Dicembre 5, 2021
Da Il Manifesto
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È il 1981 e sul mercato discografico – prossimo al salto nell’era digitale del cd – arrivano due vinili del batterista afroamericano Ronald Shannon Jackson: Nasty e Street Priest (per la tedesca Moers Music).
L’allora quarantunenne leader (scomparso poi nel 2013) guida l’originale ensemble Decoding Society e non è l’ultimo arrivato. Può vantarsi di aver suonato con il pianista Cecil Taylor e con l’altosassofonista Ornette Coleman (creatori del free jazz), oltre a varie esperienze insieme alla vocalist Betty Carter come con il contrabbassista e compositore Charles Mingus. Con i corti dreadlock inanellati di perline e dischi metallici, la folta barba e gli occhi magnetici, una musica elettroacustica fitta di cambi ritmici (spesso collettiva e polifonica) Jackson appare un jazzista del suo tempo. È legato alla storia in quanto interprete del presente (sensibile al reggae e al rap) dei neonati anni Ottanta. Essi vedranno da un lato il ritorno a linguaggi consolidati di matrice bop e hard bop (da Herbie Hancock al giovane trombettista Wynton Marsalis) e dall’altro gli sperimentalismi degli M-Basers di Steve Coleman e quelli degli avanguardisti (area Knitting Factory) guidati da John Zorn.

La copertina dell’album «Nasty»

AUTODIDATTA
Ronald Shannon Jackson nasce e si forma a Fort Worth (Texas) come Ornette Coleman. È un autodidatta che impara e assorbe la musica nelle chiese holyness, dove i riti cantati e danzati prevedono la trance. Nella sua città sono fondamentali blues e r’n’b e il giovane Jackson – primo ingaggio con James Clay – si innamora dei suoni soprattutto nella loro dimensione ritmica: «Da ragazzo sono proprio cresciuto ballando. Ascoltavo ritmi tutto il tempo. Ero attento a qualsiasi cosa suonasse» dichiarò a Valerie Wilmer (intervista su Down Beat, agosto 1982). Trasferitosi a New York nel 1966, il batterista suona con artisti dalle estetiche divergenti (Stanley Turrentine e Albert Ayler); sensibile e onnivoro, Ronald Shannon Jackson rimane scioccato dalla morte di John Coltrane (1967), tanto da sparire per un certo periodo, riaffacciandosi nei pieni anni Settanta nella loft scene newyorkese. All’epoca vive nel loft Coleman, impegnato in jam session quotidiane; a Ornette piace il suo drumming e lo scrittura come secondo batterista nel proprio gruppo elettrico Prime Time. Compare negli album Body Meta e Dancing in Your Head (1976) di Coleman, come a fianco – live e in studio – del chitarrista James «Blood» Ulmer e del bassista Jamaaladeen Tacuma, entrambi ornettiani.
Forse per questo si è spesso parlato di «free funk» per la Decoding Society (nata nel 1980) ma Ronald Shannon Jackson preferiva la definizione «Texas blues». Nel 1982 Wilmer dava della musica del gruppo una lettura complessa e stratificata: «Ora Jackson è conosciuto come una delle più unificanti forze tra i musicisti creativi, aggiornando le idee del passato, riaffermando la capacità della musica afroamericana nel costruire se stessa. La sua è veramente funky music, non la solita roba fusion. Niente di quello che suona è fatto per amore dell’ammiccamento, piuttosto egli lavora per arrivare ‘sotto’ la pelle, rifiutandosi di rimanere in superficie» (Down Beat).
Ecco perché, a distanza di quarant’anni, Nasty e Street Priest suscitano interesse all’ascolto, senza revivalismi o retrotopie. Sarà per un paio di elementi fondanti del pensiero musicale del batterista, nati accanto ai «maestri» del free. Nell’interplay con Cecil Taylor – un tornado a livello ritmico – il batterista cercò di sintonizzarsi non sulle mani del pianista ma sul suo volto che via via esprimeva collera, gioia, animalità, tranquillità, sofferenza… «In altre parole – ha affermato -, Cecil suona vita e io ho risposto con la vita. Non ho mai trattato con lui a livello tecnico (…) Ciò ha fatto sì che la nostra collaborazione sia stata caratterizzata da una grande ricchezza di esperienze vitali». Scaturisce da ciò il particolare colorismo percussivo di Jackson, dimensione timbrica mai dissociata dalla tensione-pulsazione ritmica.

I CONSIGLI DI ORNETTE
Spetta a Ornette Coleman aver stimolato nel suo batterista la componente compositivo-melodica. «Se si suona la batteria abbastanza a lungo – racconta ancora Jackson -, si scopre di poter ascoltare cose che sono compiutamente melodie. È stato Ornette che mi consigliò di suonare il flauto per seguire quello che sentivo (…) Ornette e Cecil mi hanno posto su un altro piano». Grazie all’altosassofonista, il batterista costruisce melodie fortemente connesse con cicli ritmici (quasi come i «tala» nella musica classica indiana), dando vita a brani di sicura e policroma originalità.
Superato il concetto del batterista che accompagna «swingando» e quello del solista che interagisce con altri solisti, Jackson organizza la materia sonora partendo da successioni di modulazioni ritmiche. I suoi brani strutturati – spesso in forma chiusa – non hanno molto spazio per il solismo jazz tradizionalmente inteso ma agiscono con una compatta dinamica di gruppo (un lascito di Mingus).
In Nasty (registrato a New York nel marzo 1981) il batterista – compositore e arrangiatore di tutti i brani – guida un settetto con la chitarra elettrica di Vernon Reid (poi a capo della Black Rock Coalition), i sassofoni di Lee Rozie, Charles Brackeen e Byard Lancaster, il vibrafono di Khan Jamal e i due bassi elettrici dell’eccellente Melvin Gibbs e di Bruce Johnson.
In Street Priest (inciso in Germania Ovest, a Brema, nel giugno ‘81) Jackson è sempre autore e arrangiatore di tutti i pezzi ma l’organico si asciuga a quintetto, mantenendo Rozie, Reid, Gibbs e Johnson, inserendo l’ottimo sassofonista Zane Massey. Nel lato b del vinile si ascolta un interessante concentrato della poetica del batterista free funk. In Sandflower il leader e Massey disegnano al flauto una lunga melodia contrappuntata dalla sezione ritmica dove solisteggia Gibbs. Con Hemlock for Cordials si cambia temperatura e volume: poliritmie e intrecci polifonici aggrediscono chi ascolta, con i sax di Massey e Rozie che si intrecciano. Jackson è abile nello sfruttare le diverse voci strumentali o nel raddoppiarle, pratica fissa per i bassi elettrici sull’esempio del Prime Time di Ornette Coleman, dove ogni strumento aveva due interpreti in contemporanea (sax alto del leader a parte).
Sono entrambi dischi aspri, con tratti di maturità e altri di ricerca sonora ancora incompiuta. Un equilibrio dinamico, unito a un certo successo, arriverà con Mandance (Antilles, 1982) e Barbeque Dog (stessa label, ‘83). Per il primo il suo autore affermerà che «la danza è un momento essenziale della vita (…) un ‘medium’ tra lo spirituale e il fisico che deve essere espresso», mentre il secondo «nasce dalla comunione tra varie idee ritmiche, emozionali, musicali, spirituali».
Quando, nel marzo 1985, gli chiedemmo in che direzione andassero il jazz e la musica degli anni Ottanta, Ronald Shannon Jackson ci rispose così: «Penso che ci siano varie direzioni, anche perché molte cose sono cambiate da quando il jazz è nato (…) Noi stiamo vivendo, e creando, un altro tempo; la nostra è un’era elettrica ed elettronica, di strumenti amplificati e il nostro cervello si adatta ai nostri tempi. Non è possibile tornare indietro (…) La vita si muove e cambia: questo rappresenta il jazz ora, il jazz degli anni Ottanta».




Fonte: Ilmanifesto.it