Novembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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La partita sul controllo di Tim vede al centro della scena due “avvoltoi”, la statunitense Kkr e la francese Vivendi. La Kkr, fondata nel 1976, è stata l’iniziatrice di un nuovo corso selvaggio della finanza, tanto che la conclusione della sua prima grande operazione, quella dell’assalto alla Nabisco, suscitò un’ondata di commenti e di imitatori e un libro di grande successo, I barbari alle porte, certificava a suo tempo l’assalto alla vecchia cittadella della finanza. La nuova ondata coincideva in qualche modo con l’avvento di Reagan e della Thatcher, mentre registrava anche il nuovo potere dominante della finanza sull’economia.

La Kkr e i suoi tanti imitatori usano una formula standard nelle aziende che acquisiscono: 1) suddividono l’azienda nei suoi vari business, ottenendo, per i magici poteri del mercato azionario, un valore delle parti più elevato, 2) ne cedono alcuni pezzi, 3) caricano la compagine di debiti, 4) tagliano la manodopera. Alla fine la società, anche se non sempre, viene rivenduta normalmente con un guadagno.

Ora, magari su sollecitazione dello stesso management di Tim, che ha la sfiducia dei francesi, arriva l’offerta per l’acquisizione della totalità delle azioni di Tim, mentre Kkr è già presente in Open Fiber. Nella logica del gruppo sembrerebbe quasi ovvio che cercherà di separare i due business principali di Tim, rete e consumer, mirando anche a ridurre la forza lavoro. Altrettanto ovvia, per fare cassa, la cessione di Tim Brasile.

Vincent Bolloré controlla il gruppo pubblicitario Havas e Vivendi, presente in grandi forze nei media francesi; è attraverso un canale televisivo controllato che ha lanciato con successo Eric Zemmour, figura di estrema destra che contende a Le Pen la rappresentanza di questa parte dell’elettorato alle presidenziali. A suo tempo è penetrato in Africa, sfruttandone le risorse con la complicità delle forze politiche (è grande amico di Sarkozy) e con sospetti di corruzione di dirigenti africani.

Qualche anno fa è partito alla conquista dell’Italia, come tanti altri operatori del suo paese di solito con rilevante fortuna. Così ha provato una scalata a Mediaset, comprando circa il 29% del capitale, e acquistato il 24% di Tim diventandone il principale azionista. Per il momento, non potendo evidentemente contare sull’appoggio di Macron, gioca al rialzo sull’offerta di Kkr, giudicandola insufficiente; in effetti ci si attende un rilancio.

La sua discesa in Italia si è comunque rivelata alla fine disastrosa; le azioni di Tim sono valutate nel suo bilancio a circa 3 miliardi di euro, mentre il giorno prima dell’offerta Kkr valevano 1,2 miliardi e la sua presa sulla società è apparsa piuttosto sfuggente, avendo dovuto accettare di liquidare gran parte della sua partecipazione in Mediaset, sempre con perdite.

Dopo la sciagurata privatizzazione nel 1997 di quella che allora si chiamava Telecom-Italia ed era la migliore impresa di telecomunicazioni di Europa, si sono susseguiti moltissimi nuovi assetti azionari: intorno al gruppo Agnelli, poi a quello di Colaninno, a Tronchetti Provera, a Telefonica, infine a Vivendi. Ogni volta i conti economici peggioravano, mentre calavano gli investimenti ed aumentavano i debiti.

Il valore di Borsa è diminuito, dal 2018 ad oggi, di quasi i due terzi, le linee fisse sono passate a 8,7 milioni di unità nel settembre 2021 contro gli 11 milioni del 2017, mentre nella telefonia mobile i ricavi medi per abbonato sono diminuiti del 40% negli ultimi 4 anni.

Ora i principali problemi che si intravedono sono almeno tre: la continua conquista di grandi e medio-grandi imprese nazionali da parte estera, senza che i vari governi battano un colpo; la necessità di una tutela nazionale della rete di telecomunicazioni, e poi dei 51.000 posti di lavoro, che con questa operazione sarebbero certamente a rischio. Il tutto mentre il governo si mostra possibilista sull’intervento di Kkr.

A distanza di tanto tempo l’assetto delle partecipazioni del gruppo Iri dimostra di avere avuto una sua logica, radicata nella situazione economica e sociale del paese. In effetti stanno ora tornando all’ovile una parte consistente delle imprese privatizzate, dall’Ilva alle Autostrade e noi pensiamo che anche per la Tim si dovrebbe rispolverare il controllo pubblico di una rete tendenzialmente unica, una infrastruttura così essenziale, fattore strategico, se ce ne è uno, dello sviluppo del paese e del suo ruolo internazionale.

Magari, per il settore consumer si potrebbe utilizzare invece quella formula che ha mostrato avere successo, con un controllo pubblico aperto al mercato, con l’ingresso nell’azionariato, perché no, di qualche altra Telecom europea. In ogni caso, bisogna tutelare i livelli di occupazione, possibile solo in un’ottica di sviluppo. La società ha anche bisogno di una nuova strategia e di un management forte. Più probabile che Draghi pensi invece a cedere il settore consumer agli americani e a creare un assetto azionario pubblico-privato nella rete, magari di nuovo con Kkr e qualcun altro.




Fonte: Ilmanifesto.it