Dicembre 6, 2020
Da Oltre Il Ponte
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Ci sono storie che sanno mettere in discussione le categorie con cui siamo abituati a leggere la realtà. In Afghanistan, come in Iraq o Palestina la Resistenza alle aggressioni occidentali è sempre stata squalificata come terrorismo. Un termine assolutamente non neutro ma che viene appiccicato dalla politica, dai media e dai tribunali a seconda degli interessi economici e politici in ballo. Così come l’assassinio a sangue freddo di uno scienziato in Iran operato dal Mossad non ha trovato la condanna della comunità internazionale allo stesso tempo anche la Resistenza palestinese appena sfocia in una forma organizzata e armata viene subito catalogata come terroristica. Rigurado all’Afghanistan è notizia degli ultimi tempi che decine di soldati australiani impegnati nella missione di pace occidentale sono sotto inchiesta per torture, omicidi arbitrari nei confronti della popolazione civile. Ci sono anche foto in cui sventolavano bandiere con svastiche. Come catalogare azioni del genere? Non è forse terrorismo? Così come le torture ad Abu Ghraib o a Guantanamo? E l’occupazione israeliana della Palestina, le torture ai prigionieri, i bombardamenti al fosforo bianco su Gaza non sono forse pratiche terroristiche? 

La definizione del significato delle parole è il risultato di un rapporto di forza fra classi sociali. I media non fanno che confermare tale rapporto, se possibile, amplificandolo.

Sono passati 30 anni dall’assassinio di Michael. Pensiamo che ricordarlo e mantenere viva la sua memoria sia il minimo che possiamo fare. Lui ha pagato con la vita l’urgenza morale di ribellarsi alle ingiustizie che vedeva con i propri occhi. A distanza di 30 anni le ingiustizie che lui vedeva e che lo hanno spinto a lottare non sono scomparse anzi, sono drasticamente peggiorate. Non possiamo abbassare la guardia.

La storia di Michael Nothdurfter è la storia di un terrorista. Almeno così veniva definito dai media e dalla “legittima” classe politica boliviana e internazionale. Perchè stupirsi? Anche i partigiani italiani erano banditi così come i partigiani dell’Affiche Rouge francese, bollati come criminali dai nazisti. E’ una storia che ci insegna come le categorie della giustizia e della legalità camminino spesso su binari diametralmente opposte, spesso incompatibili. Nella storia forzare la legge e violarla è sempre stata una necessità per gli oppressi, per i poveri, per gli sfruttati. Ancora oggi, anche in Italia dove ci troviamo di fronte a dispositivi legislativi sempre più repressivi come il Decreto Sicurezza voluto da Salvini e dai 5 stelle, è così. L’obiettivo è sempre mantenere condizioni di privilegio per i ricchi e di sfruttamento per i “dannati della terra.”

All’alba del 5 dicembre 1990 a La Paz un reparto speciale della polizia irrompe in un appartamento in cui sono presenti sei guerriglieri che da oltre 5 mesi tengono in ostaggio il direttore della Coca-Cola boliviana. Nella sparatoria muoiono tre guerriglieri e viene ucciso anche l’ostaggio. Tra i morti vi è il Comandante Gonzalo: Michael Nothdurfter di Bolzano, ex seminarista dei Gesuiti, il quale attraverso la propria esperienza personale in Bolivia, l’osservazione dell’estrema povertà e delle disuguaglianze presenti nel Paese, giunse, attraverso la teologia della liberazione, ad abbracciare gli ideali rivoluzionari di Marx e Che Guevara.

Un paese in cui nel 1967 morì Ernesto Che Guevara, il rivoluzionario argentino caduto mentre cercava di diffondere il contagio rivoluzionario che solo pochi anni prima aveva permesso la vittoria del socialismo a Cuba.

A Bolzano nel 1980, dopo la maturità classica presso i francescani (foto di Ludwig Thalheimer). Presa dal libro di Cagnan, Il comandante Gonzalo va alla guerra.

Mentre suona la chitarra a Sucre in Bolivia 1984. (foto di O. Nothdurfter presa dal libro di Cagnan)

Dopo aver passato, per motivi di studio, un anno a Londra ed un altro in Olanda, a Rosendaal, Nothdurfter giunse in Bolivia nel corso del 1982, a 22 anni. Qui entrò a studiare in un istituzionedei Gesuiti. La sua sensibilità umana e politica lo portò presto ad avvicinarsi al marxismo, come scrisse in una lettera al fratello del dicembre 1982:

«La mia opzione politica è un opzione per il marxismo. Marx ha dato al mondo dei lavoratori se non una soluzione, perlomeno un compito e una speranza. […] So bene che al giorno d’oggi marxismo di per se stesso non significa nulla: lo spettro dei suoi significati è troppo ampio. Io concordo in parte con questa definizione: il marxismo è la via maestra per risolvere le straordinarie ingiustizie sociali che costituiscono la fonte principale dell’oppressione. E questo non con alcuni cerotti, ma con un cambiamento radicale dell’attuale sistema»

La condizione di privilegio -rispetto al resto del popolo boliviano- da lui vissuta fra i Gesuiti divenne presto insopportabile e dopo circa due anni decise di uscire ed andare a vivere a pieno i propri ideali, cercando una strada che gli permettesse di vivere con coerenza la propria passione politica. Entrò all’Università di La Paz, prendendo parte alle lotte degli studenti.

1983. Michael insieme all’amico bolzanino Ludwig Thalheimer a Tarabuco, Bolivia. (Foto presa dal libro di Cagnan)

1984. Michael mentre aiuta alcuni disabili a Sucre, Bolivia. (Foto presa dal libro di Cagnan)

Il marzo 1985 la rivista cattolica altoatesina Dafür, pubblicò un suo scritto, in cui emerge la sua consapevolezza relativa alle ipocrisia di un certo paternalismo ipocrita nei confronti presente nei paesi occidentali, disposti a dare finti aiuti utili solo a mascherare la volontà politica di mantenere i Paesi del cosiddetto Terzo mondo poveri e succubi:

«Primo mondo. Primo! Non farmi ridere! Ti riempi di armi nucleari e fai morire di fame milioni di persone. Ci strappi le nostre ricchezze con la forza e ci ributti i tuoi rifiuti tramite la Caritas e la Misereor, donazioni di grano o sostegno di regimi militari. Hai distrutto le nostre antiche culture e ci hai imposto un Dio che tu chiami con molta eleganza Gesù Cristo, che però non è altro che oro, denaro, dollaro».

Michael nel 1989 a La Paz (foto di O. Nothdurfter). Presa dal libro di Cagnan

Gli anni seguenti furono segnati da una sua progressiva maturazione politica che lo portò ad abbracciare la necessità di organizzare la guerriglia, unico mezzo per riportare giustizia.

La Paz, 12 maggio 1990

«Credo di trovarmi a un bivio. Dinanzi a me si parano due cammini: uno porta alle soluzioni accomodanti, l’altro rappresenta la strada del guerriero che vive ogni cosa come una sfida. In realtà, a me non resta che accettarla. L’unica questione ancora aperta è sino a dove potrò arrivare, nella strada che Don Juan (personaggio di un opera di Castaneda) chiama la via alla conoscenza, Marx indica come la via al comunismo, il Che considera come la costruzione dell’uomo nuovo e Gesù la ricerca del regno di Dio.»

Michael divorava libri e nel periodo caratterizzato dalla caduta dei regimi comunisti e di ubriacatura liberalcapitalista non potevano mancare i testi di Fukuyama sulla cosiddetta “fine della storia”. Ecco le sue interessanti riflessioni al riguardo:

«Ho letto l’articolo “Il fine della storia” di Fukuyama. Li si vede come si può fare virtù della propria stupidità: la semplificazione come metodo, per un mondo da sogna senza più storia che è poi il mondo di oggi, il regno della materialità. La difesa primitiva di una democrazia occidentale che si crede eterna. Ci si dimentica, tra l’altro, che Hitler -prototipo dell’assolutismo- giunse al potere grazie alla sistematica manipolazione delle masse. Si sostiene che l’altro grande nemico delle democrazia è stato il comunismo-stalinismo, e di nuoo ci si dimentica che furono proprio i comunisti a combattere con maggiore forza le truppe nazifasciste, e non i democratici Stati Uniti d’America.»

Arrivò così alla formazione del gruppo guerrigliero CNPZ con cui progettò il sequestro di Jorge Lonsdale, uno dei principali responsabili del gruppo Coca-Cola in Bolivia. Durante i gironi del sequestro tenne un diario in cui annotava i propri stati d’animo, le proprie sensazioni, le proprie riflessioni:

4 giugno 1990

«Domani è il D-day. Se non ci saranno problemi dell’ultim’ora sequestreremo Mamani (Lonsdale, il capo della Coca-cola in Bolivia). Inizia una nuova tappa del nostro cammino; inzia anche un nuovo corso, nel quale i nostri avversari saranno un Impero, una classe oligarchica, un governo di destra, forze repressive che possono contare su migliaia di effettivi, mezzi di comunicazione che perlopiù sono schierati con il sistema ecc. Dalla nostra parte c’è per schierata l’opinione pubblica nazionale, gli aymarà, i quechua, le organizzazioni popolari, i partiti rivoluzionari, e altri ancora. […] Siamo preparati per una simile impresa? Sono preparato io? So di dover confidare nella mia piccola forza, senza cadere nell’ingenuità di una facile vittoria. Lo ripeto per l’ennesima volta: siamo dinnanzi a una sfida senza eguali e l’unica cosa che desidero è dedicarmi al 100% a questa lotta, a questa battaglia che prima di me hanno combattuto i migliori guerrieri. La rivoluzione (socialista), oggi come ieri, è un evento sociale straordinario. E’ come abbracciare il mondo, in un gesto di creazione che rompe con le inezie ella nostra esistenza moderna. Sul piano personale sto arrivando al punto in cui il passato (la mia storia personale) si allontana sempre più, tanto che mi è difficile ripensare ai tempi trascorsi».

L’11 giugno 1990 i rivoluzionari della Commission Néstor Paz Zamora (CNPZ), il gruppo di cui faceva parte Michael Nothdurfter, decidono di sequestrare Jorge Lonsdale, uno dei principali manager della multinazione Coca-Cola in Bolivia.

Il giornale Ultima Hora del 26 novembre 1990 annuncia per la prima volta il gruppo del CNPZ. Fra le foto segnaletiche il primo in alto è Nothdurfter (foto presa dal libro di Cagnan)

Il diario proseguiva annotando riflessioni, paure, considerazioni, reazioni pubbliche all’azione, i conflitti interni al CNPZ, le tensioni fra compagni.

Il 27 agosto Michael scriveva:

«Poco a poco sto imparando a capire cosa rappresenta la vita di un guerriero. Una vita senza riposo, una vita che va da una battaglia all’altra. Una vita senza pace. Una vita piena di sacrifici, di disincanto, di disillusioni. Una vita da cani. E’ tuttavia la vita più attraente, più bella, più preziosa.»

Volantino diffuso dalla polizia boliviana con il nome storpiato “Miguel Northufster” e la falsa identità di “Martin Kesner Lopez” (foto presa dal libro di Cagnan)

Nello stesso periodo scrisse una lettera ai genitori a Bolzano, forse già consapevole che presto sarebbe arrivato allo scontro frontale con le autorità boliviane, ed uno dei destini più probabili era la morte. Una lettera in cui Michael, che da anni era a contatto con la povertà e le peggiori ingiustizie, tentò di spiegare delle scelte così lontane dalla vita dei genitori e dal benessere economico della realtà sudtirolese. L’esperienza all’estero lo aveva trasformato, come scrisse lui «da molto tempo ormai, io non sono più un bolzanino, l’Inghilterra e l’Olanda significano per me solo una parte del mio passato; oggi io sono un boliviano, un latinoamericano o se preferite, un cittadino del mondo». Proseguiva così:

«So che per voi deve essere difficile comprendermi. […] Mamma mi chiede da tempo di scriverle delle mie attività […] Sinora ho sempre ignorato questa richiesta, perché so quanto sarebbe difficile per voi accettare che io abbia scelto volontariamente un’esistenza labile e insicura, inaccettabile per gli standard europei. […] Da sei mesi non frequento più l’Università, soprattutto per motivi id sicurezza. Malgrado ciò posso dire che sto imparando sempre di più. In una discussione con i minatori, magari, o con i contadini […] Nel 1986 sono entrato in un partito rivoluzionario. Per un anno ho frequentato l’Università, scritto volantini, fatto le barricate, conosciuto sulla mia pelle la repressione poliziesca. Nel 1987 sono poi uscito dal partito, per creare assieme ad altri dissidenti una nuova organizzazione politica che si è unita con quella che oltre vent’anni prima aveva fondato Ernesto Che Guevara. […] Dopo la guerra fredda arriva la calda “pax capitalista” […] la pace dei ricchi che hanno sempre di più e dei poveri che hanno sempre di meno. […] La principale questione ora è l’alternativa. Ieri, tutti coloro che premevano per una svolta dicevano chiaro e tondo socialismo. Il cosiddetto socialismo reale è però in crisi profonda, e ora troppi gioicono per la presunta fine del comunismo. In questa logica però, non dovrebbe più esistere un solo cristiano, perlomeno dai tempi dell’Inquisizione. […] So di non essere stato un buon figlio per voi. Posso anche immaginare che il contenuto di questa lettera vi possa far preoccupare, ma dovete sapere che io faccio ciò che devo fare. Non pretendo che voi mi comprendiate, ma dovete capire che io agisco secondo coscienza. […] Avrei preferito tacere, ma credo di esservi debitore della verità. E la verità è che la passione e l’amore per il mondo mi spinge all’azione. Anche con il richio di commettere degli errori».

Come scritto all’inizio, il 5 dicembre le forze speciali boliviane misero fine alla vita di Michael e degli altri guerriglieri che come lui, misero in gioco la propria vita, nel tentativo di avviare un percorso rivoluzionario in grado di unire giustizia sociale e libertà.

La casa della calle Saavedra utilizzata come nascondiglio per il sequestro Lonsdale (foto di O. Nothdurfter). Foto presa dal libro di Cagnan.

“Sono una porta che parla” Anonimi hanno tracciato sull’ingresso secondario della casa di calle Saavedra, una scritta per ricordare il massacro a sangue freddo dei rivoluzionari avvenuto il 5 dicembre 1990. (foto presa dal liro di Cagnan)

La tomba di Michael Nothdurfter nel cimitero di La Paz . Ricordato ancora oggi dai suoi compagni e compagne. (foto di O. Nothdurfter). Foto presa dal libro di Cagnan.

Ricordarlo è il minimo. A maggior ragione per il fatto che anche i recenti fatti che hanno interessato la Bolivia, con il colpo di Stato nei confronti di Evo Morales ed alle violenze provocate dall’estrema destra razizsta e fascista del Paese, confermano come i tentacoli del capitalismo sono in costante agguato, nel tentativo di depredare risorse dai paesi più poveri e vulnerabili. La Bolivia infatti è il secondo paese al mondo per riserve di litio, il minerale fondamentale per le batterie, su cui multinazionali statunitensi ed europee hanno grande interessa a mettere le mani e assumerne il controllo.

Particolarmente vergognoso il modo con cui i media occidentali, fra cui anche gli italiani Repubblica e Corriere della Sera (per cita i due esempi più eclatanti), hanno trattato il colpo di Stato del novembre 2019 contro Morales, simile al modo con cui hanno tratttato la situazione del Venezuela appoggiando il fantoccio filoamericano Guaidò. Un atteggiamento sfacciatamente filogolpista , rivendicato anche da miliardari come Elon Musk, che ci ricorda come i valori e le idee per cui Nothdurfter è caduto oggi siano più validi che mai. Ma soprattutto come siano ben lontani dall’essere attuati. Un atteggiamento che ci ricorda il ruolo di propaganda mistificatoria svolto dai grandi gruppi editoriali del Paese.

Riferimenti bibliografici:

Paolo Cagnan, Il Comandante Gonzalo va alla guerra: un sudtirolese guerrigliero in Bolivia. Erre emme edizioni: Roma. (da questo libro sono prese le lettere riprodotte nell’articolo).

Riferimenti radiofonici:

Puntata della trasmissione di Radio Tandem Malaerba del 5 dicembre 2018, con ospite Othwin Nothdurfter, fratello di Michael:

Michael Nothdurfter, guerrigliero sudtirolese in Bolivia https://www.mixcloud.com/malaerba/malaerba-s3-p07-in-ricordo-di-michael-miguel-nothdurfter-05-12-18/

Filmografia:

“Il cammino del guerriero/Der Pfad des Krieges” di Andreas Pichler, anno 2008




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org