Marzo 22, 2022
Da Il Manifesto
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I lavoratori della Disney hanno proclamato uno sciopero oggi per chiedere che lo studio di Topolino prenda una posizione chiara contro una legge discriminatoria contro gli omossessuali passata dal parlamento in Florida.

La legge nota come Don’t say gay, vieta esplicitamente agli insegnanti delle scuole primarie pubbliche di abbordare temi che trattino di omosessualità o argomenti non eteronormativi. In sostanza, un insegnante potrebbe ad esempio essere licenziato se dovesse menzionare ai compagni le due madri o i due padri di uno studente figlio o figlia di coppia gay.

La Walt Disney Company, che in Florida impiega ben 77.000 persone, principalmente a Disney World, il grande parco a tema di Orlando e nel settore delle crociere (Disney Cruises), è uno dei maggiori datori di lavoro dello stato. In quanto tale segue la prassi gestionale delle grandi aziende americane, finanziando lautamente i politici locali compresi, come è stato rivelato, versamenti per oltre 300.000 dollari alle campagne di parlamentari fautori della legge anti gay (di cui 100.000 dollari al governatore De Santis, repubblicano ultra-conservatore dalle aspirazioni presidenziali).

Queste rivelazioni hanno fatto insorgere i lavoratori dello studio.

Protesta dei lavoratori Disney per i diritti Lgbtq, foto Ap

Per Disney si tratta di un argomento particolarmente sensibile dati i trascorsi con la comunità LGBTQ+.

Nel 1980 Andrew Exler intentò una causa dopo essere stato rimosso da Disneyland per aver ballato col proprio compagno in violazione “dei valori famigliari” promossi dal parco. La società venne condannata a un risarcimento di danni morali ma non desistette da ulteriori discriminazioni. Nel 1988, infatti, fu nuovamente querelata da un gruppo di universitari gay che erano ugualmente stati invitati ad andarsene per aver ballato in coppie non eterosessuali. A questa azione seguì un patteggiamento e l’adesione “volontaria” dell’azienda al rispetto dei diritti civili di ogni minoranza.

Negli anni successivi Disney è protagonista di una inversione radicale di tendenza che la vede diventare una delle aziende più “gay friendly” d’America. Il “brand” gode oggi di enorme favore nella comunità LGBTQ+, dai parchi alle crociere ai matrimoni same-sex che venivano celebrati a Disney World e Disneyland prima ancora di diventare legali nei rispettivi stati.

Quelli LGBTQ+ sono fra i fan più fedeli dei prodotti e dei parchi Disney. Ogni anno decine di migliaia di persone si danno appuntamento a Disney World e Disneyland per un festival denominato “Gay Days” con eventi speciali e souvenir ufficiali appositamente prodotti dall’azienda.

foto Ap

Il “comparto gay” rappresenta insomma un settore commerciale importante attivamente corteggiato dalla Disney, che promuove l’inclusione anche con personaggi gay nei propri film. Ragion per cui ha fatto scalpore la rivelazione dei contributi ai repubblicani della Florida. Né ha migliorato la situazione l’annuncio dell’amministratore Bob Chapek della sospensione di “ogni ulteriore contributo politico” in Florida che, anzi, ha fatto insorgere gli stessi impiegati che hanno reclamato “sanzioni” specificamente mirate ai conservatori e una presa di posizione più chiara e netta contro leggi che lo stesso presidente Biden ha definito “odiose,” e che la considerevole influenza Disney venga messa a servizio della causa dell’uguaglianza.

L’opposizione interna si allargata alle consociate Pixer e Marvel e perfino al predecessore di Chapek, Bob Iger, e si è coalizzata online con petizioni e un sito apposito tramite il quale sono state organizzate le proteste.

Lo sciopero di oggi rappresenta il culmine di un’escalation cui il management ha faticato a far fronte. L’amministratore Chapek ha fatto una precipitosa retromarcia chiedendo scusa agli impiegati in una lettera in cui dice di “aver compreso la necessità di una presa di posizione più netta” senza però soddisfare gli attivisti LGBTQ+ che reclamavano azioni specifiche.

La vicenda è emblematica del grande capitale americano, che nell’ultimo mezzo secolo ha compiuto (e tratto ampio profitto da) una parabola socialmente progressista e che si trova ora sempre più spesso coinvolto nelle “culture wars” fomentate dai conservatori populisti.

Un anno fa era accaduto in Georgia in seguito alle restrizioni del voto afro-americano introdotte dal governo repubblicano. Lì leader neri avevano chiesto a Delta e Coca Cola, aziende basate ad Atlanta, di denunciare la mossa, mentre alcuni politici Gop denunciavano “l’estremismo di sinistra” della Coca Cola Corporation.

Come quelle aziende, la Disney si trova oggi nella scomoda posizione di non voler alienare consumatori divisi, come il resto del paese, in progressisti e conservatori oltranzisti. Difficilmente potrà evitare di prendere una posizione più netta.

Dal canto suo De Santis fa quadrato e ha già denunciato il “woke capitalism” che attenta alla morale americana originale. Certo che se scendono in campo Minnie e Topolino….




Fonte: Ilmanifesto.it