Marzo 16, 2022
Da Il Manifesto
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È un grande classico della letteratura l’epopea di una famiglia, sospesa tra la burrasca del tempo che passa e le aspirazioni realizzate o fallite. Sullo sfondo, di solito, scorre inesorabile la Storia di un paese. La letteratura cinese, poi, ci ha abituato a grandi saghe famigliari durante le quali – da lettori – ci siamo immaginati un’ambientazione in bianco e nero, fatta di schiene spaccate sui campi, di imposizioni ideologiche, di piccoli soprusi e grandi sofferenze, per giungere poi al colore dei tempi più recenti che hanno segnato alcune delle tante trasformazioni del paese. Il colore, però, non cancella mai i fantasmi del passato, riproponendone di nuovi da scacciare in ogni modo: sull’uscio della casa in campagna o per le strade delle grandi metropoli cinesi.

Crescita selvaggia di Sheng Keyi, in uscita oggi per Fazi editore (traduzione di Federico Picerni, pp. 360, euro 18.50) ripropone questo schema ma con una caratteristica originale: la storia recente cinese passa attraverso la vita di una famiglia nella quale «a scuotere le montagne» sono le donne. L’autrice, nata nel 1973 nell’Hunan (di cui Fazi ha già pubblicato nel 2019 Fuga di morte) ha scritto molti libri e si occupa da sempre di «questione femminile» e problematiche legate alle diseguaglianze.

DEI GRANDI CLASSICI CINESI contemporanei, Yu Hua e Mo Yan ad esempio, è in grado di conservare uno spirito irriverente, talvolta cinico, un linguaggio che ha nella scurrilità la volontà di scavare nell’anima dei tempi, ancora prima che delle persone; analogamente Sheng Keyi mantiene quel sarcasmo sornione tipico di Mo Yan, quando ad esempio serve liquidare in poche parole l’anomalia di Hong Kong o altri cortocircuiti delle vicende cinesi (e proprio per questo confronto con temi «sensibili» il libro è stato censurato in Cina, come altri dell’autrice).

L’ottima traduzione di Federico Picerni peraltro ci consente di apprezzare la brillantezza della scrittura di Sheng Keyi e la sua capacità di farci «vedere» luoghi e sentimenti del romanzo e dei protagonisti, attraverso descrizioni rapide e ficcanti, capaci di portarci a osservare quella vita rurale di cui abbiamo tanto letto e immaginato a proposito di Cina, e in grado di aiutarci a percepire lo spleen dei protagonisti attraverso poche parole, gesti, sguardi che scandiscono il passare del tempo, i passaggi chiave del romanzo, l’inesorabile distacco generazionale tra i personaggi.

LE DONNE di questo racconto epico sono le grandi protagoniste: si ritrovano a gestire – e poi ad allontanare – uomini irosi, violenti, ottusi, presuntuosi e fondamentalmente incapaci; e in Crescita selvaggia l’ironia con la quale sono descritti alcuni di loro, come il nonno della protagonista, dipendente dal gioco d’azzardo, scansafatiche e libertino, non li assolve dalla pesantezza della loro impronta sulle sofferenze o le difficoltà delle donne della famiglia, né dal loro essere un utile ingranaggio di quel sistema cinese che, pur cambiando, finisce per stritolare vite come in un tempo eterno, sospeso. Sheng Keyi riesce nell’impresa di fare andare in avanti la storia, come se il tempo in realtà, il Tempo dei sentimenti umani, fosse bloccato. Siano gli orrori e le ottusità della legge del figlio unico, siano le difficoltà a rendersi indipendenti (il divorzio, il lavoro, l’autonomia economica), gli uomini di questo romanzo rappresentano un sistema che pur cambiando, e non di poco, schiaccia le vite femminili come se il tempo non fosse mai passato (e qualcuno a suo modo pagherà).

L’eccezione è il fratello, protagonista sfortunato (condannato – seppure innocente – durante la campagna «colpire duro tutte le attività criminose») e quasi spettatore della sua vita e di quelle degli altri: «La loro compassione (della gente del villaggio, ndr) ricordava a mio fratello che la sua vita era stata scritta con una calligrafia storta e che il suo fato era difettoso. Lui cercava di dimenticare il passato, ma loro non glielo permettevano».

IL PASSATO CHE RITORNA, come un elemento da scardinare, nonostante tutto. Le attività imprenditoriali della cognata, quelle delle sorelle (tra ambiguità e sfrontatezza) sono le vie di fuga che anticipano quella della protagonista che rimane nell’ombra del racconto (diventerà giornalista) fino a quando le traiettorie delle donne della storia non cominceranno a prendere una forma vivida, per una volta reale e non solo immaginata o auspicata. Come quando una delle sorelle della protagoniste «proclamò davanti a tutti che per lei figlie femmine e figli maschi erano tutti sullo stesso piano. (…) Aggiunse inoltre che avrebbe fatto il possibile per curare la formazione di sua figlia e che l’avrebbe mandata in città a ricevere una buona istruzione (…). Xiao Shuquin sapeva benissimo che per mio padre le donne erano inferiori agli uomini, così facendo voleva ’scuotere la montagna per destare le tigri’, cioè protestare contro le ingiustizie ai danni delle donne della nostra famiglia Li».




Fonte: Ilmanifesto.it