Luglio 20, 2021
Da Supportolegale
113 visualizzazioni


Sulla prima edizione della nostra antologia a fumetti GEvsG8 pubblicammo principalmente due testi politici (oltre ai riassunti dei processi e a un omaggio di Erri De Luca) che abbiamo ripubblicato sul sito (“Una scelta di campo” e “Carte da decifrare“). Su “Nessun Rimorso. Genova 2001-2021” abbiamo aggiunto un’introduzione politica, un testo che comunicasse il senso del progetto SupportoLegale a 20 anni di distanza.

SUPPORTOLEGALE: PARTIGIANI NON PER CASO (DALLA PARTE DEL TORTO)

Quando 15 anni fa scrivemmo il testo che accompagnava la prima edizione del libro a fumetti “GevsG8” intitolandolo: “Una scelta di campo“, forse non avevamo piena consapevolezza di quanto saremmo stati profetici, soprattutto per quanto riguarda il quadro generale che si delineava in tale testo (che ritrovate nelle pagine di questa seconda edizione).

Quindici anni fa infatti prendevamo la parola per illustrare una scelta partigiana: la decisione di non lasciare ambiguità rispetto alla propria collocazione, alla necessità di rivendicare la legittimità e il pieno diritto all’esistenza di determinati comportamenti e percorsi di alterità politica (e non solo). Eravamo e siamo convinti che la solidarietà attiva sia un’arma che non può essere delegata, uno strumento per offendere e non solo per difendere i movimenti e le persone che vi prendono parte e danno loro corpo, mettendo in gioco tutto quello che hanno, forse non sempre consapevoli che il conto dello Stato e dello Status quo verrà presentato prima o poi e senza alcuno sconto.

A distanza di un decennio e mezzo possiamo dire che le nostre previsioni non solo si sono dimostrate abbastanza accurate, ma che la realtà è riuscita nell’ardua impresa di desistere molto più rapidamente di quanto ci aspettassimo: con la complicità delle cosiddette sinistre e degli “importantissimi” dibattiti che mettevano al centro l’estetica del conflitto al posto della sostanza delle rivendicazioni e della sussidiarietà di sempre più vaste fette di persone, il processo di de-ideologizzazione del confronto politico è stata la chiave per normalizzare ogni forma di alterità, il cavallo di Troia per segnare la sconfitta storica dei movimenti sociali e politici. Invadere il discorso pubblico con il “problema” della violenza, ricondurre ogni conflitto a mite scambio di opinioni, unica forma di dialettica consentita sotto l’egida di frase tumefatte come “ognuno può avere la sua opinione” o “le opinioni sono tutte legittime”, che si traducono automaticamente in “le opinioni sono tutte uguali” (e non valgono nulla perché a meno che non si trasformino in azione politica).  La chiave di volta non è stata semplicemente quella di distruggere le conquiste strappate in due secoli di battaglie con il determinante contributo della sedicente “sinistra” alla demolizione sistematica delle conquiste dei movimenti dei lavoratori e all’istituzione della precarietà di vita come comune denominatore delle classi subalterne. Non è stata neanche la riforma o ridefinizione di società, Stati e organizzazioni sovranazionali per realizzare un progetto di classe (senza dubbio alcuno a favore del capitale). Il colpo di grazia è stato costruire le condizioni perché ciò potesse avvenire senza alcuna resistenza, come processo inesorabile di future sorti e progressive dell’umanità.

Demolire la dialettica come forma principale di sviluppo storico è stata la prioritaria necessità di chi non voleva alcun altro mondo possibile, né vedere frenare il processo aperto dalla cosiddetta crisi delle ideologie.  Non è stato sufficiente reprimere, imprigionare, uccidere, ferire, distruggere la vita di attivisti e attiviste. Non è stato sufficiente ingigantire a dismisura l’apparato punitivo nei confronti di ogni comportamento che mettesse in discussione l’accettazione dello stato di cose presenti sfociando nel paradosso per cui una barricata in piazza vale 5 anni di galera, mentre aver ammazzato decine di persone in una fabbrica per il proprio guadagno non vale nemmeno un processo (o per vederla con Genova per cui una vetrina rotta necessita il risarcimento di decine di anni di vita di militanti mentre la vita di Carlo è un danno collaterale).  Tutto ciò non bastava a garantire che la storia andasse in una precisa direzione. È stato necessario liquidare l’idea stessa che il conflitto faccia parte della società e della storia stessa, che la dialettica tra forze e necessità contrastanti sia la dinamica essenziale dello sviluppo storico (progressivo o regressivo che sia a seconda del punto di vista dei protagonisti della narrazione).  Solo dopo aver convinto tutti a desistere, che un pacato e civile confronto di opinioni sia l’unica prospettiva politica accettabile, il vero progetto di normalizzazione della società poteva dispiegarsi in tutta la sua forza e nella sua vera natura: quella di uniformazione del mondo che ci circonda, delle nostre vite e della loro prospettiva all’unico obiettivo accettabile, quello di essere schiavi per alcuni e quello di essere padroni per altri. Schiavi felici e sazi, ma sempre schiavi.

In questo senso Genova e i processi che sono seguiti alle giornate di Genova sono stati un evento cruciale per spazzare via ogni opposizione, ogni resistenza, ogni legittimità di costruire forme altre di essere politica. Non era neanche questione di obiettivi divergenti, di riformismo versus rivoluzione, ma di sottrarre e sgretolare il terreno su cui l’alterità cresceva e seminava possibilità.  Allora prendere parola 15 anni fa, scegliere da che parte stare, affermare che ogni forma di alterità solidale a un sistema capitalistico andasse difesa al di là delle differenze e delle diverse scelte tattiche o strategiche, era anche contribuire ad arginare il percorso di svuotamento della legittimità del conflitto politico in quanto motore storico. Mettersi in gioco per difendere tutti, raccontare la memoria come ingranaggio collettivo e la solidarietà come arma concreta, è stato il nostro modo di essere partigiani, di rappresentare l’alterità come possibilità concreta e non come ipotesi remota. È stato essere compagni e compagne fino alle sue estreme conseguenze, sulle nostre vite e sulle vite degli altri.  Ecco perché pensiamo che Genova sia oggi, in un certo senso, che sia qui, adesso, nelle necessità di ricostruzione di un presente diverso da quello che è stato determinato negli scorsi decenni. Quello che volevano coloro che sono stati Genova, il futuro che immaginavano, tutti, anche quelli con cui eravamo e siamo più distanti, è quello che serve oggi. È necessario che si demoliscano le scorie di quanto vi è stato costruito sopra, in direzione ostinata e contraria, che si usi la memoria come strumento per procedere e non per conservare e rimpiangere, per poter rimettere il conflitto al centro di un’idea diversa del mondo e del modo di vivere.

Allora per noi riprendere in mano quanto abbiamo fatto in questi 20 anni, il senso di quello che siamo stati e abbiamo scelto di essere, è un modo per rappresentare un’alterità possibile, non l’unica forse, ma certamente consapevole del processo che si è innescato dopo Genova e che con la complicità della paura di alcuni e della pavidità di altri (soprattutto i più vicini) ha accettato che la dialettica e le ideologie uscissero dal dibattito pubblico per rendere tutto più accettabile e fruibile, un bel prodotto di massa pronto per essere commercializzato, ma senza rischiare di mettere in discussione il modello dominante in alcuna forma.  E sperare che questo nostro piccolo contributo ricordi, prima di tutto a noi, che esistono molti modi di immaginare il futuro, a partire da un presente altro, e che ogni rivolta, ogni rivoluzione, ogni sovvertimento ha un prezzo, ma un prezzo che si paga insieme così come uniti si è lottato, si è vissuto e si è scoperto l’inebriante vertigine di essere liberi. E dalla parte del torto.

[Maggio 2021]




Fonte: Supportolegale.org