Gennaio 9, 2022
Da Il Manifesto
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Il prossimo 28 marzo saranno quindici anni dalla scomparsa di Tony Scott. Dell’eredità viva del magistero – musicale e umano – del geniale jazzista di origini siciliane (clarinettista, sassofonista, pianista, compositore, arrangiatore, vocalist), che avrebbe compiuto cento anni lo scorso 17 giugno, ci parla qui in una prima intervista il violinista Emanuele Parrini, che per otto anni ha militato nei gruppi di Scott; mentre il sassofonista e clarinettista Francesco Bearzatti ci racconta poi dell’album Portrait of Tony (Parco della Musica), una ricostruzione immaginaria della sua originale vicenda sonora ed esistenziale.

Emanuele raccontaci i tratti salienti del tuo periodo di collaborazione nei gruppi di Tony Sott.
Conobbi Tony a un workshop nel 1999, scattò un grande feeling e mi chiese subito di far parte dei suoi gruppi. Da lì si aprì un periodo intenso di concerti, viaggi e registrazioni con le formazioni più disparate in cui Tony mi mise a disposizione tutta la sua esperienza. Lo invitammo a suonare con i Dinamitri Jazz Folklore e la collaborazione durò per un certo periodo. I progetti in cui mi coinvolgeva variavano spesso, con una costante: l’ottetto in cui suonavamo soprattutto i suoi brani. Era un leader autoritario, ma lasciava spazio a ognuno. Tony nella dimensione domestica studiava e suonava tutti i giorni, sperimentava cose nuove e si registrava spesso. Parlavamo molto, mi spiegava delle cose al pianoforte, mi faceva imparare la pronuncia corretta del bebop e i segreti dello scat. Nel 2006 lo invitai a registrare il mio primo disco (1974 Io so, Damn if I Know) e ne fu felice; a me sembrava di restituirgli qualcosa. A un certo punto i concerti si diradarono ma a dispetto dell’età e dei problemi di salute, Tony aveva sempre un suono bellissimo. Certo, le mani non andavano più come un tempo, ma riusciva a esprimersi con una consapevolezza sconvolgente: ciò che suonava era al di fuori di ogni genere, collegato direttamente con la musica.

Parliamo del Tony Scott «ospite» in «Folklore in Black» del Dinamitri Jazz Folklore e nel tuo lavoro discografico di cui hai appena accennato.
Quando invitammo Tony per la prima volta nel Duemila i Dinamitri erano in una fase di transizione e suonammo il repertorio del disco Vita nova. Tony era divertito dal fatto che i brani prendessero spunto da capisaldi del repertorio bop cambiati nelle scale di riferimento. Nel 2002 il gruppo fu coinvolto in un progetto didattico per la promozione musicale della Provincia di Pisa, in collaborazione con la Fondazione Teatro Politeama di Cascina. Ritrovammo una forte identità nella formazione rinnovata e, interrogati sulla possibilità di avere un ospite, feci notare al leader Dimitri Grechi Espinoza che sarebbe stata l’occasione perfetta per invitare Tony e poi registrare il disco nuovo. La musica era un caleidoscopio di suoni, stili e colori, ne seguirono concerti pubblici e privati (anche a casa di Tony). Ci fu grande condivisione. L’ultimo recital insieme fu organizzato a Prato nel 2005, a conclusione di un incontro sui «Musicisti migranti del nostro tempo» tenuto all’Università di Firenze.. Penso sia stato il nostro concerto più maturo. Nello stesso periodo stavo elaborando e volevo registrare il primo disco a mio nome. Tenevo tantissimo che ci fosse Tony e lui fu molto fiero nell’accettare la mia richiesta. La voce dei suoi strumenti che faceva quasi da narratore ci portava ora in una dimensione onirica ora nei meandri più profondi del blues. Mi chiese di cantare, ne fui onorato.

Cosa ti ha insegnato?
Si è posto subito come figura paterna, mi ha dato grande fiducia. Mi sentivo sempre «più forte» dopo ogni concerto o incontro. Mi trasmetteva grande energia. In qualche modo penso mi abbia traghettato da una fase giovanile spensierata e di apprendistato a una più matura e responsabilizzata. 1974 è un po’ l’emblema di questo concetto. Mi ha insegnato a cercare la mia identità, a non smettere mai di scavarsi dentro, a mettermi in discussione, a portare avanti le proprie idee guardando sempre al futuro.

A quindici anni dalla sua morte, cosa ti manca di più?
Mi sembra assurdo sia passato così tanto tempo. Suonare con lui è stato incredibile, mi manca quello, così come il confronto sulla musica, le discussioni e i suoi pensieri su quello che era allora la contemporaneità. Mi sarebbe piaciuto fargli sentire quello che sono adesso, i miei lavori come Viaggio al centro del violino (fu il primo ad incoraggiarmi alla performance in solo) o l’ultimo, Digging, per avere consigli su come migliorare o renderlo fiero di me. Mi manca tutto ciò che ti può mancare di una persona di famiglia. Sarebbe stato bello fargli conoscere mia moglie e mio figlio.

Qual è stata l’importanza di Scott nella storia del jazz e quale la sua rilevanza nella dimensione attuale di questa musica?
Tony ha rivoluzionato l’uso del clarinetto, trasformandolo da strumento legato per sempre alla tradizione in uno strumento moderno e fu tra i primi ad aver elaborato elementi delle culture del mondo. Il suo essere spirito libero lo ha portato in tutti i continenti, trasmettendo a generazioni di musicisti il vero spirito del jazz, spingendoli a cercare la propria identità, nel profondo. Diceva: «Nel jazz non bisogna essere bravi, bisogna essere eccezionali».

Francesco (Bearzatti), il tuo ultimo lavoro di si intitola «Portrait of Tony», ed è un ritratto in musica senza le composizioni di Tony Scott. Ci racconti come è nato?
A me piace immaginare storie e quindi anche nel caso di Tony – l’ho incontrato più volte, due sono state fondamentali – è andata così. Da un po’ fantasticavo su di lui e quando è scattato il secondo lockdown ho comincio ad elaborare. Quando ho scoperto che avrebbe compiuto cento anni il 17 giugno sono partito. Ho immaginato tutta una storia. Bouncing with Tony: siccome aveva un carattere superestroverso, mi sono figurato di stare con lui; poi Billie’s Blues, tutta la sua storia con la Holiday, mostrava orgoglioso la sua foto con Lady Day… Aveva anche un atteggiamento protettivo per gli artisti afroamericani, è una cosa commovente, di grande umanità. Tony procurava loro ingaggi, avendo l’aggancio con gestori di club che facevano parte un po’ della mafia siciliana; lo ha fatto anche per Charlie Parker. Tutto ciò mi ha generato una specie di cronologia – inventata – e ispirato a scrivere i nuovi brani. L’unico pezzo non mio è il suo «brano-feticcio»: Lush Life di Billy Strayhorn.

Non sei nuovo ad «omaggi» particolari. C’è qualcosa che collega Tina Modotti, Malcolm X, Woody Guthrie, Thelonious Monk, Zorro e Tony Scott?
Beh, sì. Tony Scott era una persona di un’umanità straordinaria, ha avuto pregi e difetti, ci sono musicisti che lo detestavano ma questo è un altro discorso. Lui si è battuto per i diritti civili, il fatto che proteggesse artisti afroamericani che considerava come dei – per lui Charlie Parker era un dio e Billie Holiday sua sorella -, che si sia pronunciato più volte contro il razzismo lo accomuna ai personaggi che tratto con il mio Tinissima Quartet.

Una stagione problematica che il clarinettista ha vissuto è stata quella italiana, come ha in dettaglio ricostruito il regista Franco Maresco nel suo «Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz». Nonostante questo ha mantenuto intatta la sua integrità artistica, con una coerenza etica: è nato, vissuto, ed è anche morto povero, per l’arte che ha sempre amato.
La cosa che mi colpisce di lui è che non ha avuto paura di cambiare. Quando era il numero uno dei clarinettisti mondiali suonava in un modo; poi ha avuto esperienze che hanno ampliato il suo linguaggio, i viaggi in Oriente, il fatto di suonare tra i primi musica etnica in Music for Zen Meditation… Con le royalties di questo album si è mantenuto, come mi ha raccontato. Anche le cose che gli sono successe – belle e brutte -, anche quando si è incattivito, si sentiva che la vita aveva cambiato il suo modo di suonare. Per me ciò è stupefacente: avrebbe potuto sfruttare il successo ma non l’ha fatto. La sua è una «parabola», anche discendente se vuoi, però sempre vissuta con fierezza.

LA BIOGRAFIA
Il 17 giugno 2021 il clarinettista Tony Scott avrebbe compiuto cent’anni: un freddo dato anagrafico, un pretesto per parlare dell’artista che morì 85enne a Roma (28 marzo 2007) dopo un’esistenza girovaga. In Europa giunse nel 1957 per la prima volta, mentre si stabilì in Italia nel ‘68, dopo un concerto radiofonico organizzato da Adriano Mazzoletti (che spesso lo sostenne e ingaggiò). Scott è stato un gigante del jazz, protagonista della tarda stagione delle big band come della rivoluzione bebop, ha lavorato in qualità di direttore musicale per Billie Holiday, Sarah Vaughan e Harry Belafonte. È stato al fianco di Charlie Parker, amico del trombettista «Hot Lips» Page, ha scoperto Bill Evans (Sung Heroes), indagato precocemente le musiche etniche. In Italia – dove ha tanto suonato con, tra gli altri, Romano Mussolini e Marcello Rosa – ha donato molto a varie generazioni di jazzisti.




Fonte: Ilmanifesto.it