Gennaio 24, 2022
Da Il Manifesto
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Al cinema, in tv o in teatro, la canzone napoletana – nei suoi vari stadi classica, moderna o contemporanea- vive una stagione di indiscutibile successo. Dalla colonna sonora di Qui rido io allo spettacolo Adagio Napoletano, dagli special su Caruso e Bruni a Stanotte a Napoli, da Gomorra su Sky ai frammenti di Liberato su TikTok. Un invito a interrogarsi sull’anima autentica della città che ha un rapporto antico con la musica, stratificato nel tempo, conosciuto worldwide, eppure creativo e godibile. Forse da nessun altra parte, sia New Orleans o Parigi, la canzone locale segue passo passo l’evoluzioni della storia, identificandosi completamente con la città. Così vale la pena addentrarsi nel libro Storia della Canzone Napoletana, volume II, 1932-2003 (Neri Pozza , 380 pg, euro 30) di Pasquale Scialò, musicista, inesauribile studioso e docente universitario, che analizza splendidamente successi discografici e eventi partenopei, mutamenti del costume e paesaggi sonori influenzati da invenzioni stilistiche d’oltreoceano, facendo riaffacciare alla memoria ritornelli e personaggi, aneddoti e curiosità condite da numerosi testi originali con traduzione a fronte.

È IL SEGUITO del fortunato primo volume, pubblicato nel 2017, sull’age d’or delle melodie nate sulle sponde del golfo. In questa nuova fatica letteraria, si arriva ai giorni nostri attraversando uno spassoso periodo fascista con la sua retorica nazionalista e imperiale, non troppo consona ai dialetti, alle lingue straniere e alla caustica ironia vesuviana, così il foxtrot diventa foxtrotto e il brano molto ritmato «tene ‘a scigna» (lo swing). Nanà, Nanù, Makabù, Tigrine o Abissine da sognare e la sfrontata Serenata a Sellassiè, versi e musica di E.A. Mario, l’autore di La canzone del Piave e Comme se canta a Napule, che parteggia apertamente per l’attacco italiano all’ Etiopia «Ma che tiene dint’e cervella, Sellassiè?/ Te cride ca fernesce ‘a iacuvella, Sellassiè?/ Tu, insomma piglia ‘a cosa pélla pélla, Sellassiè?/ E tu cu chesta capa vuò fa ‘o Rre? Vatté!». Tuttavia, in quegli anni, sboccia il capolavoro Passione e un evergreen del genere comico, Ciccio Formaggio. Uno spartiacque è ovviamente Munasterio ‘e Santa Chiara, l’ultima vera canzone, una poesia intima e addolorata co core scuro scuro con la voglia di ricostruire una città e le vite delle persone che fa il paio con Dove sta Zazà?, simbolo dello smarrimento collettivo. Gli anni cinquanta si inerpicano su una Scalinatella e guardano dalla riva di un fiume Sciummo, accanto a Guaglione e Tu si’ na cosa grande, altri successi d’epoca, col sindaco Lauro che punta tutto sulla musica e sul calcio. Poi diverse stagioni felici – il Festival, tante melodie indimenticabili, la rivoluzione degli anni settanta, il rock progressive, fino ai nuovissimi del Millennio. Sono centinaia le canzoni indagate, smontate e spiegate musicalmente ma il racconto di parolieri e compositori è inserito in una narrazione piacevole e documentata.
Ad esempio Renato Carosone, originale pianista anticonformista dotato di un tocco colorato e vivace che rielabora boogie-woogie e quick step, aiutandosi con le scenette che illustrano le canzoni e tutto il campionario di fischietti e campanacci, le battute a ripetizione, una certa teatralità che coinvolge gli spettatori. Allora comincia a frequentare i night club un pubblico che ha voglia di passare ore spensierate, ballando col partner e seguendo la contagiosa allegria del maestro Carosone, il periodo del «bainait» napoletano con i suoi innesti fra tradizioni locali e matrici d’oltreoceano (Nun è peccato, Anema e core, Accarézzame!, Na voce, na chitarra e ’o ppoco ’e luna). Proprio quel tratto – le trasformazioni delle forme culturali costituiscono «un’evoluzione di quella tendenza prismatica della canzone napoletana ad accogliere e mescolare matrici poetico-musicali della nostra area con altre straniere; così come avviene nel melting pot delle culture sonore del Mediterraneo».

IL NUOVO SOUND metropolitano è un arcipelago differenziato dove i protagonisti assoluti – Pino Daniele, James Senese, Enzo Avitabile – convivono con le ultime generazioni del rap e della trap sulla falsariga di 99 Posse, Almamegretta, Daniele Sepe, Clementino, Tony Tammaro e Liberato. Così l’ultimissimo refrain Ma quala dieta («me piaceno ‘e ppurpette/me piace ‘a cotoletta/aggio magnato e 4 tengo famma e songhe ‘e 7») cantata da un pescivendolo/deejay per motivi promozionali («chiammateme p’’a festa na mezz’ora e stammo a posto») diventa l’inno alternativo della nazionale di calcio italiana a Wembley, intonata da Insigne e Immobile e persino dal tecnico Mancini, fenomeno da social media con trenta milioni di visualizzazioni.

AGGIORNAMENTO delle voci dei venditori ambulanti, con video su Facebook che presentano, con ritmo e rime, i prodotti ittici, inviati ai clienti abituali della Pescheria degli Artisti di Sant’Antimo, finalmente il negozio a lungo agognato da Luca Di Stefano, in arte Luca il Sole di Notte, che vendeva saraghi e molluschi a bordo di un’Apecar sin dai diciotto anni e oggi ne ha 32. Ma si può chiamare ancora canzone napoletana? Come per altri blockbuster, il suo successo è scandito da un videoclip e da Youtube, ossia un vecchio detto napoletano, «chi va pe’ chiste mare chiste pisce piglia», simpatica maniera di adattarsi alla realtà quotidiana. Insomma l’attuale produzione multiforme poggia sulla colonna fondante dell’uso del dialetto, antico o rinnovato, mischiato con l’inglese o con altri slang, acchiappando a destra o a manca paesaggi sonori intriganti. E il più bravo dell’ultima nidiata di cantautori/rapper, Pepp-Oh, rifà Passione in versione XXI secolo tra distorsori, elettronica e flow aggiungendoci persino una strofa, attuale e struggente. Il suo video Che nott è stato utilizzato dalla squadra del Barcellona per approcciarsi a un match di Champions al San Paolo oggi Maradona. Quale brano va di più in questo momento? M vest e sceng, di Enzo Barone, un neomelodico indagato per aver cantato a una cerimonia di un amico pregiudicato, con tutto il filone di malavita che glorifica camorristi e boss machisti, macchinone e collane d’oro. Nell’enciclopedico e appassionante libro di Scialò c’è tutta l’originalità greco-mediterranea e il senso di appartenenza napoletano che queste e altre canzoni scatenano in auto o sul telefonino. Ormai il frastuono delle Piedigrotta risuona tra cori e tamburi nelle curve dello stadio, la canzone triviale riprende tutto il sottobosco criminale con l’eredità della sceneggiata e la sirena Partenope non smette più di incantare gli imprudentii viaggiatori.




Fonte: Ilmanifesto.it