo romanzo nel giro di 24 ore alla porta di casa è la stessa cultura che ti priva del tempo per leggerlo». Dall’altro, nel momento in cui «lo scrittore dell’epoca di Amazon è una specie di fornitore di servizi, e il lettore diventa un cliente che, come usa dire, ‘ha sempre ragione’», ci troviamo ad assistere a un ribaltamento dell’autorità tradizionale nel rapporto scrittore-lettore che, scrive McGurl, «portato al suo estremo vanificherebbe lo scopo della lettura di narrativa».

Certo, allo stato presente la situazione non è così polarizzata e Mc Gurl – che in precedenza ha scritto un saggio molto apprezzato, The Program Era (Harvard University Press, 2009) sulla letteratura del dopoguerra e sull’ascesa del concetto di «scrittura creativa» – riconosce che «in queste contraddizioni c’è un lato buono, e cioè che esse denunciano il divario tra le aspirazioni di Amazon di colonizzare l’immaginazione letteraria e la realtà della situazione attuale, dove esistono sacche di coscienza e azione autonoma». Ma nel suo libro, forse per mettere i lettori di fronte al pericolo incombente, lo studioso preferisce descrivere «un mondo in cui questo margine di autonomia ha cessato di esistere».

E appunto questa deliberata forzatura è al centro della recensione che Paul Sehgal ha dedicato al libro di McGurl sul New Yorker. Sehgal ovviamente non nega che nella sfera amazoniana lo scrittore stia diventando, o sia diventato, un service provider e che il lettore venga considerato un consumer da soddisfare ad ogni costo. Ma – osserva – entro certi limiti questo accadeva pure in epoca vittoriana, quando gli scrittori per sopravvivere sfornavano a tempo di record pagine su pagine per venire incontro agli appetiti dei lettori e degli editori. Senza contare che oggi la maggior parte degli scrittori invitati ad autopubblicarsi attraverso il Kindle Direct Publishing (invenzione e proprietà di Amazon, ça va sans dire), definito da McGurl «l’intervento più drammatico della storia della letteratura», resta estremamente marginale e guadagna pochi spiccioli. Insomma, per Sehgal, un conto è tenere gli occhi aperti sugli effetti che Amazon ha sull’editoria, un altro è prevedere un futuro a senso unico: «Il romanzo è una forma intensamente privata, e questo può essere il vero senso del libro: la sorpresa e la gioia di McGurl quando, avventurandosi ai cosiddetti margini della vita letteraria, ha trovato più di quanto si aspettasse. Il romanzo è così: bisogna attraversare la sua soglia senza sapere del tutto cosa c’è dentro».
Chissà se Jeff Bezos sarebbe d’accordo.




Fonte: Ilmanifesto.it