Ottobre 19, 2021
Da Il Manifesto
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«Sono un artista engagé, ma in fondo lo sono un po’ tutti gli artisti, così come i musei per la loro missione. Ci tengo a dire che sono uno strumento, nel senso che attraverso le mie competenze posso raggiungere il mondo nel quale io stesso mi trovo a vivere, il tempo che abito e la realtà che mi circonda». Thomas Hirschhorn (Berna, 1957) usa spesso materiali comuni – nastri, splastiche, cartoni – prelevati dal nostro paesaggio quotidiano per lanciare le sue frecce intrise di coscienza politica.
In questo ottobre sospeso ancora in una pandemia attutita, con il suo ciclo di collage The Purple Line, per la prima volta esposto quasi nella sua interezza al Maxxi con la cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli (la serie, cui ha lavorato dal 2015 al 2017, prevede 121 «pezzi»; a Roma ne sono proposti 118 e il numero 86 verrà acquistato dal museo al termine della mostra, come annunciato dalla presidente Giovanna Melandri), cerca di raccontare quel che viene celato. Non proprio censurato, ma semplicemente nascosto, o forse addolcito.

È ARRIVATO IL MOMENTO di «de-pixelare il mondo», dice Hirschhorn: non per narrare con un procedimento tautologico ciò che accade ma per interpretare, decodificare le «icone», per scegliere tra le migliaia che ci bombardano ogni giorno attraverso i social, internet e media. La «linea viola» è quella che delimita la frontiera del nostro sguardo, ciò che l’essere umano è in grado di vedere, il punto di saturazione dello spettro cromatico; oltre c’è l’invisibile, che qui – nella installazione dell’artista che stringe lo spettatore addosso all’immagine con un muro dai contorni spezzati, poco fluidi, aguzzi – è la morte brutale, quella che dilania i corpi in guerra, rendendo irriconoscibile ciò che eravamo stati prima dell’apocalisse. Ma quelle stragi sono accompagnate da altre immagini estrapolate dalle riviste patinate, piene di glamour. Il mix è esplosivo, ma anche ripetitivo: l’effetto è quello di un loop ipnotico, atarassico.

IL COLLAGE RAPPRESENTA per l’artista la complessità, il caos «non tradotto» («nessuno ci può indicare cosa guardare»), che trasporta i nostri occhi in un’altra dimensione. «Voglio lavorare in modalità di emergenza», scrive nel dépliant che propone al pubblico del Maxxi e che ha realizzato lui stesso. A Parigi, durante gli anni 80, Hirschhorn aveva fatto parte del collettivo di designers grafici Grapus: occupavano la strada con creazioni artistiche radicali politicamente, mutuando il linguaggio dalla pubblicità. Qualcosa è rimasto di quell’esperienza dal sapore dada (suo riferimento principale ancora oggi, in mezzo alle letture di Simone Veil, Agamben, Bataille, Gramsci e, infine, Robert Walzer) ed è certamente l’attitudine alla contro-informazione, anche se qui approda all’astrazione.
Nonostante la violenza visiva dei soggetti proposti, la mostra non sarà vietata ai minori. Ognuno sceglierà se entrare nel «labirinto» claustrofobico della Purple Line oppure se autoproteggersi, rimanendone alla larga, evitando di intraprendere il viaggio viscerale nelle ferite del mondo.




Fonte: Ilmanifesto.it