Gennaio 7, 2022
Da Il Manifesto
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Dopo la standing ovation per l’oscar alla carriera assegnatogli nel 2002, Sidney Poitier, rivolto alla platea del Kodak Theater, aveva accettato il premio «nel nome di tutti gli attori e le attrici afro americane venuti prima di me negli anni difficili e sulle cui spalle ho il privilegio di stare». Nella realtà molto più numerosi sarebbero stati quelli che avrebbero tratto beneficio dalla strada che lui stesso aveva spianato cominciando a desegregare gli schermi e l’immaginario nazionale plasmato da Hollywood, compreso Denzel Washington che proprio quella stessa sera divenne il primo afro americano a vincere una statuetta da attore protagonista da quando l’aveva fatto Poitier nel 1964 (per I gigli del campo di Ralph Nelson.)
In quei quasi quarant’anni, Poitier aveva messo il suo mestiere e il suo corpo in prima linea nella lotta che sempre ha considerato l’opera della sua vita. «La storia forse mi considererà un semplice elemento minore in un grande movimento», avrebbe affermato, «un briciolo di piccola ma necessaria energia, ed io rimango grato di essere stato scelto». Come il suo grande amico Harry Belafonte, Poitier non ha mai nascosto il suo impegno, marciando a fianco di Martin Luther King (fino al palco della grande Marcia su Washington del 1963) che lo considerava «un uomo di grande spessore e impegno sociale. Un uomo devoto alla causa della libertà e dei diritti umani».

MA L’IMPEGNO risaliva già ad anni precedenti e più «difficili», per usare il suo termine, anni dell’apartheid americano e del maccartismo, quando la sua amicizia dichiarata col comunista Paul Robeson aveva messo a repentaglio la sua carriera. E oltre alla militanza politica fu proprio il suo cinema l’incommensurabile contributo progressista di Poitier. Nel sodalizio con registi come Joseph Mankiewitz, Norman Jewison Martin Ritt e Stanley Kramer e nei ruoli in cui per primo – e per molti anni da solo – ha dato visibilità al razzismo ed alla dignità afro americana. Un lavoro che ha creato immagini indelebili: la fuga ammanettato con il razzista Tony Curtis in La parete di fango, la coppia inter razziale di Indovina chi viene a cena, lo schiaffo sganciato dall’ispettore Tibbs ad Endicott, il bianco razzista del sud – e contemporaneamente alla nazione che voleva scuotere dalla propria colpevole rimozione. «È una scelta, sicuro!» avrebbe dichiarato. «Se la società fosse diversa chiederei a piena voce di interpretare anche ruoli ‘neri’ più complessi e dimensionali, ruoli di cattivi. Ma a questo punto della partita non ci penso nemmeno».




Fonte: Ilmanifesto.it