Ottobre 4, 2021
Da Il Manifesto
65 visualizzazioni


Lo schematismo patriarcale si annuncia già dai colori.
Entro al seggio, quasi vuoto, e noto che il banco delle donne, come i gessetti sulla lavagna, separano donne da uomini con relativi colori che, guarda caso, sono rosa e azzurro.
«Applicate ancora questa divisione?» domando agli e alle scrutatrici che faticano a capire. «Beh ma è per comodità», dice il presidente. «Capisco – rispondo – ma perché non ci assegnate, che so, un verde o un giallo?». Silenzio.

Quando cercano il mio nome sull’elenco restano interdetti perché non coincide con quello sulla tessera elettorale e dicono: «Ma lei è anche in…» e pronunciano il cognome di colui che alcuni anni fa si è immolato con me al regime matrimoniale e che, non amando come me la definizione di moglie o marito, preferisce definirsi «compagno».
«Sì, sono io e sono in…. Ma perché il cognome del marito sta ancora scritto accanto a quello della moglie negli elenchi degli elettori? Sulla mia carta di identità non c’è, e nemmeno sulla tessera».
Di nuovo silenzio imbarazzato. Non lo sanno, ma il peggio è che non si pongono neppure il problema, e sono giovani eh.

UN’AMICA, che per altro di mariti ne ha avuti due, a un altro seggio sempre di Milano si è impuntata e ha domandato: «Immagino che accanto al nome di mio marito ci sia anche il mio, giusto?».
E quelli: «Come, scusi?».
E lei: «Se io, Pallina, sono in Vattelapesca, Vattepalesca dovrebbe essere in Pallina».
E loro:«No… Ma… Non capisco».
E lei: «Come mai io vengo identificata come moglie di? A che scopo? A che serve in un seggio elettorale?».
Nessuno fiata, tranne il presidente che, assonnato e senza mascherina, le ride in faccia. Alla mia amica è venuto l’impulso, in cabina, di disseminare la scheda di cazzetti e minchiette, ma si è trattenuta perché il voto non si spreca.

LA QUESTIONE era già stata segnalata, e contestata, alle elezioni europee del 2019 per le residenti all’estero e quindi iscritte all’Aire. Invece di correggere l’evidente discriminazione, che cosa hanno pensato i governanti? Di estenderla a tutte, residenti in Italia e no. Bravi, un bel passo avanti.
Come spesso accade in Italia, esistono due norme che si contraddicono. Da una parte c’è l’art. 4 della legge n. 1058 del 1947, entrato in vigore prima della Carta costituzionale e mai abrogato, che stabilisce che nelle liste elettorali la donna sia identificata anche con il cognome del marito.

Dall’altra c’è l’art.13 della legge n. 120 del 1999 secondo cui la tessera elettorale contiene i dati anagrafici del titolare e non fa menzione di eventuali coniugi. Però subito dopo aggiunge che «per le donne coniugate il cognome può essere seguito da quello del marito». Può? Siamo quindi facoltative nominali? E chi stabilisce se mettere o no il cognome del coniuge? E perché, prima di aggiungerlo, non domandano alla diretta interessata? E perché non trattare in ugual modo i mariti?
Insomma, la medesima legge da una parte riconosce alla persona di essere solo se stessa, dall’altra ventila la possibilità che esista in quanto appendice di un coniuge, e guarda caso è sempre Lei che si deve mettere sulla scia di Lui.
Non so chi abbia combinato questo pasticcio, se il Viminale, retto per altro da una donna, o l’ufficio elettorale del Comune. Chiunque sia stato, la smetta, e magari chieda scusa. Altrimenti davvero alla prossima tornata qualcuna riempirà la tessera di fiorellini invece di mettere una crocetta su un candidato. Allora saprete perché vi ha detto di NO.

[email protected]




Fonte: Ilmanifesto.it