Gennaio 3, 2022
Da Il Manifesto
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La Serie Prog Rock Italia della Universal arriva al quattordicesimo titolo con la pubblicazione in vinile – in più colori – del primo e unico album degli Stradaperta. Quel Maida Vale, uscito nel 1979, considerevolmente fuori tempo massimo rispetto all’effervescenza più smaccatamente all’italiana del progressive. Anche se la collana dell’etichetta conserva nelle uscite passate e in quelle future, elencate già al 2023, proprio quella trasversalità musicale che entra ed esce dal canone prog internazionale e punto di straordinaria forza della maggior parte delle band italiane sorte negli anni ’70.

PECULIARITÀ ben individuata nella conversazione telefonica da Claudio Prosperini, chitarrista e mente creativa insieme a Renato Bartolini degli Stradaperta: «Abbiamo iniziato a suonare da subito, usavamo strumenti non convenzionali ed eravamo molto influenzati dalle sonorità americane di quegli anni, fulminati dall’ascolto della musica internazionale dell’epoca. In pratica assetati di tutto». Nondimeno c’erano i concerti: «Non me ne perdevo uno. Amavo Jimi Hendrix e Santana. Si andava al Brancaccio, ma anche al Piper, più discoteca, c’erano gruppi interessanti che si esibivano. Riuscì a vedere i Pink Floyd. Credo che fosse il ’70, quel giorno andai al concerto e per non perderli non mi preoccupai della febbre che avevo». Così Prosperini ricorda la sua educazione musicale e gli inizi del gruppo, nato nel 1974 con una line-up che prevedeva, inusuale se non nel folk, tre chitarre, percussioni, uso di mandole e flauti, e soprattutto una vocalità totalmente al servizio dei testi. «Ogni band faceva a sé ed aveva un’originalità che era spiazzante per i discografici, non come oggi che si va dietro alla moda». Inevitabile la domanda del perché la band aveva atteso cinque anni prima di registrare un disco, che rimarrà l’unico. Un Ep seguirà nel 1983, prima e dopo molta musica dal vivo, da soli o con Antonello Venditti, nel suo periodo d’oro: collaborazione peraltro ripresa per i 40 anni di Sotto il segno dei pesci ed interrotta per la pandemia ed in procinto di ripartire. «Ci lasciavano liberi di suonare dal vivo, per noi i concerti erano come poemi. D’altronde ogni etichetta discografica a quel tempo aveva di fronte a sé una grandissima offerta creativa e molti dei direttori artistici erano impreparati davanti a quelle novità».

EVOCATO in precedenza non si può non aprire il capitolo dedicato a Venditti. Gli Stradaperta erano più di un gruppo d’accompagnamento per il cantautore capitolino: «Conoscevamo già Antonello, ma l’incontro con lui decisivo è… legato ad un autostop. Ma allora era frequente assistere ad incontri e collaborazioni nate in modo insolito. La prima canzone che abbiamo registrato è stata Compagno di scuola nell’album Lilly. Ma è con Sotto il segno dei pesci che si stabilisce e fortifica il legame con lui». Il connubio si fa molto più ampio e coinvolge sia l’artista romano sia i suoi musicisti sul piano politico e sociale: «Non vi era tra di noi nessuna differenza. Eravamo noi stessi nel suonare i brani di Antonello. La decisione finale era sua. Ma sia la musica sia i testi prendevano forma mentre venivano eseguiti».
La collaborazione proseguirà con Buona Domenica e Sotto la pioggia: «Il cambiamento della scena pop, l’ingresso prepotente dei suoni sintetici e elettronici chiuderà in un certo senso la fase degli Stradaperta in studio. Eravamo e restiamo un gruppo di musicisti analogici»




Fonte: Ilmanifesto.it