Dicembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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Ecco i cinque dischi del 2021 scelti da Ultrasuoni, buone feste a tutte/i. E buon ascolto.

GUIDO FESTINESE
Non ci sono mezze misure di giudizio per chi ha ascoltato questo disco: qualcuno l’ha riposto nello scrigno personale della bellezza, qualcun altro non ne ha sopportato l’iterazione, la stasi, la sospensione quasi amniotica del suono. Parliamo di Promises (Luaka Bop), accreditato a Floating Points e Pharoah Sanders, vecchio leone del free jazz oggi fragile ma tenace, qui a librarsi col suo tenore ossidato sulle volute vaporose della London Symphony Orchestra. Chi scrive l’ha adorato. Come ha trovato magnifico il ritrovamento dei nastri perduti dei gloriosi Can di Stuttgart, 1975 (Spoon Records): si aprono finalmente gli archivi, ad opera di Irmin Schmidt, veterano della band tedesca che fu, si rinnova la grandeur del più intenso e obliquo trance rock di tutti i tempi. Un’operazione trasversale, azzardata e perfetta l’ha fatta anche la gran compagine di musicisti messi assieme da Riccardo Tesi per A Sud di Bella ciao (Visage). Azzardata, perché riuscire a rimetter mano su Riturnella, su Rosa Balistreri, sulle pizziche ormai ri-sedimentate nelle coscienze, richiedeva coraggio e inventiva. E qui una quindicina di musicisti e musiciste (svettanti Elena Ledda e Lucilla Galeazzi) si sono assunti il rischio, vincendo la sfida della comunicazione perfetta. Il 2021 ci ha regalato anche il ritorno del più colto art rock canterburyano, con i Caravan di It’s None of Your Business (Madfish Records), a tredici anni dall’ultima uscita. Voci intatte, ispirazione giusta, gran classe e eleganza, per un come back nella «terra del rosa e del grigio» che non è solo nostalgia canaglia. Il rock blues ha perso il basso roccioso di Dusty Hill, ma Billy Gibbons dei ZZ Top aveva già parato il colpo con un disco da maestro in solo, Hardware (Concord Records). Voce limacciosa, riff pericolosi come serpenti a sonagli, il passo giusto sempre.

ANTONIO BACCIOCCHI
Dopo aver prevalentemente agito in ambito jazz, più o meno contaminato, e aver vinto un Grammy Award, Jon Batiste si dedica a un favoloso album, We Are (Universal), in cui mischia funk, gospel, jazz, hip hop, nu jazz, Prince, Fantastic Negrito, Childish Gambino, con testi a sfondo sociale e di particolare spessore politico. Gli Sleaford Mods ribadiscono in Spare Ribs (Rough Trade) la potenza, l’efficacia, l’originalità della loro inconfondibile proposta. Le matrici sono le consuete del duo di Nottingham (PiL, Fall, The Streets, hip hop, elettronica, post punk) ma la capacità di metterle insieme con un linguaggio diretto, attuale, vero e crudo è una loro esclusiva peculiarità. La povertà, il Covid, la crisi sociale, il declino britannico, il razzismo, un perfetto e drammatico ritratto dell’Inghilterra post Brexit. Spettacolare nuovo album per la band olandese DeWolff, all’attivo una cospicua discografia e una quindicina di anni di attività. Wolffpack (Mascot Records) è un mix travolgente di freakbeat, primi Deep Purple, Sly and The Family Stone, Atomic Rooster, Wings, Hammond, hard, Sixties e soul. La nuova opera del misterioso collettivo inglese dei Sault, Nine (Forever Living Originals) è la perfetta colonna sonora di quanto sta accadendo nelle strade americane e non solo. La rivoluzione è qui ed è ora e, anche se sarà trasmessa alla televisione, è troppo tardi per fermarla. Hip hop, soul, afro beat, trip hop, drum’n’bass, jazz, funk, gospel. Lo scibile della black music in un solo album di 20 brani. Sine metu (Hellnation Records) de Gli Ultimi è uno dei migliori album italiani del 2021. Il cuore, l’anima, il sudore di una vita di strada. Punk rock che attinge dal sacro verbo dei primi Clash, Rancid, Social Distortion, dalla prima scena Oi! inglese, con sprazzi HC.

CAMILLO VEGEZZI
La novità più importante di questo 2021 è stata senza dubbio Promises (Luaka Bop), l’album che ha segnato il ritorno della leggenda jazz Pharoah Sanders, in collaborazione con il producer Floating Points e la London Symphony Orchestra. Un’opera in nove movimenti in cui sinfonie orchestrali fanno da sfondo a un dialogo sublime tra jazz cosmico e musica elettronica: un’esperienza d’ascolto unica e indimenticabile. Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/Awal) di Little Simz e Black Encyclopedia of the Air (Anti-/Self) di Moor Mother sono due album molto diversi tra loro, ma entrambi scritti durante il primo lockdown e ispirati dal silenzio di quei giorni. Il primo, prodotto magistralmente e ricco di riferimenti di pregio, è un lavoro introspettivo e autobiografico, che ha consacrato la rapper londinese come la migliore della sua generazione. Il secondo, invece, è un disco corale e politico, in cui la poetessa, attivista e artista di Filadelfia confeziona tredici tracce oscure e dalla struttura labirintica, ma ben focalizzate sul messaggio da trasmettere: lottare e resistere oggi per continuare a respirare domani. Dopo sette anni Damon Albarn è tornato nella sua insolita veste di solista: The Nearer the Fountain, More Pure the Stream Flows (Transgressive/Self) è un album speciale, in cui atmosfere cupe e rarefatte si alternano ad arrangiamenti esplosivi e momenti sperimentali. Un disco da riscoprire a ogni ascolto, firmato da uno degli artisti più importanti degli ultimi decenni. Infine, una menzione speciale per Course in Fable (Husky Pants Records) di Ryley Walker: un epico viaggio chitarristico tra generi diversi e nobili influenze, con un’impalcatura sonora tecnicamente perfetta, una notevole agilità melodica e testi che sanno essere ironici e struggenti al tempo stesso.

FLAVIO MASSARUTTO
È l’anno del jazz militante. Non bastano più titoli e disegni in copertina; la parola irrompe nei dischi. Può essere un testo scritto dal leader come in Jesup Wagon (TAO Forms) di James Brandon Lewis, sassofonista afroamericano che dedica il lavoro all’agronomo George Washington Carver che dopo la fine dello schiavismo si dedicò a insegnare l’agricoltura agli schiavi liberati. Con lui un quintetto nuovo di zecca che lo accompagna mirabilmente in una serie di composizioni di vibrante intensità. Oppure sono gli ospiti convocati da Shabaka Hutchings per Black to the Future (Impulse!), ultimo disco dei suoi Sons of Kemet, quartetto con le sue ance, tuba e doppia batteria. Tra le voci quella, tagliente come la punta di una lancia, di Joshua Idehen. Nel caso di Anthony Joseph, poeta, scrittore e cantante la parola è l’architrave su cui è costruito The Rich Are only Defeated when Running for Their Lives (Heavenly Sweetness). Un flusso inarrestabile di denuncia antirazzista, consapevolezza e poesia. Basti dire che il titolo del disco è una citazione di C.R.L. James, intellettuale marxista caraibico come Joseph. È invece italo-sloveno il trio Disorder at the Border (Daniele D’Agaro, Giovanni Maier, Zlatko Kaucic) a cui si aggiunge il contrabbassista Ewald Obertleitner, decano del free jazz austriaco, in Live at Achteckstadl (Klopotec). Libera improvvisazione della più bella fattura. E per finire regalatevi o fatevi regalare il sontuoso cofanetto Julius Hemphill (1938-1995): The Boyé Multi-National Crusade for Harmony (New Wordl Records) con ben sette cd di musica inedita del grande sassofonista e compositore texano, tra le menti più geniali, e sottovalutate, del jazz di ricerca degli anni Settanta e Ottanta. Una cornucopia di bellezza senza tempo.

VILMO MODONI
Dopo 14 anni da Rising Sands la coppia si è riunita per Raise the Roof (Warner). Lui è Robert Plant, lei è Alison Krauss, first lady del bluegrass contemporaneo. Sotto la supervisione di T-Bone Burnett hanno realizzato un capolavoro, dove il timbro ancora inconfondibile di Plant si integra alla perfezione con quello della Krauss. Comunicazione di servizio: saranno al prossimo Lucca Summer Festival. Criminale perderli. Altra coppia è quella del progetto Kit Sebastian, duo formato dal musicista francese Kit Martin e dalla cantante turca Merve Erdem, già dal provocante esordio Mantra Moderne autori di un originale mix di psichedelia, tropicalia, jazz ed euro-pop. Quest’anno fanno il botto con Melodi (Mr Bongo), giostra di suoni dove spuntano Burt Bacharach, Gilberto Gil, Marvin Gaye, Serge Gainsbourg, musica russa e dervish. Dopo un album di cover, Marissa Nadler è tornata a comporre. Il risultato si chiama The Path of the Clouds (Bella Union/Self). Dream folk di livello altissimo, supportato da una voce cristallina senza pari. Menzione anche alla cantautrice londinese Arlo Parks, vincitrice di un Brit Award come artista rivelazione con l’opera prima Collapsed in Sunbeams (Transgressive/Self). Belle sonorità alt r’n’b che lasciano presagire una carriera gloriosa. Magari come quella dei Motorpsycho. La loro ultima fatica si intitola Kingdom of Oblivion (Stickman Records). È vero, l’essere un fan forse tende a sopravvalutare. Ma, dite, chi può vantare un livello qualitativo così alto dopo oltre 30 dischi dati alle stampe? Ai posteri come sempre l’ardua sentenza, in attesa di scoprire cosa ci regalerà (musicalmente) il 2022.

GUIDO MICHELONE
Per questa classifica cinque album jazz perché, mai come oggi, in questo campo è la musica dove singoli, gruppi, orchestre, sanno osare, rischiare, sperimentare non soltanto a livello della creatività artistica ma anche sul piano del lavoro discografico, dove il singolo jazzman, a proprio nome, azzarda persino due o più dischi all’anno, contrariamente alla pianificazione calcolatissima delle star di classica, pop, rock. Ecco ad esempio il belga David Linx, forse il maggior vocalist europeo, in Be My Guest (Cristal Records) duettare in 15 brani con altrettanti solisti da tutto il mondo (Hamilton de Holanda, Magic Malik, Tigran Hamasyan, Ran Blake, Nguyên Lê, Marc Ducret i più noti) fra standard, cover, original, che esaltano l’approccio canoro tenorile; in parallelo a nome Fay Claassen & David Linx esce And still We Sing (Jazzline) con la rinomata WDR Big Band Cologne diretta da Magnus Lindgren, dove il rimando stilistico evoca persino il duo canoro americano Jackie & Roy dalle armonizzazioni bop cool. Anche il chitarrista/cantante beninese Lionel Loueke – inserito pure nella band di Herbie Hancock – risulta «iperproduttivo» a cominciare dal trio Gilfema in Three (Sounderscore) con Massimo Biolcati (bassi) e Ferenc Nemeth (batteria) fra dodici brani loro più una soffusa delicata versione dell’hendrixiana Little Wing. L’approccio in stile neoafricano è presente anche in Close Your Eyes (Sounderscore) a nome del solo Loueke, ancora in trio ma con Rueben Rogers (contrabbasso) ed Eric Harland (batteria) per undici jazz standard arcinoti, ma qui rielaborati con estrema persuasiva delicatezza sonora. Infine Off the Records (Toondist) del polistrumentista olandese Bo van de Graaf poteva tranquillamente vendersi in due cd separati, vista l’eterogeneità delle sei performance, in cui sono via via coinvolti, in momenti diversi, strumenti a fiato, voci femminili, clacson di automobili, persino un karaoke free in un costante arcobaleno di dadaismo sonoro.

MARCO RANALDI
In questo secondo anno pandemico non poteva mancare della musica che in qualche modo conciliasse con il presente. Pertanto partiamo da un cd delizioso, che è quello di Ada Montellanico che per Incipit/Egea ha pubblicato WeTuba con l’ausilio di due ottoni eccezionali quali Paolo Fresu e Michel Godard. Il disco ha nove tracce e il risultato è assolutamente divertente, entusiasmante e rivela Montellanico come una delle voci più interessanti del recente periodo musicale. Su un campo futuribile si muove invece Nicola Sani che ha pubblicato uno dei migliori sentieri sonori del recente secolo: Tempestate, Orchestral Works (Stradivarius/Milano Dischi). Alvise VIdolin sempre eccelso al live electronic e l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius deliziano l’ascolto con cinque brani che fanno parte della produzione più recente del compositore romano. Perfetto è il suo omaggio al geniale Giacinto Scelsi con Gimme Scelsi: sublime! Torna Giuseppe Grazioli che sempre più attento alla ricerca della musica applicata, a capo della Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano ha registrato Italian Sound Tracks (Warner). È un cd ricco di pagine e di autori del cinema musicale italiano: da Lavagnino a un raro Petrassi che scrisse le musiche del film Cronaca familiare di Zurlini. Grazioli è veramente l’unico direttore d’orchestra italiano che si occupa attivamente di recuperare tanta di quella musica scritta per il cinema che spesso è dispersa o dimenticata. Indimenticabile per questo 2021 l’album di Teodor Currentzis e Musicaeterna nella Settima Sinfonia di Beethoven (Sony Classical) e la ricostruzione sonora di Antonio Fresa nel suo The Borges Labyrinth Vatican Chapels Live (Adesiva Discografica) in un’immersione di sonorità del futuro post apocalittico.

MARIO GAMBA
2021, solita domanda: che cos’è il contemporaneo. La risposta si sta affacciando da tempo e riguarda il divenire sperimentali andando oltre l’avanguardia. C’è progettualità propulsiva, meditativa e dirompente, nella Togetherness Music (Intakt/Goodfellas) di Alexander Hawkins. Pianista estroso, qualche volta pericolosamente eclettico, in questa occasione lavora sul concetto di composizione. E su come il jazz, diventato un linguaggio aperto, possibilmente alla radicalità del pensiero e non all’ennesima forma di mainstream, trova forme nuove nella musica d’assieme. Agisce un ensemble di sedici musicisti, la metà agli archi. In due brani Hawkins flirta col microtonale e con l’uso sottile, aereo, dell’elettronica. Giancarlo Schiaffini e Sergio Armaroli spiegano già nel titolo di Deconstructing Monk in Africa (Dodicilune/Ird) in che cosa consiste l’opera che mettono in atto col trombone, a volte ellingtoniano a volte ultrafree, del primo protagonista e con le percussioni, anche «falsamente etniche» (parole degli autori), dell’altro. È musica loro, elaborata con apparizioni di Monk e di musica africana. In Ligatura (Stradivarius/Milano Dischi) un’indagine sapientissima su un compositore, György Kurtág, è compiuta dalla pianista Maria Grazia Bellocchio. Che mette a confronto 34 dei 250 Játékok dell’immenso ungherese con brani di Scarlatti, Schubert, Shostakovich, Ciajkovsky, Janácek, Bach. La contemporaneità di Berio, Scelsi, Donatoni, Sciarrino e Scodanibbio è esaltata da un solista importante, Dario Calderone, nell’album Il nuovo contrabbasso italiano (Stradivarius/Milano Dischi). Mentre la pianista Agnese Toniutti interpretando musiche di Lucia Dlugoszewski, di Tan Dun e di uno strepitoso Philip Corner in Subtle Matters (Neuma) ci fa capire la potenza e la bellezza del desiderio.

LUIGI ONORI
Scenario del jazz italiano, due album complementari. Cyclic Signs (Auand Records) del batterista-compositore Enrico Morello riunisce quattro giovani musicisti (trentenni, tranne il 47enne altista Daniele Tittarelli) dall’esperienza nazionale ed europea. Il loro jazz – strutturato senza strumenti armonici – abbina le linee di alto e tromba (Francesco Lento) a una ritmica interattiva e innovativa (il leader più il contrabbassista Matteo Bortone). Il modello, in controluce, è quello dei Five Elements di Steve Coleman, rigenerato in forme e suoni originali. WeTuba (Incipit/Egea) della cantante-compositrice-autrice Ada Montellanico è album più cameristico. Lo caratterizzano un ospite internazionale (il tubista francese Michel Godard) e un trio di «young lions»: Simone Graziano (piano), Francesco Ponticelli (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria). I primi due sono anche autori (musiche e testi) come la leader e la parola contraddistingue il disco che vede la partecipazione di Paolo Fresu. Toccanti Heroes e I’m a Migrant. Scenario internazionale che conferma l’assoluta vitalità e pregnanza del jazz. Si impongono il 38enne tenorista afroamericano James Brandon Lewis (Code of Being, Intakt); il sassofonista afrobritannico 37enne Shabaka Hutchings con i suoi Sons of Kemet (Black to the Future, Impulse!); il 50enne pianista indoamericano Vijay Iyer (Uneasy, Ecm/Egea). Lewis, in quartetto, dà sostanza al suo Sistema Musicale Molecolare fra tensione, sperimentazione e avanguardismo. Hutchings genera un album fitto di ospiti, voci, versi: «Raffigura un movimento per (…) riaffermare ciò che significa lottare per il potere nero». Iyer, in trio, va oltre il camerismo plasmando una musica inquieta che risente (e a tratti risolve) di tutte le incertezze del periodo pandemico.

SIMONA FRASCA
Welcome 2 America (NPG), l’album postumo di Prince, è un esempio folgorante, se ce ne fosse bisogno, dell’esplosiva coscienza musicale del genio di Minneapolis che fa suonare radio-friendly turbinii cromatici, armonie raffinate e testi taglienti accorciando le distanze con Curtis Mayfield. These 13 di Jimbo Mathus & Andrew Bird (Wegawam Music Co.) lascia passare un’aria che sa di nostalgia e desiderio di tenerezza e calore, adatta all’anno che si conclude. Folk semplice e immediato, chitarre, violini, pochi accorgimenti percussivi, registrato live su nastro analogico, accanto al fuoco crepitante e intorno a donne paffute e uomini dalle scarpe pesanti. Restiamo nel mondo delle radio commerciali anni Settanta con il power pop sfacciato e cafone di Rotation dei The Airport 77s (The Airport 77s), le casse restituiscono a tutto volume le chitarre grosse e le voci ammiccanti di Cheap Trick e il glam in stile The Sweet. Ci sono un italiano, due sloveni e un armeno in Echoes del Signum Saxophone Quartet (Deutsche Grammophon), che sparigliano le carte dei cari vecchi generi musicali. I quattro macinano le tracce inarrestabili con un groove incredibile anche lì dove non ce lo aspetteremmo plasmando e riplasmando Downland, Fauré, Albinoni, Max Richter, Peter Gregson, Guillermo Lago, Joep Beving. Leo Nocentelli, gravita dalle parti del suono Motown da circa sessant’anni come session man, con Another Side (Light in the Attic Records) il songwriter settantacinquenne ritrova dieci magnifici reperti registrati in solo nel 1971 e che si riteneva perduti. Grazie alla sua chitarra riemerge un flusso melodico bluesy da manuale, la sua palestra è stata il funk con The Meters, la band di accompagnamento di Fats Domino.

ANDREA LANZA
Si comincia con SurreAle (Epic Records), nuova fatica di J-Ax, un album finalmente al livello (alto) de Il bello d’esser brutti, quindi pochi cedimenti verso il tormentone estivo e più rabbia da vero rap anni Novanta. Nato come repack di ReAle, è diventato un disco vero e proprio, con nove inediti e quattro featuring, che si muove soprattutto tra punk e pop. Tutto molto bello per chi mal sopporta il J-Ax più commerciale di Comunisti col Rolex. Dritta dall’Eurovision 2021 è invece Elena Tsagkrinou che esce con El Diablo (Panik Records), album che prende il nome dall’omonima canzone, uno smaccato plagio di Bad Romance di Lady Gaga, dal sapore però straordinariamente originale, forte anche della potente voce made in Cipro della bionda cantante. Segue, l’album postumo di Prince Welcome 2 America (NPG), un caleidoscopio musicale di funk pop e r’n’b risalente al lontano 2010, la cosa migliore dell’artista dai tempi di Musicology. Si parla anche di orgasmo («A volte piange, ma non chiedermi il perché») sul modello di Dirty Mind. Una capsula temporale d’inarrivabile bellezza. Al quarto posto, gli Iron Maiden con Senjutsu (Parlophone/Warner/Sanctuary), album sincero e potente che vanta la bella Hell on Earth, ricca di emotività e passione. In fondo alla classifica, ma a pari merito con gli altri, Alice Cooper con la sua Detroit Stories (EarMusic), atto d’amore verso l’hard rock più classico. Si passa da strofe nichiliste come «il mondo potrebbe non piacerti adesso ma ti abituerai» agli attacchi verso la mascolinità tossica di Go Man Go («La mia ragazza sa che sono un uomo, sa che sono uno stronzo, ma va bene così»).

MARCO DE VIDI
Siamo sull’orlo dell’abisso, ma una comunità cui appartenere e la ricerca di una voce originale possono ancora salvarci. I Low sono scesi dal cielo a portarci luce con un album, Hey What (Sub Pop/Audioglobe) che rivela l’immensità dell’universo, tra synth, chitarre distorte e armonizzazioni vocali. Un’esperienza di ascolto totale a ricordarci la bellezza fragile dell’umanità, che dal caos sa riemergere con grazia. Un viaggio cosmico in cui si incontrano rap, jazz, hip hop, elettronica, noise, punk, con molti ospiti tra il meglio della scena black Usa ed europea, è quello di Moor Mother con il suo Black Encyclopedia of the Air (Anti-/Self). Un’invocazione radicale e piena di speranza, che denuncia il razzismo, il capitalismo pervasivo, la discriminazione verso i più poveri costretti a condizioni abitative degradanti. Altro disco partecipativo, Qalaq (Constellation) di Jerusalem in My Heart. Un’orchestra scomposta che ha dato vita a un lavoro stratificato, in cui l’elettronica si scontra con il cantato in arabo e il timbro del tradizionale buzuk. Un grido di allarme per il Libano devastato, scritto da un rifugiato da tutta la vita. Sometimes I Might Be Introvert di Little Simz (Age 101) è un diario musicale, un album che si fa letteratura, in cui il rap e il grime dell’artista anglo-nigeriana si innestano su parti orchestrali e passaggi jazz. Una riflessione sulle difficoltà di un’esposizione eccessiva, sullo sdoppiamento tra pubblico e privato, in cui aggrapparsi alle proprie radici può aiutare a ritrovarci. Sludge e metal per abbattere secoli di supremazia bianca e di colonialismo interiorizzato. Parliamo di Gas Lit (Invada) dei Divide and Dissolve. Le due musiciste australiane, di origine maori e cherokee, combattono con sax, chitarre e batteria per la liberazione dei popoli indigeni, espropriati della terra e dello spirito.

GIANLUCA DIANA
Gettando uno sguardo sull’annata discografica 2021, per quanto possibile in modo trasversale e onnicomprensivo, emerge un dato oggettivo: molti lavori sono giunti a un millimetro dall’avere le credenziali per entrare nel gotha delle migliori uscite. Un senso di incompletezza, non sapremo mai se figlio delle emozioni pandemiche, ambientali e/o personali, sembra aver avviluppato tante prove artistiche. Di contro, quelle che emergono lo fanno con autorità. Meraviglioso, al punto da guadagnarsi una nomination ai Grammy, è I Be Trying (Single Lock Records) di Cedric Burnside, che sale stabilmente tra i primi tre bluesmen contemporanei, grazie a una capacità autoriale, oltre che interpretativa e tecnica, davvero fuori dall’ordinario. Emozionante e sorprendente è il ritorno di Jimbo Mathus & Andrew Bird che con These 13 (Wegawam), riescono al contempo a scrivere un disco di american primitive music, blues e folk psichedelico mainstream, rimanendo genuini. Una menzione in tal senso la merita la struggente canzone Three White Horses. Da New Orleans fuoriesce in modo dirompente Weedie Braimah, sessionman per moltissimi altri che in The Hands of Time (Stretch Music), connette la tradizione percussiva africana di cui è maestro, con l’attualità del mondo african american: superlativo. The Beginning, the Medium, the End and the Infinite (Crammed Discs) è l’esordio bomba dei galattici Ikoqwe. Dall’Angola propongono una fusione di electro estremamente ritmica e hip hop dai testi mordaci e pungenti. The Faded Orbit (Denovali Records) è il risultato egregio dell’incontro tra il sardo Saffronkeira e l’iraniano Siavash Amini, che nel cosmo in cui si fondono drone, ambient e sperimentazione sono a loro agio, licenziando un’opera che forse contiene in sé le caratteristiche per sfuggire agli strali del tempo.

GUIDO MARIANI
Per chi avesse perso le speranze nel rock il consiglio è quello di ascoltare Glow On (Roadrunner) dei Turnstile, originari di Baltimora e provenienti dalla scena hardcore, ma con obiettivi più ambiziosi. Rock giovane, aggressivo, esplosivo e creativo. Un album capace di stupire e sorprendere. Il Nevermind del 2021. The Killers, complice anche il clima mesto della pandemia, hanno fatto un album che nulla ha a che vedere con i loro spensierati esordi pop. Pressure Machine (Island) è storytelling musicale nella tradizione più pura del cantautorato di provincia americano. Un ritratto verista ispirato alla città natale del frontman Brandon Flowers, un paesino dello Utah in mezzo al nulla. Un lavoro malinconico e cupo, ma non senza una raffinata indole melodica. Il loro Nebraska. Il pedaggio a Springsteen lo paga anche Sam Fender, 27enne sopravvissuto avventurosamente nella working class disagiata del Nord-Est inglese. Il suo secondo album, Seventeen Going Under (Polydor) è una conferma per una delle voci più sincere e convincenti del rock britannico. Anche i Greta Van Fleet dal Michigan arrivano al loro secondo disco. Hanno solo il problema di aver ascoltato troppo (e con troppa venerazione) i Led Zeppelin, ma in The Battle at Garden’s Gate (Lava/Republic) i meriti artistici superano di gran lunga i debiti con la tradizione. Per la serie non ce l’aspettavamo. Jerry Cantrell, leader degli Alice in Chains, torna a firmare un disco da solo dopo 19 anni, Brighten (Double J Music/Warner). Un album che suona come se il grunge fosse stato concepito non a Seattle, ma nel selvaggio West.

STEFANO CRIPPA
Anche se il concetto di album come collezione di brani, progetto pensato per essere ascoltato, se ne va ormai allegramente a ramengo travolto dal ritorno del singolo e dalla proliferazione di playlist in streaming, il 2021 ha riservato ancora qualche piacevole sorpresa. Questo grazie ad artisti che, costretti dalla pandemia a mettersi in gioco, hanno regalato produzioni decisamente stimolanti. Prima della lista Lady Blackbird, talento innegabile – senza se e senza ma -, la cantante che al secolo fa Marley Munroe da Los Angeles, si ispira, sin dal nome che riprende un suo classico minore del 1966, a Nina Simone. In Black Acid Soul Foundation (Music Production) mette intensità e capacità interpretative non comuni con un repertorio che non inventa nulla di nuovo, ma sa calarsi come poche nella bellezza e nella sofferenza del blues. Il 2021 ci ha riportato anche Ornella Vanoni e Unica (Bmg), album di inediti curatissimo e con una scelta di firme che solo una prima della classe può permettersi. Il timbro inconfondibile è la sua voce, che neanche il tempo riesce a scalfire. Sugli scudi anche Bungaro e il suo Entronauta (EgeaMusic), scrittura sopraffina e talento da vendere. Nella lista non può mancare la coppia formata da Bruno Mars e Anderson Paak con An Evening with Silk Sonic (Atlantic), in appena trentun minuti c’è tutta la storia del soul che non suona come plagio, ma come deferente e coinvolgente omaggio. Ancora black music con Aaron Frazer, batterista e corista dei Durand Jones & The Indications, band che in tempi recenti si è misurata con successo e impeccabile classe nel recupero delle radici del soul. E al soul si rifà in Introducing (Dead Oceans/Goodfellas) il giovane Frazer che sfoggia una voce espressiva. Ma la meticolosa cura del disco va ascritta anche al lavoro del produttore, Dan Auerbach dei Black Keys.

FABIO FRANCIONE
Il 2021 non è stata un’annata parca di novità discografiche. Nonostante tutto e volgendo lo sguardo verso un cauto ottimismo, sebbene la pandemia sia arrivata alla quarta ondata, le nuove produzioni sembrano essersi giovate dei periodi di chiusura totale. Soprattutto durante il primo lockdown moltissimi musicisti, band e cantanti hanno saputo forzare la situazione producendo musica, molta musica, andando anche al di là della politica «catalogica» argina-crisi delle major. Questo minimo e parziale spoglio tra i migliori dischi del ‘21 coinvolge nuove leve in cerca di conferma e grandi vecchi che non cercano quelle ragioni in più per suonare ma il solo far musica, e così è sembrato logico accostare un disco come Seventeen Going Under (Polydor Records) di Sam Fender a For Free (Bmg/Warner) di David Crosby. Nel dubbio: i due migliori dell’anno? Tra le band notevole è stato il ritorno dei Foo Fighters con «un disco che fa ballare», parole di Dave Grohl, come Medicine at Midnight (Roswell Records). E in Italia? Gli ascolti più acuti e riflessivi provengono da mondi estranei al mainstream. Un solo disco basta per tutti: Manzamà (Squilibri) dei Fratelli Mancuso, ponte tra passato e futuro, attraversato negli usi di linguaggi e strumenti musicali antichi da arrangiamenti estremamente attuali. In ultimo e fuori quadro merita l’esperimento musical-cine-letterario di È bello perdersi (Sony Music) degli ExtraLiscio che dalle balere è transitato a Sanremo. Non a caso sia i Mancuso sia Mariani e soci pescano in musiche «altre», popolari e tradizionali innestate in contesti contemporanei.

VIOLA DE SOTO
The English Breakfast con Control (Autioproduzione/Goodfellas), ci regalano una vera propria scorpacciata «fuori controllo» di melodie pop rock che guardano dritto in faccia alle virazioni sonore provenienti dalle terre d’Albione. Ascoltare la bellissima e suadente Dirty Tricks, in odore di shoegazing, o la tensione delle chitarre post wave, smorzata da coretti ultra pop di Sun in the Bush o la lennoniana On the Road per credere. Il tutto riveduto e corretto con personalità e gusto, per non cadere nell’ovvia accusa di «derivazionismo». Dead Man in L.A., con Allineamento caotico (Autoproduzione) e Lacero con Orso bipolare (Autoproduzione) guardano invece oltreoceano. I primi con sonorità tipiche del metal e del rock, filtrate da un approccio a tratti noise, spesso stoner, molto spesso con andamento math rock. I secondi invece, con un’attitudine molto punk (confermata anche dal modus operandi della registrazione del disco… in presa diretta: uno, due tre… via!) sono chiaramente allineati a un suono post grunge che, come punto di riferimento granitico può essere sintetizzato nell’indimenticabile Bleach dei Nirvana. Con uno sguardo al futuro, coraggiosi per le loro solitarie e originalissime proposte musicali sono Bebawinigi (con Mao, autoproduzione) e Pausa (con Pausa, autoproduzione). La prima con un disco «unplugged», voce e chitarra, canta in un gramelot preadolescenziale spiazzante. Il secondo mischia trap, screamo, elettronica, dark e hip hop come nessuno nella scena italiana ha avuto il coraggio di fare.

GRAZIA RITA DI FLORIO
Incasellare il cornettista chicagoano Ben LaMar Gay nel jazz, è pura convenzione. Il suo nuovo Open Arms to Open Us (International Anthem/Nonesuch) è un disco sempre meno convenzionale. Incatalogabile, disorientante, amabilmente caotico. Percussioni organiche ed elettroniche, canti tribali, suoni in processo iterativo e suoni sintetici ad ampia diffusione circolare, in cui anche il Miles Davis della «giungla elettrica» sarebbe tornato utile. Hot track: Aunt Lola and the Quail. Tropicalismo blues in Delta estácio blues (QTV Selo) di Jucara Marçal. Una delle voci più rappresentative della MPB contemporanea incontra il Roland SP 404 di Kiko Dinucci. Un’unione dissonante a registri variabili contro il regime di Bolsonaro. Hot track: Oi Cat. Qualche anno fa i Sons of Kemet del sassofonista Shabaka Hutchings con Theon Cross alla tuba, Tom Skinner e Eddie Hick alle batterie, hanno pubblicato Your Queen Is a Reptile, un manifesto anti-monarchico e anti-razzista divenuto subito un istant classic. Black to the Future (Impulse!), ne è la prosecuzione ideale, sia concettualmente che stilisticamente. Hot track: Let the Circle Be Broken. In Italia è Paolo Fresu il leader culturale e un agente attivo di rinnovamento. Tango Macondo (Tük Music) è un disco immaginifico, trasposizione musicale dell’omonimo spettacolo teatrale. Organico a tre, timbricamente assortito con i mantici di Daniele Di Bonaventura e Pierpaolo Vacca. Hot track: Movimento andino. Nella scena alternativa congolese giganteggia la formazione dei Kasai Allstars. I titoli lunghissimi dei loro dischi esprimono concetti. Black Ants Always Fly Together, One Bangle Makes No Sounds (Crammed Discs) è il loro nuovo disco. Xilofoni distorti e tamburi ditumba raccontano la vita dei villaggi e la capacità di riconciliarsi nel caos. Hot track: The Ecstasy of Singing.

ROBERTO PECIOLA
Già da qualche anno il post punk – molto venato di punk – ha trovato nelle lande d’Albione e d’Irlanda terreno più che fertile, ma in questo 2021 che sta finendo la cosa ha preso una piega quasi inarrestabile, con molti dischi di livello di band all’esordio e di gruppi già ben noti, parliamo ad esempio degli Squid, dei Dry Cleaning, dei Black Midi, ma soprattutto di tre album che ci hanno colpito particolarmente. Partiamo con For the First Time (Ninja Tune), debutto spettacolare dei Black Country, New Road, da Londra (anche se originari del Cambridgeshire). Una mescola di generi che vanno dal post rock al klezmer, il tutto su base decisamente post punk. A seguire – ma non c’è un vero e proprio ordine di merito – ecco gli Shame, sempre da Londra, di Drunk Tank Pink (Dead Oceans/Goodfellas), con Talking Heads e Clash nel cuore e nella mente. Bristol è stata la capitale del trip hop ma è anche la città da cui provengono gli Idles, forse la band più nota, insieme ai Fontaines D.C., di questa nuova ondata. Crawler (Partisan) arriva nel finale d’anno e si impone come il loro miglior lavoro, al pari di Joy as an Act of Resistance. Ritmi rallentati e sonorità più mature ma sempre con una bella dose di acidità. Si cambia registro con un disco sontuoso, The Solution Is Restless (Pias/Self), a firma Joan as Police Woman, Tony Allen e Dave Okumu, tra jazz «d’avanguardia» e pop sofisticato. E i quasi dodici minuti dell’iniziale The Barbarian valgono da soli l’acquisto e la menzione. Chiudiamo con uno dei nomi di riferimento per il metal che occhieggia al prog, quello dei Mastodon, che – con alla produzione David Bottrill (quello di Ænima e Lateralus dei Tool, per intenderci, ma anche dei lavori di Sylvian e Fripp) – sfornano Hushed and Grim (Reprise/Warner), un doppio album bellissimo e adrenalinico, potentissimo ma sempre con un occhio alla melodia. Una sorta di compendio del loro credo musicale «mastodontico».

FRANCESCO ADINOLFI
Paul Weller torna con Fat Pop (Volume 1) (Polydor/Solid Bond) e anche stavolta non fallisce: dritto al primo posto (come al solito) in Gran Bretagna mescolando sbandate simil Blur, pop & soul, ballate. Occhio a Testify e Failed. Si intitola Hard up (Bmg/Pacific Theatre), il decimo album dei soulster australiani Bamboos e celebra i 21 anni di carriera della band; sono stati i primi in Australia e tra i primi al mondo a dare forma al neosoul/funk e restano i primi in quest’ambito. Presente come al solito la vocalist Kylie Auldist che vola altissima in pezzi come The Thing about You, botta northern soul altamente coinvolgente, o nella travolgente Ride on Time; ospite alla voce anche Durand Jones; andrebbe reperita la versione deluxe del disco in cui spicca la splendida Bad Line. Debutto per York, polistrumentista tedesco (già al lavoro ai fiati – sax e flauto – con Randy Crawford, Phil Collins, Mousse T. ecc.) che nell’album The Soul Jazz Experience Vol.1 (Upper Level Records) imbarca jazz, bossa, funk. Un cocktail imperdibile di jazz dance che rimanda a progetti come i Bahama Soul Club (con cui ha collaborato) e a cui partecipano vocalist come Pat Appleton (Flamingo Girl). Sempre imprevedibili i Go! Team, sestetto di Brighton che torna con Get up Sequences Part One (Memphis Industries). Tra i pezzi, i generi si confondono, si pasticciano, evocano, alludono. Dal suono apparentemente lieve, melodico e vocalmente infantile di A Bee Without Its Sting si piomba – come al solito – dentro il rap old school di Pow. Un retro party del futuro. Promised Land (Jalapeno rec.) del duo di produttori e dj di Bristol The Allergies, è un elogio del ritmo, tra soul, latin sound, hip hop e blues stravolto. Irresistibile, e a oggi l’album più evoluto e strutturato del gruppo.




Fonte: Ilmanifesto.it