Ottobre 15, 2021
Da Il Manifesto
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Il governo ungherese sostiene pienamente la sentenza dei giudici costituzionali polacchi che afferma il primato del diritto nazionale su quello comunitario. In un documento dell’esecutivo firmato dal primo ministro Viktor Orbán si legge che la decisione della Corte costituzionale polacca è frutto della cattiva prassi delle istituzioni europee, prassi che, a suo giudizio, cerca di privare gli stati membri di poteri e competenze che non hanno mai trasferito all’Unione europea. In altre parole, per Orbán la sentenza dei giudici costituzionali polacchi è l’affermazione di un principio sacrosanto.

Evidentemente il premier ungherese ritiene che la necessità di prendere posizione in questo senso si sia manifestata proprio a causa di quelle che vede come continue ingerenze di Bruxelles nelle questioni interne dei vari paesi membri. Per lui le istituzioni dell’Unione europea hanno il dovere di rispettare le volontà dei medesimi, volontà e decisioni che, secondo il suo parere sono espressione di ben precise identità nazionali.

Quindi per Orbán è incontrovertibile il fatto che l’Unione europea deve rispettare queste identità. Tali argomentazioni sono centrali nella retorica dell’«uomo forte d’Ungheria» che in questi oltre undici anni di governo ha più volte avuto modo di esprimersi in difesa delle identità e sovranità nazionali che vede minacciate da numerosi pericoli esterni rappresentati dalle multinazionali, dai manipolatori del capitale globale (a questo proposito George Soros viene sempre tirato in ballo dal governo del Fidesz), e da istituzioni internazionali come l’Unione europea.

Quest’ultima, secondo il parere di Orbán e dei suoi collaboratori e sostenitori, è dominata dai liberali e dalle sinistre e vorrebbe ridurre l’intero spazio comunitario ad un’entità appiattita e priva di identità culturale e nazionale e quindi per questo vulnerabile e facilmente colonizzabile.

Il premier ungherese chiama a raccolta quelli che chiama veri ungheresi e li invita a difendere la patria, convinto, secondo quanto sostiene la sua propaganda, che un giorno l’Europa cristiana seguirà la strada indicata dalla piccola Ungheria, piccola in termini di estensione geografica, beninteso. L’invito è comunque rivolto un po’ a tutti gli europei stanchi di quella che i sovranisti vedono come una dittatura realizzata dal “superstato” europeo.

Tornando alla sentenza del Tribunale costituzionale polacco e all’appoggio orbaniano immediatamente incassato da Varsavia, vi è da fare una precisazione: a parte la tradizionale amicizia fra i due paesi c’è il fatto che entrambi, negli anni scorsi, sono finiti nel mirino dell’Articolo 7 dell’Unione europea per politiche definite lesive dello Stato di diritto.

Evidentemente Budapest e Varsavia, che in termini di Articolo 7 si trovano un po’ nella stessa barca, cercano di spalleggiarsi, di far fronte comune, di far valere le loro ragioni, presentando la loro posizione non solo all’opinione pubblica ungherese e a quella polacca, ma all’intera opinione pubblica europea, come una lotta per la libertà.

Ricordiamo, nel caso dell’Ungheria, la legge sulla stampa, la cosiddetta “legge bavaglio” e altre iniziative con le quali il governo ha attaccato l’indipendenza della magistratura, messo le mani nel mondo della cultura, della scuola, dell’università attaccando chiaramente il pensiero critico, fino a indicare all’opinione pubblica coloro i quali criticano il governo come gente animata da sentimenti anti-ungheresi, quindi traditrice della patria. Non a caso l’opposizione che si è compattata in un’alleanza elettorale in funzione del voto previsto per il prossimo aprile, intende ripristinare lo Stato di diritto, ristabilire la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, riscrivere la Costituzione e cambiare la legge elettorale.

Ora, è noto che Orbán non riconosce all’Unione europea l’autorità di stabilire se in Ungheria o negli altri paesi membri sia rispettato lo Stato di diritto. Posto che a suo dire non esistono problemi di questo tipo in Ungheria, ritiene che la facoltà di stabilire se nel paese sia rispettato o meno lo Stato di diritto competa solo ai cittadini ungheresi e non alla Commissione europea o ad altre entità esterne, siano esse istituzioni sovranazionali o governi di paesi terzi.

Se vogliamo esaminare un po’ il substrato che fornisce la base a determinate posizioni si potrebbe aggiungere che in diverse occasioni pubbliche Orbán ha affermato che non ci sarà pace fra l’Europa centro-orientale e l’Europa occidentale finché quest’ultima avrà la pretesa di imporre i suoi valori politici, culturali, di marca liberale, alla prima.

Secondo Orbán questi valori sono estranei al sentire di popolazioni come quella ungherese, quella polacca, quella ceca e via discorrendo, che hanno un vissuto storico diverso da quello dell’Europa occidentale, quindi altri valori, un altro modo di concepire il rapporto tra popolazione e istituzioni, tra popolazione e potere. Così, ad esempio, per Orbán quelli del multiculturalismo e del cosmopolitismo sono non-valori, sono aspetti fuorvianti, miti che sono andati incontro a un chiaro fallimento come dimostrano a suo avviso gli attentati avvenuti nelle capitali dell’Europa occidentale.

Sono a suo parere residui di società rese decadenti dai gioghi liberale e di sinistra che si sarebbero combinati per ingannare le menti. Quindi il premier danubiano ritiene che ci sarà pace tra l’Europa centro- orientale e l’Europa occidentale quando quest’ultima rinuncerà una volta per tutte a imporre i suoi valori alla prima senza pretendere di insegnare il rispetto della democrazia e dei diritti civili.

Come dire, “non accettiamo lezioni da nessuno”. Pur riconoscendo le diverse contraddizioni all’interno di questo malfermo edificio europeo viene da pensare che il culmine sarebbe se il nostro volesse impartire a sua volta lezioni nel campo succitato, ma forse non siamo così lontani da questo scenario.




Fonte: Ilmanifesto.it