Dicembre 22, 2021
Da Il Manifesto
16 visualizzazioni


È la quinta volta che la Commissione europea avvia una procedura d’infrazione contro Varsavia dopo l’ascesa al potere della destra populista di Diritto e giustizia (Pis) nel 2015. Ancora una volta al centro della contesa la riforma della giustizia e il conseguente processo di «orbanizacja» di magistratura e tribunali in tutto il paese.

Le motivazioni dell’ennesimo procedimento sulla Polonia sono state fornite ieri dal commissario Ue per l’economia Paolo Gentiloni: «La Commissione ritiene che la Corte abbia violato l’articolo 19.1 del Trattato dell’Ue in due recenti decisioni. Questo priva delle garanzie le persone che si presentano di fronte ai tribunali polacchi». Il riferimento è a due sentenze «sovraniste», emesse dal Tribunale costituzionale a luglio e a ottobre scorso, che vogliono leggi e trattati Ue in contrasto con quanto previsto dalla costituzione polacca e dalla legge nazionale.

Ma la decisione di ieri riguarda anche il funzionamento dello stesso Tribunale costituzionale, snaturato qualche anno fa dall’avvicendamento forzato di tre giudici eletti prima dell’era targata Pis e che non hanno mai avuto la possibilità di insediarsi. Dopo aver vinto le elezioni, il Pis li aveva sostituiti con i cosiddetti «dublerzy», ovvero tre «doppi» scelti direttamente dal partito fondato dai fratelli Kaczynski. Non a caso il Tribunale costituzionale era stato il primo organo giuridico ad essere finito nelle mire del Pis. Garantendosi una corte pronta a pronunciare verdetti favorevoli al potere politico, il Pis ha poi avuto una mano più libera per proseguire nelle sue riforme.

Seccato per l’ennesima procedura d’infrazione, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha bollato «il centralismo burocratico da parte di Bruxelles» come un problema che va arginato. Il governo polacco avrà adesso due mesi per rispondere alle richieste Ue.
Ancora una volta Varsavia potrebbe fare orecchie da mercante. Se così fosse, la Commissione europea finirebbe col passare il fascicolo alla Corte di giustizia Ue come già accaduto altre volte in passato.

«Questo progetto porta a immobilizzare lo stato polacco», ha dichiarato il «superministro alla giustizia» e procuratore generale Zbigniew Ziobro. E lui il principale artefice di quelle riforme profonde della giustizia ancora in corso in Polonia. Questa volta a ballare ci sono anche i milioni di euro dei fondi Ue destinati alla Polonia e non ancora sbloccati.

Non c’è da stupirsi che Varsavia non figuri tra i 18 paesi Ue che in questo momento hanno già ricevuto almeno una tranche del Recovery. Intanto il paese lungo la Vistola si ritrova con un conto da pagare che è sempre più salato: «Fra qualche mese di sicuro alle multe per Turów e la camera disciplinare si andranno ad aggiungere altri milioni di euro per questa situazione», ha commentato la deputata Małgorzata Tracz del partito «Zieloni» (Verdi). La Polonia continua a estrarre lignite, un carbone altamente inquinante, nella miniera di Turów al confine confine con Germania e Repubblica Ceca, nonostante lo stop imposto quest’anno dalla Corte Ue.

Allo stesso modo, la camera disciplinare chiamata a valutare l’operato dei giudici, uno dei cavalli di battaglia di Ziobro, non è stata ancora ufficialmente smantellata dal governo. Se il presidente polacco Andrzej Duda dovesse firmare durante il periodo natalizio la cosiddetta «Lex Tvn», mirante a mettere fuorigioco i media stranieri – spesso ostili al governo – con proprietà fuori dallo Spazio economico europeo (See), allora si aprirebbe un ulteriore fronte con Bruxelles.




Fonte: Ilmanifesto.it