Novembre 21, 2020
Da Lungi Da Me Fanzine Libera
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Senza di me, per farti sentire dovrai gridare forte (è anche vero che tante bocche meriterebbero di stare mute). Senza di me, non potrai inondarti di luce (è anche vero che tante facce dovrebbero piuttosto nascondersi che venire illuminate a giorno).

Si alza il sipario ed è come un temporale: bagliori di lampo tra le nubi e dopo un istante il boato del tuono: le luci si accendono e dopo un istante l’orchestra incomincia a suonare. A governare lo spettacolo, tecnici del lampo e tecnici del tuono. Detta così, fa pensare a una specie di dèi: piccoli zeus addetti ai lavori con un cavo a 5 poli direttamente conficcato nel dito indice per il controllo remoto. Ma è più vicina agli inferi che all’olimpo, questa specie mitologica, più vicina all’inferno che al paradiso; un ibrido sospeso in un purgatorio: né su né giù, né bianco né nero, né dipendente né indipendente, né determinato né indeterminato, né srl né cooperativa – insomma, un essere un po’ confuso riguardo alla sua posizione, che sa cosa vuol dire sentirsi un diaframma sospeso in un campo elettromagnetico, per usare una metafora che gli è familiare. Ma stavolta lo spostamento d’aria è stato troppo violento e al tecnico della luce e del suono si sono saturati i coglioni. Così ha cominciato a pensare che, dopo tutto questo, nulla dovrà più essere uguale. Perché, sì, oggi è il virus a tenerci a distanza, ma anche prima del virus ci eravamo distanziati parecchio gli uni dagli altri. Si lavorava vicino ma non uniti, e c’erano argomenti quasi tabù: meglio non confrontarsi con gli altri, meglio tacere su quei 50 sporchi euro contrattati individualmente con il padrone, che uno portava a casa in più degli altri avendo così l’illusione di poter spendere di più per riempire quella parte della propria vita che altrimenti sarebbe rimasta vuota. Era una competizione silenziosa: vigeva la parola d’ordine “ognun corre per sé”; e il passo non s’adattava certo a quello del più lento, non si badava se per ascendere all’olimpo si lasciavano indietro morti e feriti. Nel nostro ambiente la maggior parte si è “compagni”, ma timorosi di esserlo troppo; si dice di credere nella solidarietà ma nel concreto si pratica l’egoismo. Come esseri sociali, ancor prima che dilagasse la pandemia eravamo già dei malati terminali, dei condannati a morte: non quella classica, con ascia del boia e folla inferocita, ma una morte lenta, dietro le quinte ad accendere i fari senza mai esserne illuminati: insistendo nella metafora, una lenta agonia fuori fuoco. Paradossalmente, potrebbe essere proprio questa minchia di virus a farci uscire da questa condizione, a innescare, come già sta avvenendo, nuove riflessioni. Per esempio la parola “compagni”. Certo, non son più i tempi gloriosi, è cambiato anche il vocabolario, son cambiati i significati delle parole stesse, è cambiata la nostra percezione di quelle parole; ma, oggi come ieri, le dinamiche sono le stesse e noi, silenziosamente, abbiamo accettato tanti, troppi compromessi. Non troverei per niente riduttivo se di questa parola – “compagni” – si riuscisse ad assumere la definizione che ne dà Rossana Rossanda, politica, scrittrice e giornalista: “Compagno è una bella parola, è un bel rapporto quello tra compagni; amico è una cosa più interiore, compagno è la proiezione pubblica e civile di un rapporto in cui si può non essere amici ma si conviene di lavorare assieme.” Già solo questo comporterebbe un completo ribaltamento dei rapporti: non più viaggiare isolati nella propria corsia guardando solo davanti a sé, ma fermarsi a guardare indietro, o almeno fermarsi un secondo a pensare, così magari chi sta dietro viene a sbatterti contro e può darsi che poi si riesca a ripartire insieme. Quindi, compagno, pensa anche a chi ti scarica il camion, pensa a chi ti passa i fari quando sei in cima alla scala, pensa a chi ti sposta i bauli. Sì, mi dirai, ma a suo tempo ho fatto anch’io la gavetta! Ecco, appunto, ti sei già risposto da solo: ricordati quanto hai odiato chi ti trattava a pesci in faccia perché magari non reagivi prontamente, rincoglionito dalla stanchezza o semplicemente meno esperto; non cagare addosso a chi sta sotto perché, a sua volta, qualcuno sopra di te lo ha fatto… Le iniquità e le umiliazioni che hai subito ti stimolino semmai a praticare il contrario! E diciamocele, tutte queste cose, non come ho fatto anch’io fino a ora, che per paura delle conseguenze mi son sempre trattenuto dall’esprimere ciò che penso! Né tutto questo riguarda solo noi. Come adesso, e per quanto tempo non si sa, è calato il sipario sulla nostra attività, e noi dietro le quinte, al buio e pile in testa, cerchiamo dei diritti che non troviamo, anche altre categorie, tanti altri settori del nostro mondo del lavoro sregolato e privo di tutele hanno avuto occasione, fermandosi, di accorgersi della propria fragilità. Cogliamo quindi l’opportunità per toglierci anche questi paraocchi, ché – al di là delle specifiche caratteristiche e rivendicazioni – non è più il caso di ragionare solo per il fonico, il tecnico luci, il facchino e via dicendo: qui si tratta di lavoro e di lavoratori. Ho un motivo anche mio personale per voler acquisire questa dignità. Io vengo dalla provincia profonda, e da quando a 17 anni mi sono avvicinato a questo mestiere mi son sempre sentito dire frasi classiche del tipo “ma quand’è che ti trovi un lavoro serio?”, o “avete finito di giocà co sti mixer?”, o magari con goliardica ironia maremmana “ma la smettete di spippolà co’ quei pippoli che c’è da pulì la stalla e arà il campo!” (o in alternativa andare a lavorare all’Ilva o alla Solmine…) Credetemi, è stata dura convincere la gente che poteva concepire il mio mestiere come un vero lavoro. Ma non ho voluto dargliela vinta, e col tempo, vedendomi lavorare sodo e crescere professionalmente, quasi tutti si sono chetati. Così ora, non è solo per mettermi più al sicuro – o per dar voce al Che Guevara che da dentro, come un alien, vuole uscirmi dal petto per urlare la propria rabbia – che io oggi invoco la fattiva alleanza tra uguali (“cumpagn” non significa uguale nel dialetto di questa città?): compagni, vi prego, facciamolo perché io possa mettere a tacere quelle malelingue, che non possano più dirmi “hai visto che non era un lavoro serio! hai visto che c’avevo ragione!” L’andazzo che c’è stato finora deve cambiare; facciamo che quando sarà il momento il sipario si alzi su uno scenario del tutto nuovo. Siamo professionisti, invisibili per molti ma indispensabili, che permettono a questo mondo di chiamarsi “dello spettacolo”; siamo lavoratori ma prima ancora siamo esseri umani!

20.4.2020 • Michele



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Fonte: Lungidame.noblogs.org