Novembre 1, 2021
Da Il Manifesto
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Maid, letteralmente donna delle pulizie, è una storia autobiografica: nasce da un memoir, «Donna delle pulizie», di Stephanie Land, edito da Astoria. La potenza di una storia di liberazione femminile è stata irresistibile per Margot Robbie, che ne ha acquistato i diritti per prima, produttrice insieme a John Wells, Erin Jontow, Tom Ackerley, Brett Hedblom e alla stessa Land. La forza della storia, nella messa in scena filmica, è incrementata dalla scelta delle attrici protagoniste: ad interpretare una madre e una figlia, sono state prese Andie MacDowell e sua figlia Margaret Qualley, attrice in voga dopo la serie The leftovers e, a breve in uscita, Un anno con Salinger (Philippe Falardeau).

LA FRESCA BELLEZZA della Qualley si riflette in quella sempre attuale della MacDowell, ingrigita nella chioma riccia fluente, caricata nella recitazione da un ruolo di ciclotimica bipolare non diagnosticata, in preda a stati di euforia esaltata – in cui crea arte, pittura scultura installazioni – alternati a momenti depressivi ma furenti in cui insulta la figlia con violenti attacchi di gelosia rispetto al rapporto con gli uomini, pessimo dal suo canto.
Si tratta di un racconto di donne disperate che hanno subito molestie domestiche, una nel passato – ma pronta a subirne di nuove da uomini giovani e aitanti che la fanno sentire viva – una nel presente da un compagno col quale si sente vicina solo nei momenti dolorosi di degrado, di svilimento di sé, di confusione di ruoli. Madre di Maddy, una piccola di tre anni, ma anche madre di sua madre Paula, Alex costruisce una sana normalità coi sussidi statali, ma soprattutto trovando un lavoro precario come donna delle pulizie.
Una sceneggiatura recitata alla perfezione, ogni attore perfettamente nel ruolo, ricca di colpi di scena e momenti carichi di tensione, fedele al testo letterario, Maid (su Netflix) fa parte di quelle serie che si vedono tutte di seguito – binge-watching – abboffandosi di paure, solidarietà, sedute dagli alcolisti anonimi, donne ricche che maltrattano colf come esseri inferiori, caravan come residenza, incongruenze giuridiche americane secondo cui le donne che subiscono violenze domestiche hanno diritto a una abitazione ma legalmente, se non hanno sporto denuncia o evidenti lividi sul corpo, non sono considerate vittime.

UNA IDEA FORTE di regia è la parte visionaria di Alex che immagina cose che non sono reali: Nate (Mr. Gentilezza) a torso nudo con cappello da cowboy come nelle copertine dei libri rosa nella Casa del Porno (la giovane donna inizia a descrivere le case che pulisce su un quaderno che diviene luogo di storie), Alex catatonica risucchiata dal divano, alberi che diventano spaventosi giganti onnivori, il senso di ovattamento profondo da cui Alex ascolta tutto e non dice niente mentre, sul finire della stagione, è di nuovo in casa con Sean (il padre della bimba), che ha ripreso a bere, le ha tolto la macchina, non le ricarica il telefono, la madre è sparita, Alex è sola, sperduta tra le montagne con la bambina con la quale ogni pomeriggio per settimane ingaggia lo stesso gioco con canzoncina annessa: è dentro al Pozzo della Depressione: quando capisce che deve reagire, altrimenti in quello stato può solo sprofondare ancora di più, la vediamo risalire da un fondo buio e roccioso, arduo da scalare.
Solidarietà femminile (ma non solo), alcolismo, valore dei soldi, abusi, difficoltà ad accettare di trovarsi dal lato buio della strada, coraggio, ardimento, istinto di sopravvivenza, generosità: questi i temi contro cui sbatte lo spettatore e non può che empatizzare con la protagonista, così forte e così fragile assieme. «La salvezza è la scrittura, nessuno te la potrà mai portare via» pronuncia Alex alla piccola riunione terapeutica nel centro per donne maltrattate. Questo è accaduto nella realtà a Stephanie Land, salvata dalla scrittura: è possibile.




Fonte: Ilmanifesto.it