Dicembre 29, 2021
Da Il Manifesto
50 visualizzazioni


Fra le mille liste e classifiche che continuano a pioverci addosso in questi ultimi giorni dell’anno (a proposito, auguri a lettrici e lettori: che il 2022 si riveli, se non generoso, almeno clemente), ce n’è una che ha il pregio non comune di farsi leggere con gusto. Con un giusto pizzico di sadismo, infatti, la rivista online Lit Hub ha messo insieme le stroncature più cattive del 2021, badando bene – e qui sta il bello – a scegliere autori solitamente trattati con grande riguardo.
Prendiamo per esempio Jonathan Franzen, il cui ultimo romanzo, Crossroads, pubblicato in Italia da Einaudi, è stato definito «importante, struggente e ironico», «il suo migliore dai tempi delle Correzioni», «sorretto da una grande architettura».

Beh, non la pensa così e non esita a scriverlo Ryan Ruby sulla New Left Review: già l’incipit «contiene una serie di errori così madornali che un ipotetico Franzen non avrebbe mancato di cerchiarli con la matita rossa se un suo studente, desideroso di impressionarlo, gli avesse consegnato questo testo nel suo primo laboratorio di scrittura… e l’autore non può neppure invocare in sua discolpa l’inesperienza, la pressione del tempo, l’ingerenza della casa editrice, o la necessità di rabbonire il pubblico». Né, procedendo, le cose migliorano: secondo Ryan, infatti, Crossroads («riscrittura aggiornata di un’opera scritta un secolo e mezzo fa», Middlemarch di George Eliot) è «ben lungi dall’essere il romanzo di cui l’America ha bisogno; ma sfortunatamente, è proprio quello che si merita».
Altrettanto se non più feroce è la recensione di Prima persona singolare, l’ultima raccolta di racconti di Murakami Haruki, uscita da noi ancora per Einaudi nel 2020. A firmarla sul Times Literary Supplement è Bryan Karetnik, che conclude così il suo articolo: «Al meglio, il libro è moscio, insipido e apatico; al peggio, sembra esprimere un vero e proprio disprezzo per i lettori».

Non sfugge alle cattiverie dei critici neanche Malcolm Gladwell, saggista molto popolare nel mondo anglofono: a proposito del suo The Bomber Mafia Noah Kulwin scrive su The Baffler che «il didascalismo ottuso dell’autore rischia di convincere milioni di persone che l’unica soluzione alla macelleria americana è continuare a scucire denaro per lame sempre più grandi e affilate». E perfino Sally Rooney, amata autrice di Persone normali, suscita dubbi in Christian Lorentzen che sulla London Review of Books, parlando dei personaggi del suo libro più recente, Beautiful World, Where Are You?, si chiede: «Ma sono davvero interessanti?».
Quanto peso si debba dare a queste e ad altre stroncature è ovviamente opinabile, ma in un paese (il nostro) dove l’arte della critica negativa è così poco praticata, può essere utile scoprire che si può scrivere di un libro in termini meno che ditirambici. E altrettanto utile può risultare la lettura di un articolo di Parul Sehgal uscito sull’ultimo numero del New Yorker, che nota come quasi tutti i romanzi contemporanei trovino nell’idea di un trauma precedente e rimosso il loro motore narrativo. Eppure, nota Sehgal, non è sempre stato così: per esempio, «i personaggi di Jane Austen non vengono trafitti da ricordi improvvisi; non lavorano per riempire i vuoti di ricordi parziali e ossessionanti». E, azzarda la critica, forse sarebbe il caso di esplorare anche i lati meno convincenti di questo dispositivo: «Una trama fondata sul trauma appiattisce, distorce, riduce il personaggio a sintomo… Il benessere che ci procura questa semplificazione ha costi non indifferenti», perché un intreccio di questo tipo «dimentica il piacere di non sapere, le dimensioni non scritte della sofferenza, le strane angolazioni della personalità». Meditiamo, meditiamo.




Fonte: Ilmanifesto.it