Settembre 15, 2021
Da Umanita Nova
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Shortage è un termine col quale dovremo cominciare a familiarizzare, nulla di assurdo, solo un nome più “yeah” per chiamare la penuria di alcuni prodotti e giustificare l’aumento dei prezzi. Andiamo però per ordine, rispolveriamo brevemente un po’ di concetti economici elementari. Uno shortage può essere considerato o in conseguenza di una carenza produttiva o per un eccesso di domanda, l’esito è quasi sovrapponibile, cioè i prezzi aumentano per tutta una serie di motivi che le varie scuole economiche hanno analizzato. Indipendentemente però dalle possibili cause, che in parte analizzeremo più avanti, quello che interessa maggiormente è l’aumento del prezzo finale dei prodotti.

Quando ad essere in carenza è una singola categoria di prodotto alcuni soggetti economici possono anche non accorgersi di nulla; ad esempio, qualche anno addietro, le alluvioni in conseguenza di un tifone nell’area di Taiwan crearono non pochi disastri e ad andarci di mezzo furono alcune aziende di produzione di hard-disk: ebbene, in quel periodo trovare un hard-disk per computer o per server era diventato un’impresa e quei pochi disponibili costavano un patrimonio. Ora voi direte chi se ne frega degli hard-disk ma, dal momento che sono un pezzo fondamentale (o almeno lo erano prima dell’arrivo dei sistemi SSD) per i funzionamento di varie apparecchiature, la loro penuria finiva per rallentare o creare comunque problemi a qualunque settore facesse pesantemente ricorso all’informatizzazione dei processi per la produzione. Quando però lo shortage diventa sistemico, o comunque comincia ad interessare più filiere produttive e beni di largo consumo e prima necessità, le cose cambiano e si assiste quello che gli economisti anglo-americani chiamano “the snowball effect” più comunemente noto alle nostre latitudini come effetto domino.

Un assaggio di uno shortage sistemico lo stiamo vivendo in questi mesi, una convergenza da “tempesta perfetta” che somma gli effetti della pandemia con quelli del cambiamento climatico e che snuda la fragilità del sistema economico. La pandemia ha imposto restrizioni e blocchi della produzione ma ha anche generato panico da accaparramento di risorse: come negli Stati Uniti la gente faceva a cazzotti per la carta igienica, così gli operatori finanziari facevano a spintoni per acquistare azioni che avrebbero guadagnato in un momento nel quale altre azioni sarebbero andate a picco. In questo caso robotica, cyber security e biopharm sono state le più richieste, assieme a quota parte della logistica. Il problema dei problemi è che la pandemia ha lasciato a casa parecchia gente, ha accelerato alcuni processi di delocalizzazione e stimolato lo sviluppo di cicli produttivi automatizzati per limitare al minimo la presenza umana. Quindi ci ritroviamo a ragionare con la sovrapposizione di alcuni effetti, come la riduzione della forza lavoro, un aumento dei prezzi di materie prime e beni funzionali come i combustibili, che fa dello shortage un problema di una certa gravità. Aumento dei prezzi e disoccupazione vanno spesso a braccetto innescando un circolo vizioso rotto solo dal consueto intervento pubblico.

Dicevamo in apertura della sovrapposizione di alcuni effetti particolari che non sono accidentali ma sistemici. Il fatto di legare produzioni in varie parti del mondo ad un unico mercato di compravendita implica il dover trasportare merci da un capo all’altro del globo. Il processo di integrazione globale, meglio noto come globalizzazione, ha fatto sì che ciò che viene prodotto in un dato contesto geografico può anche non finire nel mercato locale ma viene esportato in toto verso altre mete. Il rispetto di contratti spesso pluriennali impone la vendita di taluni prodotti spesso ad un solo acquirente. Questo punto è cruciale per capire fino in fondo quali sono i fattori al contorno che causano lo shortage.

Questa lunga ed estenuante premessa è d’uopo per inquadrare il problema nei sui punti cruciali. Quindi abbiamo da un lato una produzione che è spesso orientata all’export, dall’altro abbiamo un circuito di distribuzione complesso che detta il passo alla produzione. Fino a qualche anno addietro il processo di produzione-vendita-consumo ammetteva dei tempi di stoccaggio delle merci, era perciò un sistema definito obsoleto in quanto prevedeva le scorte di magazzino. Il problema con lo “storage” (sono sempre le scorte in linguaggio un po’ più cool) sono i costi di gestione: un magazzino ha dei costi fissi che i buoni imprenditori preferiscono non pagare, compresi i magazzinieri. Quindi negli ultimi vent’anni le strategie si sono orientate verso il “just in time”, cioè accelero o freno la produzione in funzione della domanda. In questo i contratti precari assolvono al loro reale compito, quello di assumere per tempi brevi solo quando serve e per il resto ti attacchi. Le scorte di magazzino avevano però un indubbio vantaggio: fare da volano per flessioni improvvise di prodotto. Se il prezzo di un bene sale ma ne abbiamo in magazzino una certa quantità non possiamo (legalmente almeno) alzare il prezzo di un prodotto già acquistato ma, sostanzialmente, la scorta impedisce che da un giorno all’altro quel determinato bene non sia più disponibile.

Ora cerchiamo di mettere in fila un po’ di dati che abbiamo fin qui esposto e otteniamo una bella fila di tasselli che, caduto il primo, innesca un effetto a cascata (siccome ormai siamo nel mood potete dire snowball effect). Quindi abbiamo la produzione agricola orientata principalmente all’esportazione (mi spiace dirvelo ma i pelati che comprate non arrivano dalla Puglia ma se tutto va bene arrivano dal Marocco e i pelati pugliesi finiscono in Canada nella migliore delle ipotesi). La catena di distribuzione favorisce grossi carichi a lunga distanza invece che piccoli carichi a corto raggio, dal momento che il costo unitario è molto più basso per grossi carichi.[1] Abbiamo poi il fattore just in time, che non si applica tanto ai prodotti alimentari ma a tutto il resto; ciò però ha delle ripercussioni su tutti i settori, dal momento che se non ho esigenza di produrre o non posso produrre a causa di intoppi in una filiera, io licenzio o, meglio, non rinnovo i contratti e tanti saluti. Un disoccupato però avrà una propensione al consumo che si riduce via via che il suo risparmio si va assottigliando: questo è l’innesco di una riduzione di domanda che sommata alla carenza di offerta fa salire i prezzi. Cosa succede però se ad andar su sono i prezzi dei beni di largo consumo e di prima necessità?

Si era parlato in apertura delle congiunture del tipo pandemia, cambiamenti climatici e magagne strutturali del sistema economico attuale, ebbene nell’ultimo periodo si è avuta la tempesta perfetta. Una tempesta perfetta di guai – condizioni di estrema siccità, un mercato volatile delle materie prime e spese in aumento – costringe mugnai e panettieri a trasferire i costi crescenti ai clienti. La scorsa primavera, i problemi della catena di approvvigionamento legati alla pandemia hanno portato a una quantità insufficiente di farina sugli scaffali dei supermercati, proprio mentre i consumatori costretti a stare a casa si sono rivolti alla panificazione casalinga per ovvia comodità. Il problema non era una reale carenza di farina o grano. Piuttosto, un problema legato alla logistica, dagli imballaggi per la vendita al dettaglio, ai ritardi nei trasporti, alla carenza di manodopera nei negozi di alimentari e gli acquirenti in preda al panico che hanno moltiplicato gli acquisti. Tipico shortage per eccesso di domanda.

Quest’anno ci sono nuovi problemi. Le condizioni storiche di siccità hanno già distrutto o danneggiato i raccolti nell’ovest, nelle pianure settentrionali e nel sud-ovest, regioni chiave degli Stati Uniti per la coltivazione di alcuni tipi di grano. Secondo un rapporto del 6 luglio dell’USDA[2] circa il 98% della produzione di grano primaverile del paese si trova in un’area che sta vivendo condizioni di siccità. Fortunatamente le stime del 2020 dicono che c’è ancora molto grano in giro. La siccità è però solo uno dei tanti fattori che fanno impennare i prezzi pagati dai mulini per il grano: l’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento, così come i mercati volatili dei cereali delle materie prime esacerbati dalle condizioni di siccità in altre parti del mondo, stanno rendendo la farina più costosa da produrre. Il meccanismo del mercato tende sempre a scaricare sulla fase successiva tutti le maggiorazioni di costo.

Quindi da un lato l’imprenditoria si difende con il licenziamento o più banalmente non rinnovando il contratto (cosa assai più conveniente così non deve stare a fare cause di licenziamento con costi aggiuntivi; viva la flessibilità…) ma dall’altro lato si riduce la capacità di spesa del licenziato che non solo non ha reddito da lavoro ma vede anche crescere i prezzi dei prodotti. Come annunciato in apertura, il “deus ex machina” che salva la situazione è sempre la risorsa pubblica. Capita a fagiolo, proprio fortuitamente, il green deal in Europa e il GND (Green New Deal) negli USA, assieme ad una serie di operazioni asiatiche di varia natura. La svolta green che non fa altro che iniettare un po’ di vitamine (leggi miliardi di denari da debito pubblico) nel sistema per sostenere la conversione, la decarbonizzzione e tutta una serie di grossi investimenti e grandi opere in lungo e in largo per il globo. Ciò non tanto per placare le ire della natura inferocita ma piuttosto la fame di mercati voraci che hanno bisogno urgente di investire risorse stratosferiche raggranellate durante la pandemia (vedi Big Pharma) o dall’altro lato hanno urgenza di risorse per uscire dai guai (vedi il mercato immobiliare e delle costruzioni).

È chiaro che per quanto possa essere un periodo di vacche grasse per qualcuno, per il lavoratore comune, per noi poveri subalterni c’è solo la speranza di un sussidio, di un contrattino salvagente, di qualche sostegno dalle casse di famiglia e poco altro. Come regolarmente e sistematicamente accade il meccanismo di autoconservazione del mercato salva i big e ammazza tutto quello che non ha liquidità per andare avanti. La razionalità del mercato è sempre simile alla legge del più forte, solo che qui la forza si misura nella capacità di spremere le casse pubbliche, non la capacità di resistere con le proprie forze alle vicissitudini.

J.R.

NOTE

  1. Gail Ellis, “Food prices fluctuate with labor and supply shortages”, Oklahoma State University Extension, url: https://extension.okstate.edu/articles/2021/food-prices.html
  2. https://www.usda.gov/sites/default/files/documents/AgInDrought.pdf



Fonte: Umanitanova.org