Settembre 26, 2022
Da Maistrali
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Pochi giorni fa è uscita la notizia della scoperta di un potenziale giacimento di terre rare tra gli scarti di una cava di marmo a Buddusò (1). Subito i media lanciano grandi proclami, come la scoperta di un “tesoro dal valore inestimabile”, enfatizzandone la valenza strategica.

Più che una benedizione, questo evento segna una nuova tappa della “maledizione dell’abbondanza” sarda, una che avrà sicuramente effetti positivi nel mercato e nei portafogli di una manciata di imprenditori, e conseguenze ancora una volta  disastrose per l’isola. Proviamo a delinearne qualcuna.

La  scoperta  di  un  giacimento  di  terre  rare  in  Sardegna  non  è  in  realtà  una grossissima novità, in quanto già si speculava su una loro sostanziale presenza tra le antichissime  rocce  granitiche,  sopratutto  ogliastrine  e  barbaricine.  Anzi,  questa scoperta si inserisce perfettamente in una recente dinamica di revival dell’economia estrattiva in Europa: una sorta di rottura del mantra della delocalizzazione, mista ad una  condivisione  del  sacrificio  etico  delle  necessità  tecniche  per  la  transizione ecologica, che prevede l’apertura di diverse miniere e cave nel vecchio continente. Tra queste la miniera di titanio del Beigua (2), in Liguria, una di litio nelle Alpi italo- svizzere e si parlava anche di miniere di bauxite in Ogliastra. La fame di risorse così cruciali  e  richieste  a  livello  mondiale  riporterà  alle  nostre  latitudini  l’attualità dell’industria estrattiva, con tutta la sua violenza e devastazione territoriale finora riservata  a  territori  periferici,  spendibili  e  spremuti  fino  all’ultimo  granulo  di materia prima. In un senso etico malato, questo potrebbe anche avere senso.

La Sardegna, in ogni caso, ha avuto da sempre una storia estrattiva e la continua ad avere su più fronti. Dai tempi romani le cave di granito e altri materiali hanno permesso la costruzione di abitazioni e infrastrutture e poi un’economia di export importante, fino ai giorni nostri in cui ci sono grandi cave attive sul territorio sardo (marmoree appunto a Buddusò e Orosei, di talco a Orani, quarzite a Sinnai, per dirne qualcuna). Sul fronte energetico, senza scomodare il disboscamento sabaudo, la storia mineraria sarda del carbone è nota a tutti e ha visto territori come il Sulcis trasformati per sempre, con conseguenze gravissime e costi umani importanti: ad oggi rimane una sola miniera attiva, quella a cielo aperto di Florinas (SS), se non si vuole contare la miniera in fase di chiusura della CarbonSulcis a Nuraxi Figus (su cui è pronta tra l’altro la speculazione delle rinnovabili per evitare le bonifiche). Abbiamo comunque avuto un primo assaggio della nuova ondata estrattiva, spinta dai metalli rari e preziosi, a cavallo tra gli anni 90 e 2000, con lo scempio che fecero gli australiani prima e i canadesi poi (senza dimenticare il ruolo di spicco che ebbe Ugo Capellacci nella società controllata Sardinia Gold Mining) a Furtei, alla ricerca di oro a suon di cianuro disperso nell’ambiente, mai bonificato.

In altre parole sappiamo bene quali sono le conseguenze dell’attività estrattiva, a livello sociale innanzitutto, ma sopratutto a livello ambientale sul breve e lungo termine, tra montagne divorate, falde inquinate, malattie diffuse e terra compromessa.

Se si trattasse di una materia estrattiva qualsiasi potremmo anche fermarci qui. Ma si tratta della presenza di allanite negli scarti del marmo, ovvero un agglomerato magmatico  che  contiene  piccole  quantità  di  terre  rare,  come  neodimio,  cerio, germanio,  gallio,  lantanio  etc.  Questi  elementi  della  tavola  periodica,  che  forse qualcuno si ricorda dalle lezioni di chimica a scuola, sono in questo momento uno dei motori economici globali. La loro rarità, data dal fatto che non si trovano puri in natura ma appunto in piccole quantità all’interno di altri materiali in poche parti del  mondo,  è  equiparata  solamente  dal  valore  che  hanno  nel  nostro  mondo  in costante sviluppo tecnologico. Sono infatti materiali particolarmente conduttivi e leganti,  rendendoli  elementi  chiave  di  tutti  i  nostri  apparecchi  elettronici,  dai telefoni alla macchina elettrica; sono anche importanti componenti nell’industria agricola, in quanto alla base di tanti fertilizzanti usati nell’intensivo sfruttamento di una terra ai limiti delle proprie capacità produttiva; sono utilizzati negli armamenti di ultima generazione e nucleari; infine sono la conditio sine qua non delle tecnologie rinnovabili, permettendo il funzionamento e la produzione energetica dei pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche.

Qualche esempio, basato sui metalli trovati alla cava di Buddusò, sul loro utilizzo:

  • Lantanio: componenti per batterie di automobili e di computer; liquidi per la pulitura e la lucidatura del vetro e delle pietre dure; alcuni tipi di farmaci. [4,15€ al kg]
  • Cerio: componente di leghe d’alluminio; produzione di celle combustibili. [4,50€ al kg]
  • Praseodimio: utilizzato nelle leghe metalliche per i motori degli aerei; creazione delle reti di cavi in fibra ottica. [164€ al kg]
  • Neodimio: fabbricazione di magneti destinati ai motori elettrici; climatizzatori, apparecchi acustici, microfoni, laser, lenti. [134€ al kg]
  • Gallio: componente dei pannelli fotovoltaici; utilizzato nella tecnologica nucleare, per armamenti e medicine; elemento base per  l’elettronica  analogica; luci LED. [460€ al kg]
  • Germanio: componente dei pannelli fotovoltaici; transistor per strumenti elettronici; fibre ottiche. [1560€ al kg]

Non serve essere economi per capire quindi quanto una tale scoperta di materie rare sia in realtà un tesoro molto estimabile per gli interessi della transizione energetica. Un tesoro per il quale possiamo stare certi che si faranno i salti mortali per sfruttarlo al massimo e allargarne le possibilità. Se sono state trovate queste tracce a Buddusò, quanto tempo ci vorrà prima che partano altre ricerche e conseguenti ritrovamenti dappertutto in Sardegna? Quanti altri tesori inestimabili vorranno sfruttare della nostra isola, avendoci già saccheggiato selvaggiamente per più di cento anni e messo a profitto il patrimonio naturalistico con il turismo di massa?

Ci sono da fare anche altre considerazioni. Come si diceva, questi metalli e terre rare si trovano esclusivamente in piccole quantità all’interno di altre materie più sostanziose. Sono ad esempio necessarie 8,5 tonnellate di roccia per produrre un kg di vanadio, 16 tonnellate per un kg di cerio, 50 tonnellate per il gallio e 200 tonnellate per il lutezio. Quindi per fruttare nell’economia dei metalli rari è richiesto un costo estrattivo della materia di partenza enorme, misurato in metri cubi di territorio scavati e poi messi da parte come scarti. La cosiddetta “estrazione inutilizzata” è un grosso problema che attraversa il globo, provocando grandi cumuli di materia inerte inutilizzata e sempre più natura sventrata: se le discariche speciali dei rifiuti italiani, come la Riverso di Carbonia, erano finora un problema per la Sardegna, prepariamoci a dover trovare posto per i rifiuti estrattivi nati dagli scarti della lavorazione per trovare questi metalli rari.

Inoltre più piccola è la quantità da estrarre (e per questi industriali ogni grammo vale lo sforzo), più intrusiva e inquinante è la tecnica che si utilizza. Il processo di lavorazione della materia di partenza per fruttare l’elemento richiesto è un processo sopratutto chimico, e ci si deve quindi preoccupare di che fine faranno gli scarti e i liquami derivati da questa parte della filiera. Inutile dire che Furtei non fa ben sperare. In più queste lavorazioni richiedono un altissimo utilizzo di acqua ed energia elettrica, che di questi tempi sono entrambe risorse molto preziose: mentre le famiglie faticano a pagare la bolletta e le riserve idriche scarseggiano in tutto il mondo, possiamo stare certi anche che questi impianti non avranno nulla di cui lamentarsi.

Tra l’altro vista la spinta industriale degli ultimi 30 anni sull’utilizzo di questi materiali e l’obsolescenza programmata dei dispositivi con essi prodotti, in numero quindi sempre crescente, il problema del riciclaggio di questi metalli rari è, per quanto di centrale importanza (sopratutto nell’ottica di economia circolare che il capitalismo green propone), un problema irrisolto. Infatti per la piccolezza dei componenti e la loro fragilità sono estremamente difficile da riciclare e da smaltire: l’unica circolarità dell’economia dei metalli rari è il loro ritorno, sotto forma  di rifiuto elettronico ammassato in discariche a cielo aperto sconfinate, negli stessi  paesi sfruttati da dove sono stati estratti, come ad esempio in Ghana e Angola.

La scoperta di questo giacimento, dicono i ricercatori, “potrebbe consentire all’Italia e all’Europa di superare le difficoltà di reperimento dei materiali critici e necessari per la transizione ecologica e digitale”. Cosa vuol dire questo?

Innanzitutto l’affiancamento, già esplicito nel PNNR, della questione ambientale, coniugata nella transizione ecologica, alla quarta rivoluzione industriale del dispositivo digitale. Sarebbe questa dicotomia il fine ultimo degli sforzi economici italiani, un fine su cui puntare tutto e spremere le risorse a disposizione, con tutte     le conseguenze del caso. La Sardegna allora ricoprirà a questo punto un ruolo fondamentale per lo Stato Italiano e l’Europa, assieme a quei territori periferici subalterni: già predestinata a terreno spopolato dove impiantare in grande quantità selve di pannelli e pale eoliche per produrre energia pulita da  esportare  in  continente per sostenere la società digitale energivora, si configura anche come miniera da cui provare a estrarre i componenti necessari per continuare la produzione energetica verde, andando  a  perpetrare  l’economia  mineraria devastante e la subalternità energetica. Vedremo sicuramente una sinergia di sforzi nell’isola per fruttare al massimo questa dicotomia, come ad esempio il prevedibile ruolo che si prenderà il DASS (Distretto AeroSpaziale Sardo), il consorzio civile militare con sede al Poligono di Quirra, nello sfruttare questi metalli e fare ricerca   su come utilizzarli al meglio e ovviamente trovarne altri.

Tuttavia tutto questo deve fare i conti con il fattore globale del mercato: il “difficile reperimento” di cui parlano non è solo riferito alle poche quantità presenti sulla crosta terrestre di questi metalli, ma sopratutto anche alla condizione economica in qui versa la loro disponibilità, ovvero il monopolio spietatamente competitivo della Cina. Basta fare una veloce ricerca per rendersene conto, o guardare un qualsiasi sito di borsa sulla fornitura e il costo dei metalli sul mercato (3): la Cina controlla, direttamente tramite esportazione di materia prima estratte dal suo suolo o indirettamente tramite società controllate sparse per il mondo in una rete nel terzo mondo costruita per tempo negli anni della sua transizione capitalista, il 98% del flusso di metalli e terre rare nel mondo. È una cifra enorme, insormontabile. Tutto passa per il mercato orientale e il progetto della Via della Seta è teso proprio a favorire gli utili delle compagnie estrattive cinesi, in cui il Partito Comunista ha ovviamente una parte di controllo. Quando si parla di mondo multipolare, nel post guerra fredda e globalizzazione, è di questo che si sta parlando.

Per questi metalli rari si sono fatte guerre invisibili nel continente africano; Sri Lanka, Thailandia e Kazakistan sono tra i territori più sfruttati per l’estrazione controllata cinese e le insurrezioni recenti in questi paesi sono state represse col sangue il più velocemente possibile, dallo Stato nazionale o da forze estere (come la Russia) per permettere il continuo del flusso minerario, così come in Cile per il rame; la stessa guerra in corso in Europa, legata ai rifornimenti gas e al controllo delle centrali nucleari ucraine, tocca a piene mani il tema, provocando un innalzamento dei prezzi per la richiesta crescente e la difesa della complicità sino- russa; infine le tensioni Cina-USA per lo sbarco di Nancy Pelosi in Taiwan qualche mese fa erano diretta espressione della crisi di rifornimento di micro-chip, costruiti con i metalli rari cinesi proprio nell’isola contesa. I metalli rari valgono più delle vite umane, questo è chiaro, e da noi non sarà diversamente.

Insomma, pensare che dei potenziali giacimenti in Sardegna, che se ne trovino altri o meno, possano far fronte alla competitività cinese, è alquanto ottimista, per non dire insensato. Costruire un’economia di Stato con i rifornimenti sardi sarà estremamente difficile per il solo fatto che il mercato cinese si impegnerà fin da subito, come fece in Francia per far fronte alla nascente filiera del fotovoltaico imponendo prezzi inferiori del 30% rispetto ai francesi, a proporre ai compratori italiani dei prezzi talmente competitivi che converrà più importarla dall’estero che perseguire gli alti costi di estrazione/produzione e del flusso merci in Sardegna. Sicuramente i sostenitori dell’autarchia italiana, come Lega e Fratelli d’Italia, vorranno provare a scommetterci, ma il tentativo da parte dello Stato di controllare s’infrangerà sul suo ruolo ormai assodato di essere un condensato di interessi organizzati dal mercato per la sua riproduzione, piuttosto che un attore attivo e di peso dell’economia. Quello che possiamo aspettarci è che ci sia un tentativo, come tanti altri che si sono stati in Sardegna, che, dopo un inizio speculativo, finisca nel vuoto, lasciando però tracce indelebili sul territorio; oppure che i progetti estrattivi reggano l’impatto della competitività lucrando spietatamente sulle spalle dei lavoratori nelle cave, tagliando sui costi di sicurezza etc, come già succede d’altronde.

Provare a lottare per difendere e liberare il nostro territorio, con tutti questi fattori locali e globali, sembra impossibile. Ma è la sfida che abbiamo davanti, per farla finita con la distruzione dei nostri monti, dell’inquinamento dei nostri campi e la conseguente salute precaria delle nostre famiglie a cui dovrebbe provvedere una sanità al collasso, per evitare che la nostra isola continui a servire al sostentamento dell’economia altrui, come una colonia, piuttosto che essere a misura del nostro futuro.

Prepariamoci perché questa potrebbe benissimo essere la prima di una serie di scoperte incredibili, in cui le meraviglie della nostra terra antica continuano a esserne l’eterna e ciclica maledizione.

Nostra la terra, nostro il futuro.

Mraku




Fonte: Maistrali.it