Luglio 3, 2022
Da Maistrali
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Pubblichiamo a tre anni esatti dalla sua uscita su NurKùntra l’articolo Terra e libertade in versione integrale.
 Proponiamo questa lettura perché ci sembra che alcune riflessioni e proposte siano assolutamente attuali e possano stimolare dibattito e idee fra chi vive e lotta in Sardegna e non solo.
In particolare rileggendolo a distanza di tempo ci è sembrata interessante l’azzeccata proposta della possibile occupazione di territori acquistati da grandi multinazionali per varie forme di sfruttamento. Questo orizzonte in Sardegna negli ultimi dieci anni non è mai stato così vicino e così potenzialmente diffuso come lo è ora. La speculazione energetica che si prepara a invadere la nostra isola, e farne la batteria dell’Europa, sarà una manovra che potrebbe ricordare ciò che accadde con le basi militari nei decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale. E che per questo potrebbe innescare interessanti resistenze.
Oltre a questo aspetto specifico ci sembra che in generale – accelerate ad esempio dall’esperienza pandemica – le riflessioni sui percorsi di autonomia (salute, istruzione, autosufficienza alimentare ecc) siano sempre più attuali e diffuse. Riteniamo che Terra e libertade, seppur con i suoi limiti, possa essere un buon contributo al dibattito.

Terra e libertade

Parto dal presupposto che il principale nemico di chi di questi tempi sogna una rivoluzione è lo Stato, nelle forme della polizia, dei tribunali, delle leggi, del carcere, dei valori borghesi ed egoisti, del razzismo, del sessismo, ma specialmente della paura che è riuscito a instillare nelle persone che invece di ribellarsi vedono in esso l’unica soluzione possibile.

Lo stato è il sistema sociale dominante, il capitalismo quello economico, una delle colonne comuni a questi due sistemi di domino integrati è la proprietà privata.

Tutto il mondo ormai è privatizzato, non esistono più territori liberi, di nessuno, o meglio di chi li abita. Anche le cime delle montagne più alte sono di qualcuno, sono coperte da leggi e regolamenti. Questo perché da ogni angolo del pianeta deve essere possibile trarre un profitto.

Poco importa se a fronte del fatto che ormai tutto è privatizzato ci sia una marea di esseri umani invece che non possiede niente, in alcuni casi neanche il cibo per vivere, le medicine per curarsi, un tetto per ripararsi. Anche questo ovviamente è funzionale al mantenimento del potere da parte degli stati e al riprodursi continuo della società capitalista, che utilizza la marea di nullatenenti come mano d’opera a costo zero, o poco più, per ricavare guadagni infiniti, così grandi da risultare quasi inutili. Ma anche questo importa poco, la cosa veramente importante è mantenere lo status quo quindi evitare che esista una rivoluzione, che l’esistente venga cambiato in mondo irrecuperabile.

Pensare a una rivoluzione come quelle del secolo scorso, specialmente se si pensa all’Europa, può sembrare un sogno troppo difficile, e forse è veramente così. Ma non conviene arrendersi prima di partire, se si arriverà al momento clou chissà come sarà. Quello su cui credo sia interessante ragionare ora è il come partire, come immaginare dei progetti che possano avere una partecipazione ampia, che abbiano un coefficiente di rottura con il mondo attuale forte e che siano riproducibili.

L’ordinamento sociale attuale ci ha tolto l’autosufficienza, il desiderio di autogestione, la capacità di saper fare anche le cose più semplici. Ha mercificato tutti i saperi, in modo che anche cambiare una lampadina sia un’azione da cui trarre un profitto. L’aver messo il denaro in mezzo a ogni rapporto personale ha ridotto ai minimi storici la solidarietà e il mutuo appoggio, nessuno fa più niente per niente.

Non si ha fiducia nel vicino di casa, meno ancora nel prossimo, non parliamo nello straniero. Ma tutto questo è in buona parte immotivato. L’egoismo è causato più dall’uso smodato dei social network che da un reale pericolo causato dal vicino o dallo straniero.

Questo schema è stato costruito ad arte negli ultimi decenni dagli Stati, che impauriti dall’ondata rivoluzionaria degli anni ’70 si sono dotati di strumenti precisi per controllare al meglio le persone, per renderle docili e sonnacchiose.

E’ quindi proprio provando a distruggere pezzo per pezzo questi elementi fondamentali al mantenimento della situazione attuale che si può mettere in discussione la struttura stato e poi successivamente aprire un conflitto diffuso contro di essa.

Veniamo al dunque, o almeno proviamoci. Credo che proporre e successivamente provare a far diffondere una pratica che metta in discussione la proprietà privata, la vendita delle conoscenze e delle mansioni, che sia fuori dall’amministrazione istituzionalizzata della produzione, che quindi non paghi le tasse e si riproduca secondo i bisogni e non per manie di accumulazione, possa essere un ottimo punto di partenza.

La proposta in cui vedo possibile il raggrumarsi di questi aspetti è l’occupazione delle terre abbandonate o incolte dello stato e dei grandi proprietari terrieri e la loro coltivazione o messa a frutto comunitaria.

La creazione quindi di basi di resistenza nel vero senso del termine, una resistenza alla deriva del mondo, una resistenza degli ultimi ricordi di vita comunitaria, una resistenza alle dinamiche di sfruttamento che impongono come unica possibilità il lavoro salariato o indipendente e non più il lavoro comunitario, dove ognuno da quello che può e riceve quello di cui necessita.

In Sardegna ci sono enormi porzioni di territorio, coste e montagne, abbandonato a se stesso, con come unica prospettiva essere un giorno venduto per la prossima speculazione turistica, diventare una discarica, o un sito di energie alternative.

E allo stesso tempo c’è una notevole massa di disoccupati, al limite della povertà che ha di fronte a se un orizzonte incerto, grigio, in cui la massima aspirazione che le istituzioni sanno offrire è una qualche forma di sfruttamento mal retribuito.

Inoltre seppur in calo continua ad esistere una forma di refrattarietà ad alcune regole imposte, e la voglia ogni tanto di lottare per provare a non sentirsi più sfruttati, i pastori ne hanno fornito un buon esempio.

L’occupazione ragionata e condivisa di queste terre credo che verrebbe vista bene dalle comunità vicine, offrirebbe la possibilità di rendersi poco per volta parzialmente indipendenti dalle istituzioni e darebbe alle persone (non solo quelle che partecipano all’occupazione) la possibilità di vedere senza ricatti la vera faccia della forma Stato, qualora esso decidesse di intervenire per ripristinare “l’ordine preesistente”; allo stesso offrirebbe l’esempio nella pratica agli incerti, ai disillusi, ai timorosi.

La nascita di comunità autorganizzate su territori occupati, specialmente se fatte da appartenenti alle comunità di zona, diventerebbero il modo per curare e valorizzare delle risorse che le terre offrono, potrebbero essere quella fonte di autosussistenza che molte persone non hanno. Ma anche si trasformerebbero in un esempio per progetti simili in territori anche non adiacenti, che potrebbero adeguare il progetto alla morfologia del terreno o alle capacità e tensioni delle persone che lo abitano. Ciò che è possibile fare in montagna (ad esempio allevamento e pascolo) non è detto che sia la cosa migliore da fare al mare (pesca), o in pianura (coltivazione).

Questo tipo di progetti andrebbero tra l’altro a installarsi nelle zone periferiche degli Stati, dove quindi il welfare e lo Stato in generale sono già più assenti che altrove (i centri urbani) e dove sulla carta potrebbe essere più facile quindi iniziare a immaginare un mondo senza stato.

In questa condizione anche la repressione, argomento per nulla trascurabile, farebbe più fatica ad arrivare, degli agenti in borghese difficilmente passano inosservati in un piccolo centro di montagna, così come nelle caserme ci sono solo pochi sbirri, e le vie di comunicazione scadenti permettono un alto controllo del territorio per evitare spiacevoli sorprese.

Inoltre se questi progetti dovessero diffondersi sarebbe un notevole argine ai progetti di espansione del capitale, col tempo si ridurrebbero le zone dove un’installazione di tipo turistico o industriale o infrastrutturale avverrebbe senza una contrapposizione delle persone che abitano e autogestiscono quel territorio o quello vicino.

Si potrebbe creare un clima ostile agli investimenti di chiaro stampo capitalista/colonialista, ma anche -col tempo- potrebbe ridursi l’attrazione di grandi investitori o progetti.

Creare dei luoghi dove la mano dello stato non arriva vorrebbe dire anche poter sperimentare delle forme di vita, di acculturazione, di convivenza ecc nuove, non mediate da gendarmi, padroni o denaro.

La messa in comunione degli strumenti di lavoro, da un rastrello a un trattore, fare le raccolte, le vendemmie tutti insieme, diventerebbe il modo di cementare la comunità e i valori che essa si dà.

In alcune parti del mondo queste esperienze esistono anche da decenni, decine di migliaia di persone partecipano attivamente, secondo le loro possibilità e tensioni, a questo tipo di progetti.

La convivenza, perché di convivenze (seppur forzata) si tratta, con lo Stato viene vissuta come una transizione, lo scontro esiste, esisterà sempre ed è destinato a crescere, ma se al crescere del conflitto crescono anche le comunità allora è possibile mantenere vivo il sogno di una rivoluzione.

La Sardegna ha delle caratteristiche geografiche, storiche e sociali che rendono possibile il concretizzarsi di questo tipo di esperienze. La scarsa densità di popolazione, unità a un’ampia estensione geografica, l’insularità e la conformazione aspra del territorio sono dei pro. Il pesante colonialismo subito nei secoli, e ora evidente nell’occupazione militare, nello squallido sfruttamento turistico e nell’abbandono quasi completo da parte dello Stato di tutte le zone interne, sono buone ragioni per cui le persone potrebbero aver voglia di aggregarsi in un sogno di terra e libertade.

Prendersi o riprendersi la terra, farla vivere, sottrarla alla speculazione e all’inquinamento può essere un modo in cui qui come altrove, si può iniziare un reale e definitivo conflitto con lo stato.

Come tutte le grandi esperienze bisogna fare molto anche prima di partire, bisogna prepararsi, avere scarpe buone e uno zaino capiente, con cui fare la strada e dove mettere tutti gli attrezzi che ci serviranno.

Se sono le comunità il nostro referente e allo stesso tempo il nostro obiettivo con esse è necessario imparare a comunicare, a farne parte, a capirne esigenze, limiti e pregi. Saperne creare di trasversali e non omologate. Ragionare insieme affinché l’internità ad esse sia un valore positivo, ma non un tratto escludente.

Nei prossimi anni la Sardegna sarà interessata da una fortissima speculazione turistica, con tutto quello che l’industria del turismo di porta dietro.

Dal 5G alla cementificazione delle coste, la costruzione di alberghi, porti e aeroporti, lo sfruttamento intensivo delle risorse idriche, la creazione di montagne di rifiuti, l’inquinamento del mare. Questi sono tutti aspetti sui quali è possibile creare delle resistenze, e possono essere l’occasione per entrare in contatto con altre comunità, condividere esperienze e lotte, iniziare a piantare i semi di un progetto più ampio come quello proposto in questo articolo.

E’ stando dentro queste contraddizioni che capiremo se è possibile lottare per qualcosa di più di una lotta specifica, se è possibile sognare una resistenza che diventi attacco allo Stato.

p.s.: e le città? Il fatto che questo scritto non nomini i centri urbani non vuol dire che non abbiano importanza o che non vengano considerati come dei luoghi su cui ipotizzare interventi e resistenze. Men che meno deve passare l’idea che siano “terre perdute” cioè posti dove la presenza dello stato non si può più mettere in discussione. I quartieri delle città sono stati comunità per secoli, hanno forgiato consuetudini e consumato conflitti, tuttora vi si trovano numerose crepe in cui questo tipo di idee si potrebbero insinuare, bisogna capire come; perché a differenza dei paesi -ci sembra- che in città si siano persi di più e da più tempo sentimenti come la solidarietà, il mutuo appoggio, la condivisione e via dicendo, e sia quindi più complicato trovare i complici e i punti da cui organizzarsi per creare resistenza e conflitto, anche se ci pare in modo altrettanto palese che siano proprio le città i posti in cui si concentrano più contraddizioni e dove quindi le esplosioni di rabbia potrebbero essere più forti.

Le differenze tra centri urbani e mondo rurale sono notevoli e per questo non abbiamo voluto inserire forzatamente le possibilità che una progettualità come questa potrebbe avere in una città o in una parte di essa. Ci riserviamo di provarci in uno dei prossimi numeri di NurKùntra.




Fonte: Maistrali.it