Novembre 21, 2021
Da Oltre Il Ponte
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Per le CIERRE edizioni è uscito un libro curato da Andrea Dilemmi, recentemente presentato presso lo spazio autogestito La Sobilla di Verona, che racconta la vita di Carlo Aldegheri, un anarchico veronese che nel corso della sua vita attraversò da protagonista le lotte degli oppressi del Novecento. Una biografia che, riprendendo il titolo del libro a lui dedicato, attraversa 4 paesi e due continenti, specchio delle tormentate vicende vissute da migliaia di proletari e rivoluzionari a cavallo delle due guerre, perseguitati dalle polizie di mezza Europa e dai regimi nazifascisti. Una biografia che percorre anche una delle pagine più tragiche e dolorose che hanno segnato la città di Bolzano, dove venne allestito il Durchgangslager di via Resia, in cui venne internato anche Aldegheri.

Nato nel comune di Colognola ai Colli nel 1902 da una famiglia di braccianti ed avvicinatosi al Partito Socialista negli anni immediatamente successivi alla fine della Grande guerra, in seguito al dilagare delle violenze squadriste – appoggiate dalle autorità di polizia – fu costretto ad espatriare in Francia nel 1922.

Carlo Aldegheri 1902-1995

Negli anni dell’emigrazione per sopravvivere svolge numerosi lavori ed impara il mestiere di calzolaio, oltre a ciò l’emigrazione è anche una palestra di formazione politica; è proprio in questi anni infatti che egli si avvicina agli ideali anarchici. Nel febbraio 1932 si trasferisce in Spagna, presso Barcellona e l’anno successivo sposa Ana Canovas Navarro (Anita), operaia anarcosindacalista della Confederacion Nacional del Trabajo (CNT) da cui ha una figlia.

Carlo Aldegheri e la moglie Anita. Foto presa dalla pagina Facebook dello spazio La Sobilla

Nel luglio 1936, in seguito al tentato golpe dei militari spagnoli, Aldegheri si arruola nell’Esercito popolare spagnolo con cu combatte ad Huesca. Il 16 dicembre da Sabadell scrive una lettera ai genitori da cui traspare la speranza che la lotta antifascista spagnola rappresenta:

“Carissimi genitori, Non ricevo mai vostre notizie, malgrado tutto spero che starete tutti in buona salute: io pure mi trovo bene, pure la mia situazione è ammirevole, ho radio, machina singer per io e per la mia compagna. Sta nascendo una nuova aurora in questa nazione, cosa che avevo suognato tutta la mia vita e, ora sto nel camino della vittoria, sto contribuendo in lei, e il giorno del trionfo sarò l’huomo il più felice che ci può essere sopra la terra.”

Agli inizi del 1939, dopo la sconfitta repubblicana e la rovinosa fuga di centinaia di migliaia di militari e civili repubblicani, Aldegheri è fra i volontari che vengono internati nei campi di concentramento francesi di Argeles-sur-mer e Gurs. Viene poi inquadrato nelle Compagnie di lavoro francesi destinate ai lavori di fortificazione della difesa francese. La rapida avanzata tedesca lo sorprende mentre è impegnato con la propria compagnia di lavoro a Dunkerque. Viene arrestato dalla Wehrmacht e inviato al campo di concentramento di Sagan. Viene poi riconsegnato alle autorità italiane e dopo essere stato preso in consegna al passo del Brennero nell’agosto 1941 viene rinchiuso nel carcere degli Scalzi di Verona. Il 3 settembre successivo è condannato a 5 anni di confino sull’isola di Ventotene. Dopo la caduta del fascismo Aldegheri, in quanto anarchico e perciò considerato fra i più pericolosi nemici anche dal “nuovo” corso badogliano, viene rinchiuso nel campo di Renicci di Anghiari dove viene ferito nel corso di un bombardamento alleato. Nel gennaio 1944 riesce a raggiungere Caldiero, nella provincia di Verona, ed entra a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale [CLN] locale.

Il 10 settembre successivo viene arrestato dai tedeschi ed internato nel campo di concentramento di Bolzano dove riesce ad evitare la deportazione grazie alla propria professione di calzolaio, come ebbe modo di raccontare anche nell’ intervista rilasciata in Brasile, poco tempo prima di morire. Nel lager di via Resia rimane fino al maggio 1945. 

L’universo concentrazionario nazista si avvaleva in modo sistematico della manodopera dei prigionieri per perpetuarsi e in molti casi l’abilità lavorativa o determinate capacità potevano valere come merce di scambio all’interno del campo per acquisire piccoli privilegi che facevano la differenza nella generale miseria della situazione. Nell’intervista rilasciata nel 1994 in Brasile (dal minuto 16.45 al 23.10 circa) Aldegheri racconta come all’interno del campo bolzanino egli si sia salvato grazie al suo mestiere di calzolaio. Sebbene la “scelta” di lavorare per i tedeschi non mancò di destare sospetti fra gli altri internati, egli grazie alla sua attività lavorativa riuscì ad evitare la deportazione nei campi di sterminio nazisti ed a utilizzare la propria posizione per aiutare gli altri internati nel trovare razioni ulteriori di cibo.

Un altro piccolo tassello nella ricostruzione del dramma della deportazione che vedeva in Bolzano uno degli snodi di smistamento più importanti per il Nord Italia. Una testimonianza che restituisce le logiche e le dinamiche legate alla sopravvivenza del prigioniero di fronte all’arbitrio più totale degli occupanti nazisti.

Dopo la fine della guerra Aldegheri ritorna a Verona dove è attivo nell’Uvam (Unione veronese antifascisti militanti) ma ben presto la delusione per il nuovo corso democratico e le difficoltà lavorative portarono alla decisione di emigrare nuovamente; questa volta la destinazione era però il Brasile, nella zona di San Paolo.

Carlo Aldegheri nel 1964 in Brasile (con gli occhiali da sole) insieme ad altri compagni. Foto presa dalla pagina Fb dello spazio La Sobilla

“Il principio che professa l’anarchico è quello di annullare qualsiasi governo e che i lavoratori si autogestiscano attraverso la propria organizzazione. […] Noi crediamo che l’anarchia sia l’unico modo per l’umanità di vivere in una società davvero umana. Perchè l’uomo è per natura socievole. […] Siamo contrari all’autorità, perché l’autorità crea il dispotismo, crea le classi e crea l’ingiustizia. Crediamo che, tramite la filosofia anarchica, potremmo vivere in una società organizzata sull’impegno di ognuno di noi, a livello nazionale e internazionale, e vogliamo creare un mondo senza frontiere, senza frontiere e senza militari. […] L’anarchismo è un ideale che, per come è descritto dai nostri teorici, è utopico. Non che io sia contrario all’anarchismo, anzi, rappresenta la luce in fondo al tunnel. L’anarchismo è un giorno che l’umanità potrà essere obbligata a vedere, dopo che questo regime dei nostri tempi ci avrà mostrato tutte le ingiustizie del mondo.”

Nel Paese Sudamericano l’anarchico veronese trascorse gli ultimi decenni della sua vita, continuando la propria militanza politica che verso la fine degli anni Ottanta lo portò ad entrare in contatto con un gruppo di Punk brasiliani.

Foto presa dalla pagina Fb dello spazio autogestito La Sobilla

Aldegheri muore il 4 maggio 1995 a Guarujà, in Brasile. Sua moglie Anita morirà nel 2015, a 109 anni.




Fonte: Oltreilponte.noblogs.org