Gennaio 25, 2022
Da Fuoridallariserva
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A proposito dell’operazione repressiva “Sibilla”

Esprimere fastidio o disappunto davanti al potere non fa per noi. Convinti come siamo che tra libertà e autorità non solo esista un divario incolmabile, ma che la prima sia espressione di una irriducibile alterità rispetto alla seconda e che le due siano incompatibili e inconciliabili, perseveriamo nel credere fermamente che l’unico rapporto possibile col potere è un rapporto di guerra. O lo si subisce o lo si abbatte. È per questo che nell’indifferenza verso lo Stato e il capitale si esplicita la rassegnazione, la resa e, in
definitiva, la capitolazione. Noi anarchici serbiamo un’idea di libertà che è troppo estesa e incontenibile per poter essere “accontentata”. Questa nostra idea definisce e – laddove la teoria sgorga nella pratica – intende esprimere la libertà integrale e assoluta che si fa beffa di ogni accondiscendenza verso il potere, che frantuma fattivamente le false “libertà” democratiche che ci vengono elargite, che in un eterno anelito di rivolta colpisce con l’azione le figure e le strutture del potere, disgregando lo spazio e il tempo dell’autorità.

Talvolta, specialmente quando la coscienza è arida di volontà, l’ingombrante presenza dello Stato in ogni ambito dell’esistenza e del quotidiano riesce a far ripiegare i suoi strenui oppositori, che in tal modo cominciano a procrastinare all’infinito la realizzazione dei propri progetti. L’ostilità diviene indifferenza. È così che, mano a mano, l’obiettivo diviene quello di mantenere un antagonismo più o meno ammantato di velleità radicali. Piuttosto che distruggere il mondo dell’autorità si preferisce il ripiegamento desistenziale diretto alla costruzione di un nostro “piccolo mondo”, dedicandoci a noi, alle nostre scadenze, ai rapporti, finanche all’“autogestione”, all’“autodeterminazione” di ambienti e situazioni.

Ma questo “mondo”, uno spazio dove poter trovare soddisfazione al desiderio per una esistenza priva di coercizioni di ogni sorta, può esistere? Quindi, può coesistere con il mondo lì fuori? In poche parole, esiste possibilità di fuga? Io non credo proprio. Di queste convinzioni inerenti una possibile “evasione” dalla realtà, camuffata con le solite retoriche radicaliste e alternativiste, il movimento anarchico di lingua italiana ne è stato pieno a lungo, negli ultimi decenni. In fin dei conti si tratta della “solita” ricerca di motivazioni – da porre anzitutto davanti a se stessi, poi davanti agli altri – alla propria pressoché totale inazione nei confronti del potere. Allora, ogni pretesto è buono e l’“incendio delle proprie passioni”, come lo avevamo improvvidamente considerato tempo addietro, adesso possiamo tranquillamente riporlo nel cassetto in cui abbiamo collocato altre esuberanze più o meno giovanili.

Sgombrando il terreno dai miserabili pretesti che ciascuno trova per mettere a tacere la propria coscienza e porre un velo d’indifferenza tra sé e il mondo “esterno”, occorre soffermarsi su tre aspetti. Anzitutto, non è mai esistita, nei fatti, una possibilità di fuga da questa realtà: ogni orticello, ogni “isola felice” (sia essa uno spazio fisico o un conclave d’intellettuali), sopravvive solo grazie alla tolleranza del capitale. Secondo, di mondo ne esiste uno solo: quello in cui disgraziatamente ci troviamo a sopravvivere e da cui – checché se ne dica – non è possibile chiamarsi fuori, in primis perché il potere, oggi ancor più di ieri, esige perfino la nostra quotidiana adesione ideologica alle sue ragioni, quando non la compartecipazione diretta alle sue esigenze. E il nostro rifiuto, o la nostra diserzione in tal senso, comporta sempre e comunque delle conseguenze, siano esse grandi o piccole. Infine, una libertà che termina oltre la porta di casa mia o si esaurisce al di fuori delle mie rassicurazioni, è illusoria, menzognera: essa non è libertà.
La libertà è un concetto complesso, che sfugge alle facili categorizzazioni e allo stesso tempo resta di immediata comprensione a chi è disposto a considerarne il richiamo, ad accarezzarne la portata. Ed è per questo che qualsivoglia tipo di “libertà” elargitaci da chicchessia non solo la smaschereremo sempre come un imbroglio, ma la combatteremo attivamente proprio perché inevitabilmente compartecipe ed espressione del principio dell’autorità. La libertà non contempla né la logica del calcolo (quindi non ammette “gradualismi” di sorta) né quella della conservazione: il nostro anelito ad essa aggredisce con ferocia ogni calcolo indirizzato alla rivolta e abbandona ogni logica tesa alla conservazione della vita. Tenersi alla larga dallo Stato e dal capitale significa conservare la vita stessa, congelarla nella superficiale indifferenza che è fin troppo comodo e facile abbracciare. Affrontare lo Stato e il capitale, affrontare l’autorità, solo questo a mio modo di vedere significa cominciare a vivere. È solo quando la vita entra nella dimensione del rischio che allora questa assume una forza propulsiva, la forza che è propria dell’utopia.

Nel presente periodo storico possiamo ancora di più notare come vi sia sempre meno margine per una esistenza incentrata sull’esclusiva coltivazione delle proprie rassicuranti certezze. In tutti gli ambiti della realtà sociale, c’è sempre minore spazio per le mediazioni, per il riformismo. È più difficile camuffare le nostre scelte ed è sempre più visibile come certe convinzioni o strade intraprese, piuttosto che condurci ad un arricchimento (perfino ad un arricchimento del nostro “bagaglio di lotta”), abbiano già da tempo implicato una resa davanti al potere. Siamo nell’epoca dove il disinteresse, l’inazione, la desolidarizzazione, l’inoffensività vengono elogiati quando non addirittura eletti a vere e proprie “virtù”. E tutto ciò lo vediamo bene anche in quegli ambienti che in tanti consideravano portatori o fautori di un certo antagonismo allo stato di cose presente.

Inutile sottolineare in queste righe come tali elogi e presunte virtù siano del tutto funzionali allo Stato e al capitale. Alla luce di questa ben triste situazione, dove anche larghi strati sociali delle masse sfruttate reclamano il diritto ad essere integrati nella società del controllo che si sta profilando giorno per giorno nel contesto dell’avvitamento repressivo
operato dalle democrazie occidentali che – sebbene mantengano intatto il proprio involucro formale – stanno rapidamente “evolvendo”, o meglio, mostrando ciò che in realtà sono sempre state; ecco, alla luce di tutto ciò credo occorra ribadire ancora una volta il valore e la significatività delle nostre scelte anarchiche e rivoluzionarie. Noi anarchici abbiamo un sogno che è insopprimibile espressione delle ragioni della vita contro l’esistenza obbediente, le umiliazioni, la sottomissione che il potere cerca di indurre nella nostra coscienza. È per questo che crediamo che la libertà risieda innanzitutto, qui ed ora, nella sfida contro ogni potere, nel selvaggio desiderio della distruzione pratica e concreta dell’autorità.
Questo sogno ci pone incessantemente davanti a questioni brucianti, impellenti, che
richiamano la nostra attenzione, il nostro impegno, quindi la nostra disponibilità
rivoluzionaria. Cosa significa vivere la vita? I nostri principi, le nostre pratiche, sono
veramente espressione di una guerra sociale permanente che non ammette remore?
L’anarchismo è forse per noi un “passatempo”? Si tratta di quesiti che, se posti nel giusto modo, possono rappresentare un tormento per quanti hanno a cuore l’anarchia, proprio perché, ancor prima di porsi come questioni di ordine metodologico, hanno la sorprendente capacità rivelatrice di porsi subito radicalmente alla base dei problemi, illuminando le interroganti ragioni dell’anarchismo e il suo collocarsi inevitabilmente entro la dimensione del rischio, l’unica dimensione dove è possibile intravedere la libertà cui aneliamo.

L’operazione repressiva “Sibilla”, emersa l’11 novembre scorso con decine di perquisizioni, l’arresto di due compagni (tra cui uno già recluso, Alfredo Cospito) e altri quattro sottoposti a misure restrittive (successivamente tutte annullate da un tribunale, poco più di un mese dopo) – un’operazione repressiva diretta in particolar modo contro il giornale anarchico “Vetriolo”, di cui le forze repressive hanno sequestrato tutte le copie che sono riuscite a reperire –, mi consente di fare alcune osservazioni, peraltro nemmeno così “nuove”, in merito al disinteresse, all’inazione, alla desolidarizzazione, all’inoffensività. Queste
miserabili scelte e condizioni che sono state, tra le varie cose, aspetto di critica aspra e radicale nelle pagine di “Vetriolo” fin dal primissimo numero, sono nei fatti l’espressione immediata di ciò che concisamente possiamo definire come rassegnazione e capitolazione davanti allo Stato e al capitale.

Avendo l’indagine condotta dalla procura di Perugia assimilato in sede di procura nazionale antiterrorismo gli atti di una precedente e ben più consistente indagine ad opera della procura di Milano (incentrata sul giornale, sui compagni redattori ed altri compagni), colgo l’occasione per soffermarmi – senza “tecnicismi” paraculi – su una tra le due principali accuse che ci sono rivolte, quella di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo, accusa che è stata appunto assimilata successivamente nell’indagine “Sibilla” probabilmente su indicazione di qualche giudice o sbirro nell’ambito del suddetto coordinamento in corso da tempo a livello nazionale tra le varie procure impegnate nelle “attività di contrasto al fenomeno anarco–insurrezionalista”. La mia riflessione non verte tanto sull’accusa specifica – da cui non mi interessa difendermi – ma coglie l’occasione di
questa operazione repressiva per addentrarsi in alcune riflessioni sulla natura della pubblicistica e della teoria anarchica.
Tra gli aspetti che vanno a fondare questa accusa di istigazione c’è la presunta
“clandestinità” del giornale, ossessivamente definito come tale da parte dei carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale a partire dalle solite illazioni e supposizioni che la realtà stessa – ancor prima di qualche giudice più o meno garantista – si incarica di smentire. Questa definizione di “giornale clandestino” è necessaria per avallare la tesi (ricalcata sulla solita convinzione repressiva che gli anarchici si incontrino e si associno sulla base di un “doppio livello”: uno esplicito, palese, l’altro clandestino, illegale) che “dietro” il giornale si celerebbe una specifica organizzazione dedita alla realizzazione di attacchi esplosivi ed incendiari e così “rilanciare” l’azione degli anarchici in territorio italiano.

È stato scritto ripetutamente da parte delle forze repressive, con particolare riferimento all’accusa di istigazione a delinquere, che nel giornale “venivano espressi concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda istigatoria aventi la concreta capacità di provocare la commissione di specifici delitti non colposi contro la personalità internazionale ed interna dello Stato, al fine di sovvertire attraverso la pratica della violenza il suo ordinamento giuridico, politico, economico e sociale”. Perché i carabinieri si sono premurati di elaborare una dicitura così ingarbugliata come quella di “concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda istigatoria”? Perché “Vetriolo” negli ultimi cinque anni ha rappresentato per il movimento anarchico di lingua italiana un importante spazio dove poter trovare delle analisi concrete, articolate e approfondite sullo Stato e il capitale, sulla natura e le origini dello Stato, sulle attuali condizioni di sfruttamento, sulla “svolta autoritaria di nuova forma” (come abbiamo inteso definire l’avvitamento in corso negli ultimi anni, già in precedenza all’epidemia di coronavirus), sul connubio teorico–pratico dell’anarchismo, sulla metodologia rivoluzionaria anarchica, sull’illegalismo e la propaganda con i fatti, sull’internazionalismo e la necessità dell’internazionale. L’attacco contro “Vetriolo” si inserisce in particolar modo nel solco del fatto che questo giornale non è mai stato né un contenitore né il frutto di una redazione chiusa in sé stessa: è ricco, quasi trabordante di analisi, critica sociale corrosiva, e per chi in questi anni lo ha materialmente redatto, discusso e distribuito non è stato una medaglietta, un riconoscimento, una bandierina da sventolare per farsi notare in qualche orticello.

Attaccare questo giornale era pressoché imprescindibile da parte dell’apparato repressivo dello Stato: non era in discussione se sarebbe accaduta una operazione repressiva contro il giornale, bensì quando sarebbe accaduta. Alla luce degli esiti dell’operazione in termini di arresti (che peraltro, come detto poc’anzi, sono stati annullati dopo un mese), è ragionevole dire che poteva configurarsi una situazione ben peggiore, avendo peraltro richiesto il pubblico ministero l’arresto per sette compagni e una compagna. Anche l’intenzione di aggravare la situazione detentiva del compagno Alfredo Cospito in termini afflittivi e
restrittivi sembra per il momento essere naufragata (fatto salvo per i provvedimenti di censura della corrispondenza di cui è periodicamente destinatario).
La dicitura di “concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda
istigatoria” fa riferimento a un triplice aspetto. In primo luogo, essa è frutto del fatto che l’apparato repressivo non è riuscito ad imputare a nessun anarchico buona parte degli attacchi incendiari ed esplosivi che si sono verificati negli anni 2017–’20, né ad imbastire alcun processo per parecchie tra queste azioni. A partire dal 2017 le forze repressive hanno effettuato una comparazione tra gli articoli che venivano pubblicati nei numeri del giornale e i testi rivendicativi inerenti almeno una decina di azioni, con l’intenzione di trovare, oltre che delle similitudini concettuali, anche delle somiglianze o coincidenze stilistiche e lessicali. L’intenzione, oltre al mantenimento di un’imponente attività di monitoraggio nei confronti del giornale, era quella di “legare” almeno uno degli indagati ad almeno una delle azioni in questione, così da poter procedere ad una serie di arresti con accuse specifiche oltre all’istigazione a delinquere e all’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Così, avendo a loro dire appurato che in alcuni articoli, in particolar modo nelle tre parti dell’intervista “Quale internazionale?” del compagno Alfredo Cospito, sussistevano delle coincidenze concettuali con alcuni testi rivendicativi, hanno ben pensato di coniare questa bella definizione dei “concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda istigatoria”, definizione buona solo – come tutte le cartacce sbirresche – per pulirsi il culo.

In secondo luogo, esiste sempre più negli ultimi anni da parte degli organi dello Stato la tendenza ad attribuire l’insorgenza rivoluzionaria, quindi la realizzazione di azioni da parte di compagni anarchici, ad un preesistente lavoro “istigatorio” operato da alcune pubblicazioni anarchiche. Perché? Certamente perché si intendono colpire le pubblicazioni di per se stesse, in quanto tali. Ma non solo: l’intenzione è quella di colpire giornali e riviste per spingere ad un adeguamento al ribasso nell’elaborazione della teoria e perfino nel lessico impiegato. La teoria deve diventare “spuntata”, incapace di scalfire la realtà, di affilarsi nelle differenze – dato che è solo per “divisione” che si affermano le idee anarchiche, non per “inclusione” (l’anarchismo non è fautore di una sorta di pluralismo teorico “omnicomprensivo”). Lo Stato si muove in tal senso perché tutto sommato il livello dello scontro è da tempo ai minimi termini, quindi – dal proprio punto di vista – sarebbe bene che gli anarchici provvedessero a moderarsi, facendola finita con pubblicazioni determinate e radicali nella teoria quanto nell’intransigenza rivoluzionaria, quindi accettando di buon grado la passività, la desistenza, l’inazione.

La quasi “ossessiva” definizione di “clandestino” affiancata a certi giornali e riviste
anarchiche è espressione di questo adeguamento al ribasso che lo Stato intende stimolare nei confronti degli anarchici: l’obiettivo è quello di sospingere ad una sorta di “clandestinizzazione” delle pubblicazioni e delle attività anarchiche negli spazi e in strada.
Quest’obiettivo non è certamente nuovo. Negli anni ‘90 era sempre il ROS dei carabinieri a
definire “a circolazione interna” alcune pubblicazioni anarchiche come “Anarchismo” e “Provocazione”. Oggi, “Vetriolo”, come fatto già negli scorsi anni con l’ultima edizione di “Croce Nera Anarchica” e con il foglio “KNO3”, diviene anch’esso clandestino, versione aggiornata di quell’“a circolazione interna” risalente a trent’anni fa. L’intenzione, quasi dichiarata, è quella di farci rintanare in un piccolo pertugio, in un angolino dove si possa essere più facilmente controllabili di quanto non lo si è già.

Alla luce di queste considerazioni occorre però criticare qualsivoglia tipologia di
opportunismo politicante atto a difendersi dalla definizione di “giornale clandestino”: come anarchici rigettiamo questa definizione non perché consideriamo la clandestinità come qualcosa di non desiderabile o realizzabile dai compagni, o perché la deprechiamo, ma perché tale definizione è stata vergata delle forze repressive, perché non siamo stati noi a scegliere tale modalità di distribuzione (in questo caso, per un giornale), perché i compagni – quando redigono delle pubblicazioni propriamente clandestine – lo fanno per propria scelta (strategica, contingente, metodologica) e mai seguendo un dettame delle forze repressive, che è qualcosa che va tutto a favore di queste ultime. Dunque, davanti a questo invito ad un adeguamento al ribasso la risposta deve essere quella di sempre: nessuna moderazione o accomodamento, né compromessi né mezze misure.

Infine, in terzo luogo, questa definizione di “concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda istigatoria” esprime la netta incapacità da parte dello Stato di comprendere che le azioni realizzate dagli anarchici non possono essere frutto di un’istigazione. Il rapporto esistente tra la propaganda e la diffusione delle idee e l’azione rivoluzionaria intransigente degli anarchici non coincide con il rapporto sussistente tra un istigatore e un istigato. Istigazione che, nei fatti, nemmeno credo possa esistere, in quanto chi agisce – per forza di cose – ha sicuramente già maturato dentro di sé una determinazione tale da non avere necessità di essere “istigato” a compiere un fatto, a realizzare un’azione.
L’autonomia di pensiero e d’azione è tale da oltrepassare, nella pratica, il “bisogno” di un’istigazione.

L’istigazione, secondo me, rimanda ad un significato che non è congeniale né
all’anarchismo né agli anarchici stessi: è già stato detto che istigare è come lanciare un sasso e nascondersi. Sono d’accordo. Il pensiero anarchico, come l’azione, non è mai desumibile come qualcosa di vigliacco. Gli anarchici propagano le proprie idee, certamente considerano il precipitare degli eventi come una prospettiva desiderabile, intendono inasprire lo scontro, gioiscono quando le figure e le strutture dello Stato e del capitale vengono colpite, ma non sono dei meri “istigatori”. Non lo sono nemmeno quando ad una generica “esaltazione” dell’azione di per se stessa contrappongono il coinvolgimento nella globalità dello scontro, l’illegalismo, la propaganda con i fatti. Perciò le idee le affermano con risolutezza e coerenza, i fatti li realizzano con un coraggio e una determinazione unici.

Occorre inoltre considerare che l’apparato giuridico–legislativo definisce le proprie
terminologie e convenzioni sminuendo sempre i rivoluzionari, falsandone la teoria e la
pratica nel tentativo di far passare la necessità della lotta come qualcosa di impraticabile, inammissibile, come una follia, o come frutto di “vigliaccheria”. Sta a noi non piegarci, difendendo le nostre pubblicazioni e soprattutto le azioni realizzate dai compagni.
Perciò per me quello dell’istigazione è un problema che non esiste e non mi interessa alcun ragionamento inerente una possibile difesa da queste accuse. Non riconosco alla giustizia alcuna facoltà di poter valutare o decidere sulle nostre teorie e pratiche, men che meno di definirle. Che le mie idee vengano considerate alla stregua di un’istigazione semmai mi fa sorridere perché la mia volontà di sconvolgere l’ordine statale e l’attuale assetto societario è ben più grande di un’“istigazione”, la oltrepassa nella pratica, dato che solo in questa si esprime compiutamente e nel profondo il connubio teorico–pratico proprio dell’anarchismo, che – come noto da oltre 150 anni – prevede un costante rovesciamento del pensiero nell’azione e viceversa. Le parole possono essere recepite da qualcuno, e in tal caso questo qualcuno ne farà ciò che ritiene più opportuno, magari facendole proprie, custodendole o disperdendole, come possono benissimo restare parole al vento, inascoltate, semplici elucubrazioni di natura solamente teorica. Il compito della teoria anarchica è anzitutto quello dell’approfondimento critico dei problemi che di volta in volta si presentano sotto i nostri occhi o che affrontano la nostra coscienza. A questi problemi diamo una risposta e una critica che è sociale, non politica. Quindi quello dell’approfondimento critico è un problema che non ha mai a che fare con un’ipotetica istigazione: questo perché si pone direttamente all’interno del conflitto – senza affrontarlo o indirizzarlo dall’esterno –, nella convinzione che approfondire significa anche criticare e criticare significa sempre approfondire qualcosa, escludendo qui l’accezione superficiale che il più delle volte viene data al concetto di critica. Dunque è nella critica, nell’approfondimento dei problemi, che troviamo alcuni tra i fondamenti della teoria anarchica.

Per quanto riguarda la mia esperienza, ho avuto la grande fortuna di poter conoscere l’anarchismo praticamente da sempre. È con i libri e i giornali degli anarchici che ho compreso quanto la forza della negazione – quella negazione irriducibile che si fa strada con la pratica – sia stata la forza motrice che ha portato all’insorgenza rivoluzionaria come alla rivolta individuale. Nelle parole di tanti anarchici ho trovato la mia stessa curiosità, il mio stesso desiderio di scoperta e approfondimento, ma la mia scelta rivoluzionaria anarchica, intrapresa a poco più di vent’anni, è venuta tempo dopo. Sono figlio di emigranti e proletari, ma anzitutto sono anarchico, questo non perché l’abbia appreso dai nostri libri o giornali, che – non dimentichiamolo – è da quando esistono che vengono messi sotto accusa (qualcosa di tutt’altro che “eccezionale” quindi, alla faccia delle anime belle democratiche spaventate dall’attacco alla “libertà d’espressione”), ma perché io stesso sono fatto di queste esperienze, scelte e convinzioni che, come la solidarietà con i compagni in carcere, restano tutt’oggi intatte.

Senza indugi, senza esitazioni.

Francesco Rota Sulis




Fonte: Fuoridallariserva.noblogs.org