Dicembre 31, 2022
Da Dinamo Press
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GUERRA IN UCRAINA: “VOGUE” VS TRINCEE

Talvolta una fotografia fa più clamore di una bomba che cade (per chi si trova sufficientemente lontano da quella bomba, si intende). È il caso, per esempio, del ritratto a firma di Annie Lebovitz del presidente ucraino Volodymir Zelensky e della moglie Olena Zelenska apparsa sulla copertina di “Vogue” l’estate scorsa. «Un’estetizzazione immorale della guerra”» hanno affermato alcuni. «Una legittima operazione per mantenere alta l’attenzione sull’aggressione russa”» hanno risposto altri. Certo è che l’immagine presa nel suo contesto possiede – per usare un termine abusato – qualcosa di perturbante, soprattutto se la si confronta con le testimonianze visive dalle trincee di Bakhmut. L’estetica così lucidamente patinata e il taglio glamour dello scatto di Lebovitz contrasta con il crudo realismo, grondante di fango e sangue, del ritratto del fronte. Anzi, si sarebbe tentati di elevare (come in molti hanno fatto) questo “dittico” a simbolo della dicotomia fra governanti e governati, fra il potere e il popolo. Fra chi le guerre le dirige dall’alto, e chi in quelle guerre ci muore. Eppure, non è certo la prima volta che accade qualcosa del genere: per restare in tempi più recenti, la stessa “Vogue” ha pubblicato con il taglio che le è proprio servizi sulle guerrigliere curde, senza che lo “straniamento estetico” provocato dalle immagini dovesse trasformarsi in giudizio politico sulla lotta del Rojava; oppure, provando a levare le incrostazioni storiche e a ritrovare una simultaneità temporale ormai passata, ci si potrebbe chiedere che effetto farebbe accostare le scarne testimonianze visive dai lager e dai massacri della Seconda Guerra Mondiale con alcune pose, talvolta ai limiti dell’atteggiamento sfrontato o finanche scherzoso, dei leader alleati… La realtà è che – soprattutto se siamo nel campo dei simboli e dell’estetica – ogni dicotomia è più sfumata di quel che sembra. Il ritratto patinato di Zelensky e Zelenska su “Vogue” e le foto grezze che arrivano dalle trincee e dalle morti in battaglia, cioè, sono parte di un’unica e grande immagine: quella della guerra in Ucraina come “fatto sociale totale”, che coinvolge presidenti e popoli, il resistente di Karkhiv così come lo sfollato del Donbass, il destino dell’Europa e della Russia all’interno dei nuovi equilibri globali, il futuro di noi tutti e tutte. [Francesco Brusa]

L’ospedale di Mariupol bombardato, 9 marzo 2022 (Wikimedia Commons)

L’ULTIMA GENERAZIONE NEI MUSEI

Se il 2021 è stato l’anno delle statue che vengono buttate giù, sicuramente il 2022 è stato quello dei dipinti che vengono imbrattati nei musei: zuppe e salse hanno scosso l’audience mondiale dell’arte, o del vivere collettivo, compiendo gesti la cui immagine assume subito il contenuto di quel tipo di forma, nella sua propagazione politica. Un modo di essere protesta che ha generato milioni e milioni di immagini sulle nostre TV, sui nostri cellulari, tra le foto di un Monet che cola purè di patate, i video delle attiviste che si incollano le mani alle pareti dei musei, che si siedono in autostrada a bloccare il traffico o vengono trascinati via di peso dopo aver lanciato vernice rossa sulla Scala a Milano. Lo scrolling quotidiano è quasi andato in tilt di fronte a un immaginario di questo genere. L’arte è anche un’espressione del potere e si è imparato, a spese delle generazioni che faticano a scrutare un futuro possibile, che probabilmente lo smantellamento di questi sistemi deve essere agito prima dall’esterno per poterlo poi agire dall’interno. Potremmo essere l’ultima generazione in lotta, l’ultima ad avere anche solo la possibilità di salvare il pianeta e i suoi ecosistemi. Ultima generazione, Just stop oil e Extinction Rebellion, i collettivi che gridano a gran voce di contrastare sistematicamente l’emergenza climatica, gli sfruttamenti e interrompere la produzione di nuovi combustibili fossili, hanno subito fino a oggi nell’arco di un anno più di 2.000 arresti, oltre alle incarcerazioni e ai regimi di sorveglianza. Lo scenario che queste persone spediscono al mondo è disarmante e lo è perché ha delle pretese chiare, una validità scientifica e un modo di esistere che buca lo schermo e reclama indebitamente una messa in discussione, anche ai corpi meno politicizzati. Sradica già nel principio tutte le riflessioni che si possono aprire sull’esegesi del lavoro culturale e apre un sottilissimo dibattito (cosa è arte e cosa è potere? come si sposta la cultura? e la coscienza politica? come funzionano i simboli? e la repressione?) piazzandolo come una bomba tra orde eterogenee di esseri umani. La generazione Z espande le immagini per fare politica e salvarsi dalla fine del mondo: problematizzano, spostano e incendiano gli haters, tutti i mesi nei nostri schermi e sulle nostre strade qualcosa si muove. Due giorni fa è stata richiesta l’applicazione del codice antimafia per un ventenne dell’ultima generazione. [Miriam Aly]

IL COMMERCIALE È POLITICO

Il quarto d’ora di celebrità a cui tutti avremmo avuto diritto secondo Andy Warhol l’hip hop se lo è preso senza chiedere permessi già da molti decenni. Il 2022 si è però aperto con una celebrazione del genere musicale finora non era stata ancora effettuata. Per la prima volta nella storia degli spettacoli che la NFL organizza nell’intervallo della partita di football americano più importante dell’anno, il palco è stato dedicato interamente al genere musicale che più di ogni altro, negli ultimi quarant’anni, ha portato a un pubblico vasto e vario per le istanze di un gruppo sociale razzializzato, gli afroamericani. A metà partita il campo da football si è trasformato in una casa di periferia da cui sono saltati fuori uno alla volta Dr.Dre, Mary J. Blidge, Eminem, Snoop Dog e Kendrick Lamar per una breve rassegna di alcuni dei pezzi che hanno fatto la storia recente dell’hip hop. Uno spettacolo commerciale e politico insieme che ha celebrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il ruolo centrale della cultura hip hop per una parte della società statunitense contemporanea. [Alessandro Pes]

Un momento dell’halftime show al Superbowl 2022. Immagine dal video ufficiale

BRIVIDI, SANREMO, MAHMOOD E BLANCO

«Questo paese ha rimosso Renato Zero. Ti rendi conto che siamo ancora qui a discutere di una cosa che dovrebbe essere assodata da almeno cinquant’anni? Che vediamo quattro biondini stronzi con la minigonna e una trasgressivissima faccia da schiaffi e andiamo in sollucchero? E Mahmood è ancora peggio! Mahmood fa esattamente come Renato Zero: fa sì che speculiamo sulla sua omosessualità, senza mai fare coming out, senza prendersi mai la responsabilità di nulla perché potrebbe finire per vendere meno dischi!». Sono seduta sul divano della mia amica F. insieme al nostro amico G. Parliamo del Festival di Sanremo. Anzi, io parlo del Festival di Sanremo, loro commentano Mahmood e Blanco. Se li sono divisi: Mahmood per lui, Blanco per lei. Hanno deciso di organizzare un doppio matrimonio, a cui sono invitata solo se la smetto coi pipponi. Io sono allibita dalla pretesa del presunto tasso di rivoluzione e novità di una canzoncina melodica e fastidiosa che verrà trasmessa per radio fino allo sfinimento, loro pensano che io sia negativa e seccante solo perché sono le nove di sera e non abbiamo ancora ordinato la pizza. Brividi, come un frammento di Saffo o una scritta sul muro della stazione, è una dichiarazione d’amore omoerotico. Dà da pensare che ci vogliano l’Ariston e Amadeus vestito da pinguino per legittimare qualcosa che esiste a prescindere e che in nessun caso dovrebbe dare notizia in quanto scandaloso. Sembra che abbiamo bisogno di regali concessioni dall’alto di un palco per vedere riconosciuti diritti che sono basici e che si scontrano con il paradigma della visibilità dello spettacolo, per cui tutto è novità anche quando non lo è. «Che bono Mahmood» dice il mio amico G., quando gli confesso che non riesco a capire perché tutti sono ossessionati dal festival di Sanremo e chi non lo guarda è un pericoloso snob nemico del popolo. Mi ricordo che prima (ma di cosa? dei social media, forse?) guardare il Festival di Sanremo non era una rivendicazione di classe, ma un hobby come tanti, anche meno originale della media. «Quello che dici potrebbe pure interessarmi – risponde – se non fosse che Mahmood è talmente bono che in questo momento non mi ricordo nemmeno chi sei. E non me ne frega neanche molto. Che bono!»  Questo pensiero mi perplime. «Dici così solo perché hai fame. Vent’anni che ti conosco, vent’anni che all’ora di cena diventi antipatica. Ora mangiamo, coraggio Sofo, stai calma». [Sofia Torre]

Un’immagine del Festival di Sanremo (Wikimedia Commons)

AND THE OSCAR GOES TO WILL SMITH E CHRIS ROCK

La notte degli Oscar del 27 marzo non sarà ricordata per i suoi illustri sconfitti, da Paul Thomas Anderson a Steven Spielberg, e neppure per il premio al già dimenticato CODA come film del 2022: per la prima volta la prolissa scaletta della cerimonia è stata infiammata da un fuori programma capace di catalizzare l’attenzione generale. Will Smith, offeso per una battuta di Chris Rock sull’alopecia della moglie Jada Pinkett presente in sala, ha ritenuto opportuno alzarsi dalla prima fila, attraversare in silenzio la breve distanza dal palcoscenico, piantare i piedi a terra e sferrare sul viso di Rock un manrovescio secco e assordante, che istantaneamente ha spaccato in due non solo la guancia del comico, non solo la serata, ma gli stessi annales della kermesse: gli Oscar prima e gli Oscar dopo lo schiaffone del principe di Bel-Air. Nella cruda rapidità dei fatti, chi ancora rideva per la satira libera e programmaticamente controversa di Rock ha sperimentato due sensazioni spiazzanti: l’imbarazzo che si prova di fronte alla violenza, e il dubbio atroce su quale faccia fare. In questo addensarsi di frammenti di accigliato crepuscolo televisivo, le oneste latitudini del Dolby Theatre di Los Angeles hanno lasciato il posto al caos. Qualcuno si è assestato sulla convinzione, presto smentita, che si trattasse di un mal riuscito siparietto farsesco. Qualcuno ha assunto la postura di chi – e ne avrebbe avuto donde – si era addormentato nei minuti sbagliati in poltrona. Se Rock ha chiuso il suo numero pensando all’audiometria tonale che lo attendeva in settimana, Smith ha trasformato il discorso di accettazione del suo primo Oscar – dopo quello mancato per Alì nel 2001 – in un discutibile monologo psico-drammatico sulle contraddizioni dell’essere umano. Le battaglie in difesa dell’immagine della donna di Jada Pinkett restano sacrosante, ma qualcosa ancora dovrebbe essere oliato nella scelta di un compagno capace di strategie più sottili quando si tratta di mostrarsi solidali alla femmina della propria specie. E se sui social qualcuno ha letto nell’ira di Smith un gesto di galanteria antica, tipo Re Artù e tavola rotonda, l’episodio ha smascherato una verità più complessa che riguarda anche i non protagonisti: persino la notte di Hollywood, messinscena per eccellenza di un orizzonte di pensiero, di un’ideologia, riflesso di un modo molto preciso di (far) vedere e (far) conoscere il mondo, una volta tanto si è trasformata nel casino alienante della realtà. Per sistemare l’ascesso, nell’edizione 2023 qualcuno, manco a dirlo, ci farà sopra il suo monologo comico. [Marco Longo]

Immagine da Flickr

SILVIO NAZIONALE

Non durerà per sempre. A un certo dovremo accettare la realtà che Silvio Berlusconi si farà da parte, sarà meno visibile, meno importante, non ci sarà più. Quel punto, però, non è questo 2022 finente. Dopo qualche anno un po’ sottotono infatti l’ottantaseienne Silvio Berlusconi è tornato il gran spolvero: di nuovo proprietario di una squadra in serie A (il Monza, non più il Milan), di nuovo al Senato, di nuovo a tessere trame nel centrodestra che non può prescindere da Silvio, e ancora protagonista di quel grande calderone che è il trash italiano. Piaccia o meno, è di nuovo lì. Dalle battute sessiste e machiste con i giocatori della sua squadra (l’ambiente che gli è più congeniale, quello dove si è sempre esaltato e che ha contributo non poco a fargli vincere elezioni), alle faccette vicino agli alleati che prendono adesso più voti, non è stato un anno noioso per gli estimatori di Silvio nazionale – sono tanti e anche a sinistra, ogni tanto in maniera eccessiva e che va ben oltre la passione per il trash. L’apertura del profilo TikTok suggella questo anno vissuto berlusconosamente. Nel social dei giovani Berlusconi entra da nonno cringe, «ciao ragazzi, eccomi qua, vi do il benvenuto nel mioooo canale», provando a strizzare l’occhiolino alle nuove generazioni, quasi accennando un po’ corsivo (per gli over25, si veda sotto), parlando di detassazione e decontribuzione. Il setting però è lo stesso di sempre: seduto alla scrivania, immobile a parte il buffo gesticolare, vestito di sartoria e cravatta, libri (finti? veri? ha importanza?) e simbolo di Forza Italia sullo sfondo. Il medium il messaggio eccetera, basta davvero aver fatto mezzo esame di scienza della comunicazione per sapere che qualcosa non va. Nel secondo video la posa è più sciolta, parte con una battuta triste («avrebbe dovuto chiamarsi Tiktoktak, così è più completo»), e poi non mantenendo la promessa di parlare dei temi che riguardano da vicino i giovani («domani parleremo dei programmi») si avventura su un terreno più congeniale: le barzellette. Non c’è dubbio che, se non altro per mere questioni anagrafiche, la parabola dell’impero Silvio sia stabilmente in caduta discendente. Ma questa caduta, quanto dura? [Luca Peretti]

FEDERER E NADAL, RICCHI CHE PIANGONO

Anche i ricchi piangono era il titolo di una tremenda telenovela messicana che negli anni Ottanta ha devastato il mondo e indirizzato il conflitto tra capitale e lavoro molto più di quanto abbiano fatto le politiche neoliberali di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ed è l’unica didascalia che ci viene in mente osservando questa immagine, scattata a Londra a fine settembre, dove si vedono due bambinoni in mutande e giacchettina aziendale, con tanto di logo abbinato, stringersi languidi e carezzevoli la manina mentre sprofondano tra le lacrime a favore di telecamera. Non avendo ancora capito cosa avessero da piangere, se non che uno dei due aveva l’orologio più grosso dell’altro, abbiamo compulsato il dark web per trovare delle risposte. Secondo alcuni cable in possesso di WikiLeaks abbiamo appreso che sono disperati perché sanno che non potranno più guadagnare centinaia di milioni di dollari l’anno per emettere urletti fastidiosi ogni volta che colpiscono una pallina con una racchetta di carbonio e grafite. Uno strumento criminale, i cui costi di produzione pareggiano quelli del prodotto interno lordo di almeno sei paesi dell’Africa subsahariana, che secondo alte fonti militari degli Stati Uniti è progettato negli stessi laboratori da cui provengono le armi di distruzioni di massa in mano ai nemici della libertà. Il sito The Onion invece sostiene che quello con l’orologio più grosso stesse piangendo perché sapeva che quelle lacrime sarebbero state d’ispirazione per decine e decine di bambini bianchi privilegiati del nord del mondo. Infanti disperati co-stipati nei loro quartieri di lusso e nelle loro gated communities che finalmente avrebbero potuto immaginare un modo diverso di raggranellare milioni: colpire una pallina con una racchetta mentre si strilla invece di colpire un lavoratore con un bastone mentre è lui a strillare. Un’altra ragione di queste lacrime l’abbiamo poi trovata sul blog Minima et Moralia dove il presentatore di scrittori Christian Raimo ha scritto che i due erano prostrati dal fatto che sapessero che, dopo quella partita, una teoria di improvvisati esperti, presunte celebrità, dilettanti della parola e professionisti dei festival editoriali, si sarebbero inerpicati tra social network e media tradizionali nelle peggiori citazioni e parafrasi dei maestri della letteratura postmoderna per celebrare questa immagine. E a quel punto, mentre David Foster Wallace si rivoltava nella tomba, ci siamo messi a piangere anche noi. [Luca Pisapia]

Immagine da Eurosport

I FUNERALI DELLA REGINA

La morte della signora che svolgeva il top job nel Regno Unito ha segnato la fine di un’epoca, si è detto (due giorni prima di morire la sovrana più longeva della storia insediava il governo meno duraturo del paese – il tempo di scatenare una crisi economica senza precedenti). File chilometriche di persone in coda per l’ultimo saluto, processioni sfarzose, dirette interminabili, torni solenni e sussurrati – e lo sporadico articolo che interrompeva la monotonia del rito e della polemica contro il rito (in verità più viva nell’appassionata Italia che nell’indifferente Gran Bretagna) per ricordarci che, volendo, si poteva parlare di cose reali – chessò, i rapporti dell’erede al trono con l’Arabia Saudita, le valigie di denaro ricevute dal Qatar – anziché spendersi nella guerra al significante, in cui, per forza di cosa, lei ne usciva vincente. Ruolo svolto perfettamente: nella dedizione e nella rimozione di qualsiasi elemento in grado di rivelare una qualche presenza dietro alla funzione, la fascinazione che esercitava deve essere stata certo causata anche dalla forza attrattiva che ha tutto ciò che è internamente vuoto. Compostezza e rigore – un tono monocorde più adatto in verità alla radio che alla televisione – le hanno permesso di celare la stessa inutilità dell’istituzione che incarnava; forse stabilità e sicurezza derivavano anche dalla capacità che aveva di rappresentare ciò che troppo palesemente non ha motivo di esistere. Insomma, inutile rimproverare la Storia alla donna il cui compito principale era non esprimersi su nulla – quando, per altro, lei stessa non c’era più. L’uscita di scena è stata pianificata e coreografata. Tra le moltissime immagini circolate (e contese, la casa reale ha inizialmente preteso di avere il controllo di buona parte del girato, ciò che rimane in rete è il risultato di una battaglia silenziosa e gentile tra le emittenti e Buckingham Palace) c’è una sotto-categoria meritevole di attenzione: si tratta di decine di scatti pubblicati dovunque che mostrano membri della famiglia reale intenti a osservare e a indicare fiori e biglietti sparpagliati a terra nei pressi della residenza reale. Alle loro spalle le transenne e la folla. A guardarle davvero, queste immagini sono strane: qual è il senso del loro indicare? Cosa si dicono mentre indicano? Perché questo interesse improvviso per singoli biglietti o mazzi di fiori? Le si potrebbe nominare «persone che non rappresentano nulla indicano cose che non ci sono». Peraltro con un gesto, compiuto in stile tipicamente inglese, teso a rinsaldare il legame con le stesse persone a cui danno le spalle. [Emma Catherine Gainsforth]

Foto da Flickr

LA LATTUGA E LIZ TRUSS

È stato un anno particolarmente turbolento per la politica britannica, e in particolare per il partito conservatore, un tempo immagine di specchiata e presunta affidabilità, oggi non in grado di esprimere un/a premier che duri più di una lattuga sugli scaffali del supermercato. La storia è nota: Mary Elizabeth (detta Liz) Truss a inizio settembre diventa premier, succede a Boris Johnson che a sua volta era succeduto a Theresa May che a sua volta aveva preso il posto di David Cameron. Per le regole della politica britannica, nel mezzo della legislatura, qualora il/la premier perda la fiducia, il partito di maggioranza esprime direttamente il premier senza ripassare dal via o dalle urne: è stato il caso di Theresa May prima, di Liz Truss poi e, infine, anche del successore di quest’ultima, Rishi Sunak. Il 20 ottobre, infatti, l’avventura di Truss è già finita: dura meno del sequestro Moro, 44 giorni, dopo aver perso pezzi importanti nei giorni precedenti – il Ministro delle Finanze, la Ministra degli Interni. È un record, in negativo, la più breve nella storia del paese della corona. Il dark humor britannico si scatena: circola un tweet di Alan McGuinness, giornalista di Sky News, «Mio figlio ha già visto quattro cancellieri [i ministri dell’economia], tre segretari dell’interno, due primi ministri e due monarchi. E ha solo quattro mesi». Ma la storia più divertente è sicuramente quella della lattuga. Dopo che l’“Economist” aveva notato che Truss sarebbe durata più o come la lattuga al supermercato, il 14 ottobre il tabloid “Daily Star” aveva messo una parrucca bionda a una lattuga, comprata per l’appunto al supermercato per 60 centesimi di sterlina, e ne aveva monitorato in un live stream lo stato di salute, scommettendo che sarebbe durata più di Liz Truss. «LIVE: Can Liz Truss outlast a lettuce?» diventa rapidamente virale, la storia travalica i confini nazionali e quelli della boutade, come dettaglia in maniera persino troppo precisa una apposita pagina di Wikipedia. Ha vinto naturalmente la lattuga, da ottobre l’ortaggio più odiato dai conservatori. Per approfondire, La lattuga ha vinto, Liz Truss si è dimessa. [Luca Galantucci+Luca Peretti]

L’ICONICA ARGENTINA-OLANDA

«Becera». «Provocatoria». «Patetica». «Antisportiva». Sono solo alcuni degli aggettivi che, sui social come sulla stampa, sono stati frettolosamente dedicati all’esultanza dei giocatori argentini contro gli olandesi in uno dei quarti di finale del Campionato mondiale di calcio svoltosi in Qatar alla fine dell’anno. Nel fermo immagine che ha fatto il giro del mondo si vedono alcuni calciatori argentini che, dopo il rigore decisivo calciato da Lautaro Martínez, si rivolgono agli sfidanti olandesi, disperati e rassegnati alla sconfitta, in segno di dileggio. A un primo sguardo superficiale, ovvero quello che solitamente destiniamo ai nostri feed, l’immagine può infastidire. I più suscettibili, depositari del sommo codice etico della lealtà sportiva, si sono infatti limitati a interpretare l’immagine al di fuori del contesto in cui è nata ed è stata prodotta. In molti casi, perfino ammettendo di non aver visto la partita o non seguire il calcio. Non dunque come esito finale di un processo di continue provocazioni che precedono, addirittura, la storia della partita, o conseguenza naturale di qualsiasi competizione che preveda un meccanismo di azione/reazione, oppure due visioni del mondo agli antipodi (come osservato, del resto, da alcuni utenti su Reddit e Twitter nei giorni seguenti). Ma come immagine svincolata dalla sua storia, da sfruttare lestamente, da spremere in tutta la sua potenza iconografica per un tweet brillante, un commento indignato, un contenuto clickbait. Lo storico modernista Michelle Vovelle, in un libro uscito più di quarant’anni fa su come si costruiscono le icone nella storia (dai mostri medievali a Wonderwoman), invitava chi studia le immagini a esplorare quel «tempo più lungo della storia», in cui queste si producono e vengono diffuse, prima di «ritrovare la dialettica dell’immagine e dell’avvenimento che in certa misura può portare alla conoscenza del tempo breve e dei momenti in cui tutto vacilla». Il rischio, che corriamo oggi è d’incantarci quotidianamente di fronte a oggetti che vacillano, lasciando naufragare a largo la storia, e con questa la complessità. Ma un’immagine, ci ricorda Vovelle, è sempre il prodotto di altre immagini, che in questa si sovrappongono, si stratificano e, per l’appunto, si espandono. [Damiano Garofalo]

Lionel Messi in nazionale.

MAROCCO-PORTOGALLO: LA PARTITA VISTA DALL’ITALIA

I mondiali invernali in Qatar hanno rappresentato, per molti, un evento da boicottare: la situazione critica per quanto concerne il rispetto dei diritti umani, l’applicazione della kafala ai contratti dei lavoratori stranieri, che implica una pericolosa forma di sponsorizzazione/tutoraggio da parte del datore di lavoro, e il consumo di risorse ambientali per la costruzione e la manutenzione degli impianti sportivi hanno innervato le principali critiche alla FIFA riguardo alla scelta del paese ospitante. Allo stesso tempo, il mondiale del 2022 si è configurato anche come una narrazione di riscatto grazie alla nazionale del Marocco, che ha battuto nei quarti di finale il Portogallo, qualificandosi alle semifinali per la prima volta nella sua storia – e nella storia di una selezione africana. Poco conta che, nella partita successiva contro gli ex-colonizzatori francesi, il Marocco sia stata battuto due a zero e che la finale per il terzo posto si sia conclusa con il risultato di due a uno per la Croazia: i Leoni dell’Atlante, questo il soprannome della squadra allenata da Walid Regragui, hanno tracciato il solco di una doppia redenzione calcistica, quella del continente africano e quella del popolo arabo. Per molte ragazze e ragazzi di discendenza marocchina che vivono in Italia, è apparso dunque naturale scendere in strada dopo la vittoria contro il Portogallo: le immagini delle strade delle principali città della Penisola, da Milano a Palermo, hanno fatto il giro dei telegiornali e delle testate web, testimoniando della vivacità di una generazione che ha mantenuto ben saldo il rapporto con le proprie radici. Tali immagini ritraggono giovani sui tettucci delle loro automobili o intenti a prendere in giro Cristiano Ronaldo, spesso ribadendo la loro doppia radice culturale, italiana e marocchina. Qualcuno ha equiparato le fotografie che li ritraggono a quelle della comunità italiana di Toronto nel 1982, dopo la vittoria del mondiale in Spagna, quando un fiume di persone si riversò nelle vie del quartiere italiano. Altri – in particolare le maggiori testate giornalistiche – si sono invece concentrati sui disordini che tali festeggiamenti hanno generato, gettando un’ombra sui caroselli, quasi non si potesse lasciare spazio alle comunità afro-italiane senza necessariamente calcare la mano sugli aspetti problematici. Eppure, nella vitalità di questi ragazze e ragazzi, colta forse con fastidio dall’opinione pubblica, appare possibile scorgere il futuro prossimo del nostro paese. [Diego Cavallotti]

Festeggiamenti dopo una partita del Marocco a Centocelle, Roma. Fotografia di Ida Altavilla

MELONI APRE IL SUO QUADERNO DI APPUNTI

Prima un post di lancio solo con una foto di una pagina in cui c’era scritto: «siete pronti ad aprire gli appunti di Giorgia?». E poi il primo video lanciato il 4 dicembre: «Mi chiedono spesso la ragione per la quale io giri sempre con un quaderno di appunti: tipo questo». Allora Meloni mostra il suo quaderno con la copertina nera (a cui nelle puntate successive la figlia aggiungerà anche degli stikers) con un elastico dove sono state inseriti dei ciondoli che formano il suo nome “Giorgia” con in fondo una stella. Uno stile a metà tra il diario delle medie anni ‘90  e una seria agenda Moleskin con dei divisori e segna pagina. Così la Premier inizia la sua nuova serie di video sui social “Gli appunti di Giorgia”, più o meno venti minuti, in cui lei e solo lei, senza alcuna forma di contradditorio, parla di fronte alla camera per spiegare le politiche del governo e controbattere alle polemiche della settimana. Nessuna mediazione televisiva, nessuna interruzione o possibilità di commento diretto come accade in una diretta facebook/instagram/twich. Da questo video, durante la settimana seguente alla pubblicazione, vengono estratte delle pillole titolate e sottotitolate sui temi centrali (immigrazione, reddito di cittadinanza, tetto al contante…). Questo nuovo format sbanca sui social, migliorando tutti i numeri delle sue pagine, creando una valanga di meme e contro meme, e costringendo tutti i giornali e telegiornali a citare questi video come fonte primaria. Meloni evade in maniera efficace le domande dei giornalisti e alla fine le pagine del suo diario non le mostra mai nemmeno nei video. Proprio come se ci fosse qualcosa da nascondere in quegli appunti, forse pieni di bozze dei discorsi d’odio e delle politiche classiste che questo governo ha iniziato a delineare. [Vanessa Bilancetti]

Gli appunti di Giorgia (dalla pagina Facebook di Giorgia Meloni)

MIXTAPE:

  • Povero gabbiano, che ha perduto la compagna, semiabbandonato per 34 anni, tormentone nel 2022.
  • L’arrivo in volata dell’eritreo Biniam Girmay per la prima vittoria di tappa al Giro d’Italia di un africano nero.
  • L’esplosione del corsivo, la pseudo lingua giovanile portata alla ribalta dalla tiktoker Elisa Esposito.
  • Elsa Fornero, Giuseppe Valditara, Bruno Vespa, e altri a parlare di merito a cena da Maria Latella.
  • Elon Musk che si è comprato Twitter.
  • Luigi “Dirty dancing” Di Maio in volo in una pizzeria di Napoli.
  • Roberto da Genova che forse voleva essere intervistato forse no.
  • Le immagini delle proteste in Iran.

In copertina: un bombardamento russo a Kharkiv, Ucraina, 21 aprile 2022. Fotografia AP Photo/Felipe Dana




Fonte: Dinamopress.it