Febbraio 3, 2021
Da Filomena *filo* Sottile
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Altre creature, ora mi viene in mente Nina, l’hanno detto prima di me. Il transfemminismo è una connessione psichica che collega corpi dislocati sull’intero pianeta e, verosimilmente, anche fuori dal nostro sistema solare. Ogni volta che il dominio eterocispatriarcale, violentissimo qui sulla Terra, limita anche una sola intelligenza corporea nella sua espressione, nella sua possibilità, la obbliga a fare una determinata cosa o le impedisce di farne un’altra, l’informazione – sotto forma di impulso rabbioso e doloroso – si propaga all’intera rete transfemminista di intelligenze corporee.

(Uso “intelligenza corporea” invece di “corpo” per sgombrare il campo da equivoci: non siamo nell’ambito binario del “mente e corpo” o “anima e corpo”. Qui pensiamo alle emozioni, ai ragionamenti, alle gioie e ai dolori, alle parole concrete e alle astrazioni come un tutt’uno inscindibile da questo grumo di acqua di cellule e storie che ci rende tangibili).

Una propagazione simile, che si estende a tutta la rete, si mette in movimento anche quando una sola intelligenza corporea disobbedisce, punta i piedi (o qualunque altra appendice le consenta di opporsi alla coercizione patriarcale) e si divincola. In questo caso l’intera rete gioisce e le si stringe attorno.

Inutile dire che, in un senso e nell’altro, le sollecitazioni sono continue. Talvolta la rete si satura di segnali concentrati in un’area ristretta e dà origine a una corrente tellurica. È successo mesi fa: un segnale potente è giunto dalla regione terrestre chiamata Argentina: un tripudio di fazzoletti verdi ha avvolto ogni creatura connessa.

In questo momento riceviamo con particolare chiarezza e intensità il segnale che proviene da quella porzione di territorio che chiamano Polonia.

Sentiamo distintamente la rabbia delle intelligenze corporee che abitano quelle terre, le sentiamo mentre urlano e occupano le strade per contrastare la sentenza che limita ulteriormente la possibilità di abortire. Attraverso il controllo dei corpi (impedendoci di viverli – viverci – liberamente) passa un’intera mentalità che assoggetta le nostre esistenze, ci inchioda a lavori e ruoli, giustifica la nostra umiliazione, esclusione, discriminazione o addirittura la nostra morte (la “gelosia” di un uomo, la “vergogna” del padre di una persona frocia, l’ “insoddisfazione” del cliente di una sex worker, la “buona morale” di chi si erge a difensore della vita esponendo le persone al rischio di morire di aborto clandestino).

Nei mesi scorsi, l’indignazione delle intelligenze corporee che vivo in Polonia si era propagata anche altrove, sicuramente qui vicino, in quella zona terrestre che identifichiamo come Italia nordoccidentale. Ma ovviamente non basta e l’invito è a raccogliere informazioni (qui un blog scritto in italiano) e immaginare come essere di supporto alle creature sibling che vivono in Polonia. Ci riguarda tutt*.

Una decisione politica restrittiva presa in qualsiasi parte del mondo rafforza l’operato dell’obiettore nell’ospedale più vicino; ogni volta che viene ostacolato un aborto sicuro e legale, avvalliamo le mire di chi metterà il becco nei nostri comportamenti e orientamenti sessuali, opinerà sulla legittimità delle nostre identità di genere e valuterà se ci meritiamo o no la possibilità di godere interamente delle nostre vite corporee, delle nostre intelligenze vitali.

Nessuna intelligenza corporea si libera da sola, nessuna libera nessuna, tutte ci liberiamo insieme, diceva Freire.

Sembra che non c’entra ma c’entra. Domani, mercoledì 3 febbraio, presento Perché il femminismo serve anche agli uomini (Eris, 2020) insieme a Denise Cappadonia e Lorenzo Gasparrini che ne è autore. Anche qui si tratta di capire che l’azione, il pensiero (trans)femminista  ci riguarda tutt* e tutt* ci libera. Ah, faccio spoiler, l’assassino è l’eterocispatriarcato.




Fonte: Filosottile.noblogs.org