Giugno 15, 2021
Da Bu
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Forse mi sbaglio, ma secondo me rimarremo sempre troppo poch* per riuscire a fare l’Internazionale anarcomunista, ecologista, femminista e per una piena libertà sessuale nel rispetto reciproco, che servirebbe, che sarebbe urgentissimo fare, prima che scoppino le guerre che già si delineano tra le superpotenze di oggi, finché non sapremo dire come vorremmo fare in modo, poi, che la competitività che ci portiamo tutt*, in parte (una parte che io reputo grande) anche innata, non finisse poi per ripristinare, alla breve o alla lunga, un sistema di gerarchie e diseguaglianze immani come quello in cui viviamo.
Secondo me è un punto importante, perché se non sapremo dirlo, i più continueranno a pensare: “Tanto il ‘comunismo’ fallirebbe di nuovo, anche nelle nuove forme” e, più o meno inconsciamente, penseranno anche “Allora chi me lo fa fare di fare la rivoluzione, se poi tanto alla lunga o alla breve tornerebbe tutto com’è adesso? Tanto vale che mi butti o che continui a stare in questo tutti-contro-tutti che è il mondo adesso, cui non c’è alternativa”. E penso che questo punto rimarrebbe abbastanza importante anche se pensiamo che la competitività sia poco o per niente innata, perché comunque questa è la cultura la società il sistema economico e “valoriale” in cui le stragrandi maggioranze vivono globalmente, e quindi comunque questo sarebbe anche il retaggio culturale con cui ci troveremmo ad avere a che fare poi.
Che le regole dettate da un apparato di potere non basterebbero ce lo ha chiarito il “comunismo reale” con la sua iperburocratizzazione, al di là del fatto che la “dittatura del proletariato” fu solo un ribaltamento, per altro molto parziale, della configurazione di classe precedente. Che la questione centrale sia quella della sete di accentramento di potere e privilegio “di per sé”, che si esprime soprattutto nell’accentramento di ricchezza, ma che è una tendenza “a monte” di quello, mi sembra altrettanto abbastanza chiaro.
Forse dovremmo chiarire in primis che non tendiamo a un’illusoria pace assoluta, a un mondo totalmente scevro di competitività e rivalità, ma “solo” a qualcosa di molto meglio, una situazione in cui le disparità di potere e di ricchezza sarebbero molto, molto più contenute, e non ci sarebbe più miseria per nessuno, e non ci sarebbero più concentrazioni di ricchezza e potere inaudite per pochissimi, e non ci sarebbero più ammazzamenti, guerre, ecc.; ma al contempo, perché quel mondo “abbastanza diverso” non finisca alla breve o alla lunga per riprodurre un sistema di gerarchie e diseguaglianze immani se non quanto quelle di quello attuale, poco meno, senza richiedere apparati regolatori enormi, destinati poi a crollare come nel caso del “comunismo reale” sovietico, o convertirsi a un capitalismo ormai neanche troppo “di stato” come quello cinese, io non credo che basterebbero le sole pratiche di condivisione e autogestione, anche solo in chiave municipalista o federalista, e il tabù culturale della concentrazione del potere e della ricchezza, e una cultura e quindi una “pedagogia diffusa” diverse, nemmeno se immerse in una memoria dell’orrore precedente, ovvero dell’orrore che è il presente quando visto globalmente.
Rispetto a questo problema del “cosa ne faremo poi della competitività?”, ribadisco un pezzetto di cui sono convinto: una volta che, oltre il software, anche l’hardware informatico fosse open source, e le fabbriche dell’hardware, insieme a tutti gli altri mezzi di produzione dei beni materiali e immateriali, fossero gestite collettivamente, i videogiochi e la “realtà virtuale” (intendendo con questa tutta la produzione di fiction, anche nelle sue forme “classiche”), e i loro sviluppi futuribili potrebbero costituire un grosso aiuto per l’espressione innocua della competitività e per la sua sublimazione. Ma penso ci vorrebbe ancora tanto di più, un di più che forse in parte c’è già e questo lo so come so che non lo conosco poi tanto personalmente, ma evidentemente è una parte non sufficiente, o forse non abbastanza spiegata, a convincere, più che della necessità, della possibilità di un cambiamento materiale e culturale radicale a livello globale che non finisca alla breve o alla lunga per riprodurre un sistema di gerarchie e diseguaglianze immani se non quanto quelle di quello attuale, poco meno.

Uroboro




Fonte: Bu.noblogs.org