Novembre 21, 2020
Da Anarres-info
234 visualizzazioni

I militari che ogni anno invadono piazza Castello per celebrare la “giornata delle forze armate”, hanno disertato il centro cittadino per la caserma Montegrappa. Nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, 600.000 morti per spostare un confine, in piazza Castello c’erano gli antimilitaristi, che hanno ricordato i disertori, i renitenti, i ribelli.
La giornata è stata segnata da numerosi interventi sulle spese di guerra, orizzonte strategico del governo, che in piena pandemia ha aumentato gli stanziamenti per missioni all’estero, armamenti, basi militari, potenziamento della struttura militare.
Qui il testo diffuso in piazza.

Orizzonti di guerra

Qui una sintesi degli interventi fatti in piazza:

Nei giorni precedenti – il 31 ottobre al Balon – e il 2 novembre in via Po c’erano stati punti informativi in città. Il 2 novembre, il focus si è concentrato sulla stretta connessione tra ENI e missioni militari nel Sahel, in Libia e nel golfo di Guinea.
Diversi interventi volanti sono stati fatti di fronte ad alcuni ENI Store in città.
Qui trovi un breve video:

Di seguito il volantino:
ENI: sangue, petrolio e guerre
L
e truppe del Belpaese fanno la guerra in Niger, Libia, Golfo di Guinea, Iraq, Afganistan… e altri 40 luoghi del pianeta.
Guerre neocoloniali per il controllo delle risorse dal Mediterraneo all’Africa al Medio Oriente. Le bandiere tricolori sventolano accanto a quelle gialle con il cane a sei zampe dell’ENI. Una lunga scia di sangue, petrolio e gas.
Guerre contro la gente in viaggio, per ricacciar
e i migranti nelle galere libiche, dove torture, stupri e omicidi sono fatti normali.
Guerre contro i poveri del nostro paese, che muoiono per mancanza di letti, di medici, infermieri e medicine, perché le spese militari crescono, mentre quelle sanitarie vengono tagliate.

Le missioni all’estero costano più di un miliardo di euro: 8.613 i militari impiegati.
Le cinque nuove missioni costeranno di 47.417.373 euro. C’è la missione navale dell’UE, Irini, nel Mediterraneo al largo delle coste della Libia: 21 milioni di euro per ricacciare all’inferno uomini, donne e bambini.
Il ministro della guerra Guerini ha detto che i militari “proteggono i nostri interessi”. La diplomazia in armi del governo per difendere gli enormi profitti dell’ENI non si limita alla Libia ma investe anche il Sahel e il Golfo di Guinea.
Queste aree hanno un’importanza strategica per gli interessi dell’ENI. La missione navale nel Golfo di Guinea è stata estesa alle acque internazionali tra Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio. In quest’area si trovano due dei maggiori produttori africani di petrolio, ossia Nigeria e Angola, paesi nei quali ENI è presente, come in Ghana e Costa d’Avorio.
L’obiettivo è la protezione delle piattaforme offshore e degli impianti di estrazione.
L’ENI rappresenta oggi la punta di diamante del colonialismo italiano in Africa.
Sotto all’ampio cappello della “sicurezza” e della “lotta al terrorismo” si articola una narrazione che mescola interessi economici con la retorica della missione di protezione delle popolazioni locali. Popolazioni che sono quotidianamente sfruttate, depredate ed oppresse da governi complici delle multinazionali europee, asiatiche e statunitensi.
Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi milita
ri sparse per l’Italia.
Le armi italiane, in prima fila il colosso pubblico Leonardo, sono presenti su tutti i teatri di guerra. Le guerre che paiono lontane sono invece vicinissime: le armi che uccidono civili in ogni dove, sono prodotte non lontano dai giardini dove giocano i nostri bambini.

I militari italiani fanno sei mesi in Libia, Niger, Golfo di Guinea e sei mesi per le strade delle nostre città.
I militari, promossi a poliziotti durante la pandemia,
affiancano le altre forze dell’ordine nella repressione di ogni insorgenza sociale.
Sono per le strade di Aurora e Barriera, quartieri dove
arrivare a fine mese è sempre più difficile.
Si allungano le file di poveri, senza casa, senza reddito, precari.
I soldi dell’UE non
sono serviti a tutelare la nostra salute, ma a sostenere le industrie, la lobby del cemento e del tondino, la spesa di guerra.
Mentre la spesa militare cresce, sanità, scuola, trasporti sono stati costantemente tagliati.
Ad otto mesi dall’inizio della pandemia nulla è stato fatto per porre rimedio alle scelte criminali dei governi degli ultimi 30 anni.
Nel 2020 sono stati stanziati 26,3 miliardi in spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto al 2019. Ogni ora due milioni e mezzo di euro finiscono in armi e guerre. Calcolate quanti posti letto, quanti ospedali, quanti tamponi, quanta ricerca si potrebbe finanziare con questi 26 miliardi e rotti di euro. Avrete la misura della criminalità di questo e di tutti i governi di questi anni.
Per fermare la guerra non basta un no.
Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Blocchiamo le missioni all’estero, boicottiamo l’ENI!

Segnaliamo che il 7 novembre ci saranno iniziative antimilitariste anche a Livorno – ore 16,30 in piazza Grande – e Reggio Emilia – ore 16,30 Piazza del Monte.

Qui foto e cronaca dell’iniziativa del 4 novembre a Trieste.

Ascolta le dirette dell’info di Blackout con Dario di Livorno e Simone di Reggio Emilia

Qualche foto delle iniziative torinesi




Fonte: Anarresinfo.org