Gennaio 13, 2022
Da Il Manifesto
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Nelle intenzioni di Wes Craven, reduce dal successo della serie Nightmare – Dal profondo della notte, Scream doveva essere, fra le altre cose, una riflessione sui meccanismi del cinema di genere declinati in modalità di riproduzione seriale su scala industriale. In altre parole: guai ad avere successo, perché sarai costretto a replicare per sempre la medesima formula. Craven aveva già messo in scena il meccanismo della coazione a ripetere con il settimo episodio di Nightmare nel quale la messa in abisso dei meccanismi narrativi giungeva a profondità abissali con Wes Craven, Robert Englund e Heather Langenkamp nel ruolo di sé stessi. Con Scream Craven intendeva dare corpo alla geometria del thriller, parodiando in maniera colta lo slasher seriale dei vari Venerdì 13 (che avrebbe dovuto concludersi con il quarto episodio diretto da Joseph Zito). Scream rivelava un Craven attentissimo a ogni sfumatura della messa in scena. Il successo enorme incontrato dal film, scritto da Kevin Williamson e finito anche sulla copertina dei Cahiers du cinéma, costringe Craven a bissare per altre tre volte. Rispetto alla lezione di Nightmare, dove ogni sequel era girato da un regista diverso, decide di conservare il controllo totale della regia.

I TRE FILM successivi, intervallati da titoli che non incontrano il successo di Scream a partire da My Soul to Take – Il cacciatore di anime, ennesima riflessione metatestuale sul sistema dei sequel in forma di horror, confermano che Craven continua a essere vittima dei meccanismi perfetti che crea dai quali poi non riesce a sfuggire. Il nuovo Scream – diretto dalla coppia Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett, autori di La stirpe del male e Finché morte non ci separi – si presenta come un esempio di decostruzione di massa, praticata attraverso l’acribia filologica di fan cresciuti esercitando il loro senso critico su pochi titoli ma frequentandoli e analizzandoli ossessivamente. In questo senso il nuovo Scream potrebbe essere un testo esemplare per analizzare il rapporto con i film (meglio: alcuni film) di una non generazione che ha imparato a decostruire racconti e strategie narrative senza necessariamente passare dalle parti di Derrida e compagnia. Convocando i veterani Neve Campbell, David Arquette, Courteney Cox e Marley Shelton, il film prende le mosse a dieci anni esatti da Scream 4, il cui finale era ritenuto «aperto». Il quinto Scream sta all’horror seriale dei tardi anni Novanta e i primi Zero, come Stranger Things all’immaginario degli anni Ottanta. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, da fan scaltrissimi, si concedono il lusso di dare lezioni di narratologia mettendo sul banco degli imputati un fantomatico Stab 8 (il film che nel film rimanda a Scream) nel quale Ghostface è armato di lanciafiamme manco fosse il Robert Ginty di Exterminator (cultissimo di James Glickenhaus). I due registi danno lezioni agli Studio e Hollywood su come dovrebbero (devono) trattare i loro amatissimi oggetti di culto, mettendo di fatto in scena uno spietato meccanismo a orologeria che, nonostante sia sempre spostato sul versante dell’ironia meta-testuale, sa anche colpire duro e creare interessanti momenti di tensione.

LA MATRICE horror indipendente dei due è visibile nella ferocia con la quale sono dettagliati gli esiti di alcune coltellate, sfidando persino (nei limiti del possibile) il tradizionale tabù del contatto del coltello con i corpi. Il sangue scorre copioso, mentre i registi omaggiano Scream 2, il più vertiginoso episodio della serie craveniana. E, infine, benvenuto a un nuovo neologismo. Chi pensava che la retcon fosse il massimo dell’esoterismo nerd autoreferenziale, dovrà arrendersi alla logica inesorabile del «requel». Chi urla muore.




Fonte: Ilmanifesto.it