65 visualizzazioni


Il Cua, nei giorni in cui si tiene il processo sulle giornate di lotta del 2016, ricorda che l’azione della magistratura segue le sospensioni già decise dall’Ateneo: questo sulla base di un Codice etico usato per “sorvegliare e punire chiunque voglia esprimere il proprio dissenso e il proprio desiderio di un mondo diverso”.

11 Maggio 2021 – 19:04

No al “sopruso della doppia pena”, è il messaggio lanciato dal Cua che oggi, nello spazio da poco occupato in via San Giacomo e ribattezzato Split, hanno organizzato un pranzo sociale in solidarietà alle/gli studentesse/i sotto processo “per aver lottato per una mensa accessibile a tutte/i”. Il riferimento è alle prolungate mobilitazioni che si svilupparono cinque anni fa sulla struttura universitaria di piazza Puntoni. Spiega il Cua: “Proprio in questi giorni si tiene il processo agli studenti e alle studentesse che, nel 2016, parteciparono attivamente alle giornate di lotta in mensa per pretendere un prezzo in linea con quello nazionale, visto che quello proposto era di quasi il doppio. Queste giornate non furono isolate, ma inserite in una mobilitazione molto più ampia che chiedeva al rettore Ubertini di prendere in considerazione le richieste di chi viveva la zona universitaria e tutti i problemi ad essa connessa, come appunto il caro mensa, ma non solo. Più in generale ciò che si pretendeva era, appunto, avere accesso ai servizi fondamentali ad un prezzo accessibile che non escludesse nessun*. Non arrivando alcuna risposta, gli studenti e le studentesse decisero di autorganizzarsi, e al grido di ‘Oggi 3 euro possono bastare’, praticarono l’autoriduzione del prezzo imposto da Elior, compagnia alla quale è appaltata tutt’ora la gestione del servizio mensa dell’Unibo. Alle indagini portate avanti dalla questura di Bologna, rispetto alle giornate di autoriduzioni, lotta e conflitto, si aggiunse subito la pena inflitta dal rettorato, che equivaleva alla sospensione di sei mesi di quegli studenti e di quelle studentesse che pretendevano di vivere in maniera dignitosa e di non essere vist* solo come limoni da spremere e da sfruttare per poi essere immessi nel mondo del lavoro, che farà poi altrettanto. Una pena che impedisce per il tempo previsto di poter dare esami, e quindi di poter proseguire con il proprio percorso di studi, ma che soprattutto eleva Unibo a giudice e boia allo stesso tempo e, il quale senza neanche aspettare l’esito delle indagini, dichiara ‘colpevoli fino a prova contraria’. Ubertini e la sua dirigenza hanno sempre apprezzato questo modo di agire e punire. E’ di qualche giorno fa, infatti, la notizia del Prorettore vicario Degli Esposti che, in relazione all’affollamento delle piazze della zona universitaria (per approfondire), ha dichiarato, oltre a dare completo appoggio alle forze dell’ordine, la volontà di prendere le generalità delle persone identificate per procedere con la sospensione. Queste sospensioni, decise sulla base della violazione del ‘Codice Etico e di Comportamento’ adottato dall’Università di Bologna, costituiscono solo una parte dei diversi ‘provvedimenti’, adottati per sorvegliare e punire chiunque voglia esprimere, all’interno dell’ateneo e non solo, il proprio dissenso, il proprio desiderio di un mondo diverso, la propria voglia di vita dignitosa, autorganizzandosi e lottando insieme”.

Scrive ancora il Cua: “Viene da chiedersi se forse sia meglio che Degli Esposti e Ubertini, invece che giocare ai giudici supremi, si interroghino su come ascoltare studenti e studentesse che da mesi chiedono risposte concrete di fronte a svariate problematiche: servizi offerti quasi nulli e tasse invariate e calcolate in base a un Isee di due anni prima che non rispecchia per nulla la situazione attuale, inaccessibilità al costo della vita, degli affitti, criteri assurdi di merito e valutazione che determinano la vincita delle borse di studio e così via… Di fronte a ciò, alcune domande nascono spontanee. Cosa è etico, ma soprattutto, da chi viene deciso? E’ evidente che per Unibo le soggettività non conformi e che non si adattano ai canoni imposti dalla società rappresentano variabili che vanno contro allo schema imposto. Si parla di etica e di comportamenti conformi, ma contro gesti inaccettabili come le molestie nelle aulee studio, nelle biblioteche o commesse da esponenti del corpo docenti l’Università non offre nessuno spazio di discussione e confronto aperto per rendere protagoniste della propria determinazione le studentesse. Non ci dimentichiamo, inoltre, il grande esempio di etica dimostrato da Ubertini quando, alcuni giorni dopo i fatti della mensa, fece entrare la celere nella biblioteca di Discipline Umanistiche in via Zamboni 36 per massacrare studenti e studentesse che, sulla scia di una mobilitazione appunto più ampia, si stavano riprendendo i propri spazi di fronte al tentativo di limitazione imposto ponendo tornelli davanti all’entrata. La zona universitaria per noi deve essere un luogo di confronto e di libera espressione in cui, interagendo e autorganizzandosi, si possa portare dal basso una proposta di università che vada a scardinare le concezione vigente, e che la renda non un luogo vuoto e di passaggio, rigidamente controllato in cui si viene puniti nel momento in cui non si rispetta ‘l’etica’ imposta dall’alto. Schierandoci contro sia all’etica così intesa da Unibo sia contro questa insensata doppia pena, vogliamo essere in strada anche a sostegno di chi sta venendo processato con l’accusa di aver lottato per una condizione di vita migliore”.




Fonte: Zic.it